Israele blocca pezzi di ricambio indispensabili per gli impianti idrici e fognari di Gaza

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Articolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto in italiano da Aldo Lotta per  Zeitun.Info

di Amira Hass

Fuoriuscita di acqua di scarico dall impianto di trattamento di Khan Younis, Gaza

Pezzi che impiegavano meno di un mese per entrare a Gaza ora impiegano fino a cinque mesi, con la conseguenza di guasti, rilascio di acque reflue in mare e peggioramento della qualità dell’acqua potabile

Israele sta bloccando l’accesso di centinaia di pezzi di ricambio indispensabili per il corretto funzionamento degli impianti idrici e fognari di Gaza. Di conseguenza, le acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare, le perdite d’acqua dalle tubature sono perfino peggio del solito, il deflusso dell’acqua piovana determina un pericolo di inondazioni. Anche la qualità e la quantità dell’acqua potabile, depurata in appositi impianti, ne risente e gli stessi problemi continuano a riproporsi perché le riparazioni vengono effettuate con materiali di fortuna.

Funzionari palestinesi della Gaza Water Utility [la Coastal Municipalities Gaza Water Utility è il servizio responsabile dell’approvvigionamento idrico e del trattamento delle acque reflue nella Striscia di Gaza, i cui impianti sono stati severamente e ripetutamente danneggiati nel corso dei reiterati bombardamenti israeliani, ndtr.] affermano che dalla fine della guerra di maggio ci sono stati inspiegabili ed estesi ritardi e reticenze nell’acquisizione dei permessi per l’accesso dei vari articoli necessari. Un funzionario della sicurezza israeliano respinge le contestazioni sui ritardi.

Maher an-Najar, vicedirettore generale della Coastal Municipalities (Gaza) Water Utility, afferma che prima della guerra fornitori e appaltatori aspettavano da una settimana a un mese per ottenere un permesso israeliano per l’accesso degli articoli necessari con urgenza alla regolare manutenzione o a riparazioni, mentre ora il tempo di attesa va da due a cinque mesi o più. Circa 500 impianti idrici e fognari a Gaza hanno attualmente una grave carenza di valvole, filtri, pompe, tubi, apparecchiature elettromeccaniche, cavi elettrici, parti di ricambio per veicoli di servizio e parti per computer e sistemi di informatizzazione utilizzati per la supervisione delle ispezioni, la raccolta dei dati e il funzionamento.

“I nuovi progetti che abbiamo realizzato, come gli impianti di desalinizzazione, un impianto di trattamento delle acque reflue, serbatoi d’acqua e molti dei pozzi, sono tutti gestiti per mezzo di un sofisticato sistema computerizzato”, afferma An-Najar. “Che richiede per il funzionamento una fornitura continua e regolare di pezzi di ricambio elettronici.” Dice anche che sono state presentate prima della guerra di maggio delle richieste di parti di ricambio per i sistemi informatici, compreso un server necessario per la sede principale. Da allora tali richieste non hanno ancora ricevuto risposta.

Una delle strutture interessate è la stazione di pompaggio delle acque reflue a Khan Yunis [città palestinese con annesso campo profughi nel sud della Striscia di Gaza, ndtr.]. L’usura delle apparecchiature ha portato a ripetuti allagamenti. Vi sono state installate due nuove pompe, ma l’autorizzazione per un serbatoio di compensazione (che neutralizza la pressione dell’acqua nel sistema) e le relative valvole, richiesta prima della guerra, si è fatta attendere a lungo. I tubi hanno iniziato ad esplodere, quindi sono state reinstallate le vecchie pompe per evitare che quelle nuove venissero danneggiate dai frequenti malfunzionamenti. Due mesi fa è finalmente arrivato il vaso di espansione, ma senza le valvole, quindi deve ancora essere installato. “Non potendo abbassare la pressione ogni giorno esplode un altro tubo alla stazione di pompaggio e noi ci arrangiamo con una riparazione sommaria”, afferma An-Najar.

Il nuovo impianto di trattamento delle acque reflue di Khan Yunis, collegato alla suddetta stazione di pompaggio, è privo di un centinaio di pezzi di ricambio per apparecchiature elettromeccaniche e valvole. Durante la guerra gli operai hanno dovuto abbandonare lo stabilimento a causa dei bombardamenti, e quindi non è stato possibile effettuare la regolare manutenzione.

Nell’impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, l’elemento più importante che manca, ancora in attesa dell’approvazione israeliana, è il pannello di controllo dell’ala centrale (necessario per dissalare 3.400 dei 6.000 metri cubi di acqua al giorno). Pertanto viene dissalata meno acqua e l’azienda idrica deve attingere acqua da pozzi che sono stati dismessi a causa dell’elevata salinità dell’acqua contenuta.

Oltre ai ritardi inspiegabili degli ultimi mesi, un divieto israeliano relativamente recente, dell’inizio del 2021, sta impedendo anche il corretto funzionamento dei sistemi idrici e fognari di Gaza; Israele non consente l’ingresso di tubi di acciaio di diametro superiore a 1,5 pollici [3,81 cm., ndtr.], mentre gli impianti di desalinizzazione e trattamento delle acque reflue richiedono tubi con un diametro compreso tra 2 e 10 pollici [da 5,8 a 25,4 cm.,ndtr.]. Pertanto, gli operatori dei servizi idrici di Gaza non sono in grado di riparare adeguatamente le tubazioni esistenti, alcune delle quali sono state danneggiate dai bombardamenti di maggio. Di conseguenza, aumentano le perdite di acqua potabile e fognaria. An-Najar afferma che durante l’attuale stagione delle piogge la principale preoccupazione è costituita dalle inondazioni nei quartieri residenziali e nelle case a causa della riduzione del drenaggio.

Funzionari dell’Amministrazione di coordinamento e collegamento, che fa parte del Coordinamento del ministero della difesa per le attività governative nei territori (COGAT) [unità del Ministero della Difesa israeliano che coordina le questioni civili tra il governo di Israele, l’esercito israeliano, le organizzazioni internazionali, i diplomatici e l’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.], dicono ai coordinatori e agli ingegneri dei servizi idrici di utilizzare tubi di plastica, ma an-Najar dice che nei punti di uscita dalle stazioni di pompaggio le tubature devono essere di metallo, a causa della pressione dell’acqua. “I nostri ingegneri non avrebbero chiesto un tubo di metallo se fosse stato possibile installare un tubo di plastica”, afferma.

Anche gli impianti di depurazione e dissalazione dell’acqua potabile risentono della carenza di pezzi di ricambio. Non c’è nessuna alternativa a questi impianti perché le acque di falda di Gaza sono insufficienti per la sua popolazione in crescita. L’eccessivo pompaggio durato decenni ha causato crescenti infiltrazioni di acqua di mare nella falda acquifera. I 300 pozzi di Gaza producono ogni anno 85 milioni di metri cubi d’acqua, che richiedono dissalazione e purificazione.

Israele ha rifiutato e rifiuta tuttora di collegare Gaza alle infrastrutture idriche del Paese, pur avendo il controllo anche delle fonti d’acqua della Cisgiordania, deviandone la maggior parte in favore della popolazione israeliana. L’Autorità Nazionale Palestinese, Hamas e i paesi che finanziano l’ANP non insistono perché Israele incrementi la quantità di acqua venduta a Gaza, facendo invece affidamento su un maggiore sviluppo degli impianti di desalinizzazione.

Oggi, dopo oltre vent’anni dal momento in cui per la prima volta si è discusso della desalinizzazione dell’acqua di mare a Gaza, 8 milioni di metri cubi all’anno provengono dagli impianti di desalinizzazione costruiti in loco. La consapevolezza a livello internazionale che la crisi idrica in corso richieda anche un approvvigionamento da parte di Israele ha portato a un aumento della quantità di acqua venduta dalla compagnia idrica Mekorot a Gaza, da 5-8 milioni di metri cubi al momento del disimpegno del 2005 [il piano di disimpegno unilaterale israeliano fu adottato nel mese di agosto 2005 per rimuovere tutti gli abitanti israeliani dalla Striscia di Gaza e da quattro insediamenti in Cisgiordania settentrionale, ndtr.] a soli 15 milioni di metri cubi oggi.

In tutto a Gaza solo il 20 per cento dell’acqua non richiede dissalazione e purificazione. Quando gli impianti di depurazione e dissalazione funzionano solo a capacità ridotta sia la quantità che la qualità dell’acqua potabile disponibile diminuiscono significativamente, con tutte le conseguenti implicazioni per la salute pubblica. Circa 100 impianti sono gestiti dai comuni e dal servizio idrico, fornendo gratuitamente acqua potabile a 180.000 residenti, per lo più famiglie povere. Queste persone non possono permettersi di acquistare acqua imbottigliata importata o purificata in un impianto privato. Centinaia di altri impianti privati ​​vendono acqua purificata ai residenti locali.

L’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij, nel centro di Gaza, che serve 800.000 persone, ha registrato recentemente dei progressi nell’ottenere l’approvazione israeliana per i pezzi di ricambio. La Germania ha investito per la sua costruzione 87 milioni di euro. Trenta paesi e organizzazioni internazionali hanno contribuito alla realizzazione del sistema idrico e fognario di Gaza, dice An-Najar, ma la maggior parte non ha dato somme così ingenti. “E a differenza dei rappresentanti del governo tedesco, non tutti possono continuare a chiedere al COGAT perché vengano bloccati i materiali necessari per il progetto che stanno finanziando”. E questa struttura è solo una delle 500, sottolinea an-Najar. In mancanza di pezzi di ricambio, l’impianto di Al-Bureij può trattare solo 35.000 metri cubi di acque reflue al giorno anziché 60.000. Il resto viene convogliato negli impianti più vecchi e le acque reflue parzialmente trattate sfociano in mare. “E’ dannoso per il nostro ambiente, per il nostro impianto di desalinizzazione dell’acqua di mare e anche per l’ambiente degli israeliani, dal momento che Ashdod e Ashkelon sono molto vicini”, dice An-Najar.

Gli appaltatori e i fornitori che hanno ottenuto dal servizio idrico palestinese l’incarico per l’acquisto dei pezzi di ricambio e delle materie prime presentano le loro richieste di approvazione per l’importazione delle apparecchiature. A causa dei lunghi tempi di movimentazione e delle tariffe aggiuntive di stoccaggio nei porti, le offerte degli appaltatori sono superiori ai costi di base di circa il 30%, afferma An-Najar. Il denaro extra potrebbe essere investito nello sviluppo e nell’espansione della rete. I lavoratori e gli amministratori dell’azienda perdono inoltre molto tempo prezioso negli infiniti tentativi di scoprire dall’Amministrazione di coordinamento e collegamento israeliana cosa ne è stato delle domande presentate.

In risposta a un’indagine di Haaretz sui ritardi il COGAT ha detto che “negli ultimi mesi l’amministrazione ha lavorato per integrare sistemi tecnologici che abbreviano il percorso burocratico e migliorano il processo di importazione di beni nella Striscia di Gaza, compresi i materiali a duplice uso.” Una fonte del servizio idrico palestinese spiega che questa affermazione si riferisce alla sostituzione del metodo di registrazione delle domande con un diverso sistema online. Nel nuovo sistema (denominato Yuval), l’articolo specifico deve essere inserito nel suo database; in caso contrario, il sistema non può elaborare la richiesta. Questa condizione non esisteva nel vecchio sistema. Quindi gli ingegneri e gli appaltatori ora devono cercare l’articolo più simile presente nel sistema israeliano. Per diversi mesi le richieste sono state inviate attraverso entrambi i sistemi, ma l’amministrazione israeliana ha recentemente preteso che le vecchie richieste fossero reimpostate secondo il sistema Yuval. Quindi, per quanto l’amministrazione di coordinamento israeliana dica che starebbe migliorando il sistema, finora il cambiamento ha solo complicato la procedura.

Nella indagine presentata al COGAT è allegato un elenco di 11 richieste di articoli mancanti riguardanti l’impianto di trattamento delle acque reflue di Al-Bureij finanziato dalla Germania. Una fonte della sicurezza ha dichiarato che per alcuni articoli non sarebbe stata presentata nessuna richiesta, per altri mancherebbero vari documenti mentre per altri ancora le richieste sarebbero già state approvate. Il funzionario palestinese afferma che a ciascuna richiesta nell’elenco è stato assegnato un numero mentre veniva digitata nel (vecchio o nuovo) sistema online e che l’elenco stesso è la prova che tutte le richieste sono state inviate. Inoltre, per maggior sicurezza il servizio invia anche ogni richiesta online via e-mail al responsabile dell’amministrazione di coordinamento israeliana. Aggiunge che nel caso di un’effettiva assenza di parte della documentazione ci si aspetterebbe che gli appaltatori e l’azienda idrica vengano informati direttamente e immediatamente anziché mesi dopo.

Gisha, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che si occupa dell’impatto della politica israeliana su Gaza e si sforza di cambiarla, è convinta che i ritardi abbiano una motivazione politica. Israele sta facendo un uso inaccettabile del suo controllo sul movimento di merci in entrata e in uscita da Gaza come strumento per esercitare pressioni politiche, a spese degli abitanti di Gaza e senza assumersi la responsabilità dei gravi effetti che questo comportamento ha sulle loro condizioni di vita, sostiene. Gisha aggiunge che il ritardo nell’importazione di pezzi di ricambio per le infrastrutture idriche “è un comportamento crudele che va contro i doveri legali di Israele di sostenere una qualità di vita normale a Gaza, e questo comportamento deve cessare”.

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