“Cambieranno mai le cose?”

Decisamente lo sconforto sembra a volte prevalere, la speranza di pace in Terra santa sembra prosciugata, inaridita come il greto del fiume Giordano, che in questi giorni ha avuto l’onore di salire alla ribalta dei servizi su tg e carta stampata nazionali, che non denunciavano certo l’ingiustizia che si consuma lungo le sue sponde assediate dalle serre dei coloni israeliani, ma il folcloristico divieto di ‘balneazione’ ai danni degli pseudo ignari pellegrini-battezzandi. Ecco: se questo fiume è divenuto rigagnolo affannato e morente, vogliamo annunciarvi che … un fiume tumultuoso sembra scorrere sotterraneo, e percorre e percorrerà anche questa estate quelle stesse terre, quella stessa Terra santa. E’ un fiume dirompente e indomito, un flusso sempre crescente di donne e uomini “normali” che decidono che l’unica cosa che possono fare, e che siamo assolutamente certi porterà un contributo all’evoluzione del conflitto, è quella di partire per la Palestina!
A voi, cari amici di Bocchescucite, la testimonianza di Adriana, una ‘pellegrina di giustizia’, che a primavera ha partecipato a “Un Ponte per Betlemme’.
Una testimonianza vibrante e sincera, come quelle che presto vi giungeranno in forma di Report dai giovani e dagli adulti che partiranno con Pax Christi tra pochi giorni.

Sono appena tornata da “Un ponte per Betlemme”, un pellegrinaggio di giustizia organizzato da Pax Christi Italia e dall’AGESCI Toscana, in occasione del 6° anniversario dell’inizio della costruzione del muro.
Quando sono partita non avevo chiaro in me cosa andavo a vedere e chi avrei incontrato, ero un pò combattuta tra l’emozione di visitare i luoghi di Gesù, la preoccupazione di vivere un paio di giorni in una sconosciuta famiglia cristiana palestinese e percorrere luoghi di tensione e di frontiera.
Ora, che le emozioni sono state un po’ metabolizzate ed ho avuto il tempo di meditare sulle realtà incontrate, cerco di dirti ciò che mi porto nel cuore:
• la bellezza di Gerusalemme, luogo santo per eccellenza, con le sue imponenti mura, chiese, moschee e meravigliosi palazzi e la spartana essenzialità delle grotte sulla collina della “Tenda delle Nazioni” dove Daud Shadi vive con la sua famiglia, unica cristiana nella zona, in quella che da secoli è la sua terra ora tutta circondata dagli insediamenti dei coloni, privato della libertà di costruire una casa sul suolo dei suoi avi: Daud, persona speciale, cristiano innamorato di Gesù, appassionato ricercatore di giustizia, vero testimone di pace che, lasciandoci, ci invita a ricordare che il popolo ebreo e quello palestinese sono fratelli e che ci sono ragioni da una parte e dall’altra e noi dobbiamo pregare per gli uni e per gli altri;
• il silenzio adorante nel “Cenacolo” dove abbiamo letto il brano del Vangelo che narra l’istituzione dell’Eucaristia ed il vociare allegro dei 4 bambini della famiglia di Betlemme che per due giorni ha ospitato me e mio marito in casa sua ed ha “spezzato” il suo poco pane con noi;
• le lodi recitate tutti insieme in profondo raccoglimento e in piena tranquillità ogni mattina e la recita del santo rosario, camminando su e giù lungo il grigio muro di apartheid alto 9 metri che circonda Betlemme, guidato da suor Donatella, del Caritas Baby Hospital, che con fede incrollabile ogni venerdì, con qualsiasi tempo, da 6 anni, sotto lo sguardo incredulo e interrogativo di chi transita, invita i pochi pellegrini che arrivano fin lì a “provocare” Dio perché faccia crollare il muro come fece per le mura di Gerico;
• la suggestiva Via Crucis tra le strade e le chiese di Betlemme e la “via dolorosa” dei tanti palestinesi che ancora in piena notte si accalcano tra le sbarre della gabbia del check-point in attesa che, dopo ore, un 18enne di leva israeliano decida se dare loro o meno il permesso di passare per recarsi al lavoro a Gerusalemme distante solo 6 chilometri;
• l’incontro, carico di significato, con il patriarca Fouad Twal al Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ci ha accolti con affetto e ci ha invitati ad essere “pellegrini di giustizia” e l’incontro a Bir Zeit con abuna Manuel, parroco a Gaza durante il massacro dell’operazione “Piombo fuso”, che ha ancora negli occhi e nel cuore le violenze patite dal suo popolo e che in modo accorato ricorda a tutti che il giusto che soffre ha bisogno della nostra voce per farsi sentire;
• la confusione allegra lungo le stradine coloratissime del “suk” tra mille tipi di souvenirs, ed il vociare gioioso dei tanti bambini incontrati nell’accampamento dei beduini, nel deserto di Giuda, nella loro scuola costruita con i copertoni di camion perché non è loro permesso di costruire una scuola di mattoni;
• il raccoglimento con il quale ci siamo recati al Santo Sepolcro, con l’animo grato perché Gesù vi rimase solo 3 giorni e poi ci donò la gioia della sua Resurrezione e la visita al “Balata Camp”, campo profughi arrivati da Jaffa nella città di Nablus, sepolcro di oggi, dove vivono 25000 persone in 1 km2, in attesa da 58 anni che sia fatta loro giustizia;
• il caos del traffico nelle grandi città di Tel Aviv, Ramallah, Gerusalemme ed il profondo silenzio del deserto, rotto solo dai nostri passi, per raggiungere il villaggio dei pastori di At-Twani dove coraggiosi giovani volontari di “Operazione Colomba” e “Christian Pacemaker Teams” accompagnano i pastori nel peregrinare con le greggi o nella coltivazione dell’arida terra e soprattutto seguono i bambini dei vicini villaggi che vengono alla scuola per proteggerli dai lanci di sassi e dai soprusi dei vicini coloni che occupano un insediamento illegale per lo stesso governo israeliano;
• la visita alla Basilica della Natività, la S. Messa celebrata come nel giorno di Natale, le preghiere davanti alla grotta dove è nato Gesù bambino e la visita ai tanti bambini dell’orfanatrofio “La Creche”, che si sono buttati tra le nostre braccia in cerca di coccole che le loro mamme, costrette a disfarsene e a volte uccise perché incinte al di fuori del matrimonio, non possono dar loro.
Mentre scrivo, ricordo l’incontro con suor Alicia, comboniana a Betania, che ha visto l’orrore di Gaza, rivedo il luccichio dei suoi occhi, sento la sua voce spezzarsi nel racconto, ma poi rivedo il sorriso dolce che la illumina tutta quando ci porta ad incontrare i beduini nel deserto, accarezza i bambini, conforta le donne e il suo dolore diventa amore per gli ultimi.
Sono ancora molti gli incontri che hanno reso proficuo questo pellegrinaggio, per questo sento di dover ringraziare chi lo ha così organizzato e chi ha contribuito a renderlo non solo un pellegrinaggio per visitare i luoghi di Gesù, ma soprattutto per incontrare le “pietre vive”, persone che nella loro quotidiana fatica, ma anche con la loro ostinata speranza, sono veri testimoni di Cristo.

Adriana Bobbo, Mestre

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