«Uccidi un turco e riposati»

Mai ci stancheremo di dar voce all”altro Israele’, che continua ostinatamente a denunciare i crimini del suo governo. Anche queste settimane sono scesi in piazza i pacifisti, pur sapendo che la violenza si accanisce contro chiunque si permette di dissentire. D’altra parte, lo storico israeliano Zeev Sternhell pochi mesi fa era rimasto vittima di un attentato ed ora la “caccia al pacifista” si è scatenata dappertutto, dalla Knesset (dove si è urlato in questi giorni ad una parlamentare arabo-musulmana “vattene a Gaza”) alle strade di Tel Aviv. Durante una manifestazione è stato aggredito anche URY AVNERY, che aveva appena consegnato alla stampa questo approfondimento che pubblichiamo:

«Uccidi un turco e riposati»
Da Exodus 1947 a Exodus 2010
di Uri Avnery

In alto mare, in acque extra-territoriali, la nave fu fermata dalla marina. Il commando la prese d’assalto. Centinaia di persone in coperta resistettero mentre i soldati usavano la forza. Alcuni dei passeggeri furono uccisi, altri feriti. La nave fu riportata in porto e i passeggeri fatti scendere con violenza. Il mondo li vide camminare lungo la banchina, uomini e donne, giovani e anziani, tutti sfiniti, uno dietro l’altro, ciascuno con ai lati un soldato.
La nave era stata chiamata «Exodus 1947». Era partita dalla Francia con la speranza di infrangere il blocco britannico imposto per impedire che navi cariche di sopravvissuti all’olocausto raggiungessero le coste della Palestina. Se gli avessero permesso di raggiungere il paese, avrebbero fatto scendere gli immigrati illegali e li avrebbero mandati nei campi di detenzione a Cipro, come avevano fatto in precedenza. Nessuno si sarebbe soffermato su questo episodio per più di due giorni.
Ma il responsabile era Ernest Bevin, leader laburista e ministro britannico arrogante, grossolano e attratto dal potere. Non voleva che un gruppo di ebrei potesse imporsi, così decise di impartire loro una lezione che tutto il mondo avrebbe avuto sotto gli occhi. «Questa è una provocazione», esclamò, e certamente aveva ragione. Il principale scopo era infatti quello di provocare, in modo da attirare l’attenzione sul blocco britannico.
Quello che ne seguì è storia nota: il fatto si trascinò a lungo, ogni idiozia ne chiamò altre a catena e il mondo intero simpatizzò con i passeggeri della nave. Ma gli inglesi non si arresero e pagarono le conseguenze a caro prezzo.
Molti considerano l’incidente della Exodus il punto di svolta negli sforzi per la creazione dello Stato di Israele. La Gran Bretagna cadde sotto il peso delle condanne internazionali e decise di rinunciare al mandato in Palestina. Certo, ci furono molte altre importanti ragioni che portarono a questa decisione, ma la Exodus fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Non sono il solo ad aver ricordato l’episodio questa settimana. Anzi, sarebbe stato impossibile non richiamarlo alla mente, soprattutto per coloro che, a quel tempo, vivevano in Palestina e che furono testimoni del fatto.
Certo, ci sono differenze. Allora c’erano i sopravvissuti dell’olocausto, oggi gli attivisti pacifisti venuti da tutto il mondo. Ma, sia allora che oggi, tutti hanno assistito all’attacco di soldati armati da capo a piedi su passeggeri disarmati, che hanno resistito con qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani, con i bastoni o con le mani. Sia allora che oggi, è successo in alto mare, a 40 km dalla costa a quel tempo, a 65 km ora.
Guardando indietro, il comportamento inglese sembra estremamente sciocco. Ma Bevin non era un folle e gli ufficiali che comandavano l’operazione non erano degli imbecilli. Dopotutto, avevano appena portato a termine una guerra da cui erano usciti vincitori. Se si comportarono da completi scellerati dall’inizio alla fine, fu il risultato dell’arroganza, dell’insensibilità e del disprezzo smisurato verso l’opinione pubblica mondiale.
Ehud Barak è il Bevin israeliano. Non è un folle e non lo sono nemmeno i nostri pezzi grossi. Ma sono responsabili di una serie di atti sconsiderati, di cui è difficile stabilire le disastrose conseguenze. L’ex-ministro Yossi Sarid ha chiamato il «comitato dei sette», coloro che prendono le decisioni su questioni di sicurezza, i «sette idioti», ma devo contestare questa affermazione. È un offesa agli idioti.
I preparativi per la flottiglia sono durati più di un anno. Centinaia di e-mail sono circolate. Io stesso ne ho ricevute a dozzine. Nulla è stato segreto e tutto si è fatto alla luce del sole. I nostri vertici politici e militari hanno avuto tutto il tempo per preparare la strategia per le navi. I politici si sono consultati, i soldati si sono preparati, i diplomatici hanno steso i loro resoconti e l’intelligence ha fatto il suo lavoro. Non è servito: tutte le decisioni sono state sbagliate dal primo momento, e non è ancora finita.
L’idea di una flottiglia come mezzo per infrangere l’embargo è geniale e pone il governo israeliano in un bel dilemma: la scelta fra diverse possibilità, ciascuna delle quali sbagliata. Ogni generale spera di mettere i suoi nemici in tale situazione.
Le alternative erano tre. Lasciare che la flotta raggiungesse Gaza senza ostacoli. Il segretario del governo israeliano appoggiava questa opzione. Avrebbe portato alla fine del blocco, perché dopo la flottiglia, molte altre navi sarebbero arrivate. Fermare le navi in acque territoriali, ispezionare il carico e assicurarsi che non stessero trasportando armi o «terroristi» e poi lasciarle proseguire. Questa seconda opzione avrebbe suscitato qualche protesta ma avrebbe sostenuto il principio dell’embargo. Catturarle fuori dalle acque territoriali e portarle a Ashdod, rischiando una battaglia con gli attivisti a bordo.
Come sempre i nostri governi, di fronte alla scelta tra alternative tutte sfavorevoli, Netanyahu ha scelto la peggiore.
Chiunque avesse seguito le notizie dei preparativi avrebbe potuto immaginare che ci sarebbero stati morti e feriti. Non si attacca una nave turca aspettandosi di trovare una bambina carina con un fiore in mano. I turchi sono considerati un popolo che non cede facilmente. Gli ordini dati ai militari sono stati resi noti e includevano le 3 parole «ad ogni costo». Ogni soldato sa cosa significano queste 3 parole. Inoltre, nella lista degli obiettivi, l’incolumità dei passeggeri si trovava al terzo posto, dopo la salvaguardia dei soldati e il successo dell’operazione.
Se Benjamin Netanyahu, Ehud Barak, il capo di stato maggiore e il comandante della marina non avevano capito che la scelta avrebbe provocato morti e feriti, bisogna concludere che sono dei grandissimi incompetenti. Bisognerebbe dire loro, con le parole immortali di Oliver Cromwell al parlamento: «Siete rimasti troppo in carica, per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene, in nome di Dio andatevene».
Questo episodio riporta agli occhi, ancora una volta, l’aspetto più serio della faccenda: viviamo in una bolla, in una specie di ghetto mentale, che ci taglia fuori e ci protegge da una realtà differente, quella percepita dal resto del mondo. Uno psichiatra potrebbe dire che questo è sintomo di seri disturbi mentali.
Il governo e l’esercito ci hanno raccontato questa storiella: i nostri eroici soldati, determinati e sensibili, l’elite della elite, sono scesi sulla nave per «discutere» e sono stati attaccati da una massa selvaggia e violenta. I portavoce ufficiali hanno usato la parola «linciaggio».
Quasi tutti gli organi di informazione israeliani hanno accettato questa versione dal primo giorno. Dopotutto, è chiaro che noi ebrei siamo le vittime. Sempre. Ciò si applica anche ai soldati ebrei. Assaltiamo in mare una nave straniera, ma in un attimo diventiamo vittime e non abbiamo altra scelta se non quella di difenderci contro anti-semiti accesi e violenti.
Non posso evitare di ricordare la classica barzelletta della madre ebrea in Russia che saluta il figlio chiamato alle armi per conto dello zar nella guerra contro la Turchia. «Non affaticarti troppo – lo implora – ammazza un turco e riposati. Ammazzane un altro e riposa ancora…». «Ma madre – la interrompe il figlio – e se un turco uccide me?» «Ucciderti? – esclama la madre – e perché? Cosa gli avrai mai fatto?».
Per una persona normale, tutto questo sembra assurdo. Dei soldati armati che fanno parte di un corpo scelto salgono su di una nave in alto mare, nel bel mezzo della notte, dai loro elicotteri, e sono loro le vittime? Qui c’è un briciolo di verità: loro sono vittime di comandanti arroganti e incompetenti, politici irresponsabili e organi di informazione nutriti da questi soggetti. E, de facto, anche dei cittadini israeliani perchè gran parte di loro ha votato per il governo o per l’opposizione, che è fatta della stessa pasta.
La storia della Exodus si è ripetuta, ma con un’inversione dei ruoli. Ora noi siamo gli inglesi. Da qualche parte, un nuovo Leon Uris sta progettando di scrivere il suo prossimo libro, «Exodus 2010». Un nuovo Otto Preminger sta pensando a un film che diventerà un successo cinematografico. Un nuovo Paul Newman sarà il divo di questo film.
Più di 200 anni fa, Thomas Jefferson dichiarò che ogni nazione deve agire con «rispetto di fronte alle opinioni dell’umanità». I leader israeliani non hanno mai accettato la saggezza di questa affermazione. Hanno aderito alla massima di David Ben-Gurion: «Non è importante cosa dicono i gentili, ciò che importa è cosa fanno gli ebrei». Forse lui partiva dal presupposto che gli ebrei non potessero essere stupidi.
Farci nemici i turchi è più che stupido. Per decenni, la Turchia è stato il nostro più vicino alleato nella regione. In futuro, la Turchia potrebbe giocare un ruolo importante come mediatore tra Israele e il mondo arabo-musulmano, tra Israele e la Siria e, certo, anche tra Israele e l’Iran. Forse siamo riusciti a unire il popolo turco contro di noi, e c’è chi dice che è l’unica questione su cui i turchi ora sono uniti.
Questo è il secondo capitolo dell’operazione «Cast Lead». Incitiamo sempre più paesi a esserci contro, turbiamo i nostri pochi amici, e mettiamo di buon umore i nostri nemici. Lo abbiamo fatto di nuovo, forse con più successo. L’opinione pubblica mondiale ci si sta ritorcendo contro. È un processo lento. È come l’acqua che si accumula dietro una diga. L’acqua cresce di livello lentamente, con calma, e la variazione è quasi impercettibile. Ma quando raggiunge il livello critico, la diga rompe gli argini e il disastro ci sommerge. Stiamo, con costanza, raggiungendo questo punto.
«Ammazza un turco e riposati», dice la madre. Il nostro governo nemmeno si riposa. Sembra che non si fermerà finchè i nostri ultimi amici non saranno diventati nemici.

Il Manifesto, 6 giugno 2010 (Traduzione di Chiara Zappalà)

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