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15 MAGGIO 1948, النكبة (LA NAKBA, LA CATASTROFE)

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Angela Celeste Costantino

Italia

16 mag 2020 — 

15 Maggio 1948, النكبة (la Nakba, la catastrofe).
E’ il giorno in cui, dopo la dichiarazione della nascita dello Stato di Israele, ebbe inizio l’estromissione forzata del popolo palestinese dalle terre in cui era sempre stato.

Sono passati 72 anni, ed i palestinesi aspettano ancora di ritornare nella loro Patria, nel loro luogo del cuore.
Se chiudo gli occhi e immagino di essere palestinese, facendo un salto indietro nel tempo di 72 anni, vedo i miei nonni, costretti a lasciare le loro case, li vedo scappare portandosi dietro i loro figli e le loro figlie, ancora bambini, alcuni di loro ancora in fasce.
Li vedo rifugiarsi nei campi profughi, senza niente da mangiare. Vedo i miei nonni cercare un lavoro, per racimolare i soldi necessari a comprare un biglietto che possa consentire alle loro famiglie di imbarcarsi su una nave, attraversare il Mediterraneo ed approdare, dopo ventiquattro anni, a Scilla, dove sono nato, cresciuto ed ho vissuto fino ad oggi.
Intanto, però, i miei nonni non ci sono più, non c’è più nemmeno mio padre. Della Palestina conosco solo quello che mi hanno raccontato, non l’ho mai vista se non con la forza dell’immaginazione. La Palestina non è quella che vedo attraverso la televisione, non è così la terra di cui mi hanno raccontato i miei nonni e mio padre.
Mentre scrivo, chiudendo gli occhi vedo due vecchie chiavi.

Sono qui, a pochi centimetri da me, ma ad occhi chiusi raccontano la storia che avete letto.
Sì, perché sono le chiavi che hanno conservato i miei nonni il giorno in cui furono costretti a lasciare le loro case. Servivano per aprire le porte di quelle abitazioni dalle quali sono dovuti uscire sotto la forza delle armi.
E il portapenne vuoto è quello in cui appoggio la penna con la quale sto scrivendo queste righe.

Le hanno portate con loro, le hanno lasciate a me, la terza generazione che vive lontano da casa. Sì, perché sto bene a Scilla, è un bel paese. E questa, da dove scrivo, è la mia casa, ma non è casa mia, della mia famiglia.
Se chiudo gli occhi, casa mia è nella terra dei miei nonni, è in Palestina.
Spero, un giorno, di poterci andare, di poter usare di nuovo quelle chiavi, aprire le porte di quelle case. E porterò con me anche questa penna, per poter scrivere di un giorno che resterà nella storia. Perché è una storia, quella del popolo palestinese, che non può essere cancellata, ma sarà ancora tutta da raccontare.

 

Questa che segue è la traduzione della testimonianza diretta di Mahmoud Salah, che ha ispirato il racconto che avete letto.

Ho perso la mia dignità come uomo. Ho perso il mio futuro. Ho perso la mia terra.

Immaginate di essere costretti  con la forza ad uscire da casa vostra…di essere rimpiazzati da qualcun altro. E’ quello che è successo a Mahmoud Salah. E’ originario di un villaggio palestinese chiamato Sar’a (pron. Sarà), nel sottodistretto di Gerusalemme.

– Ricordo il villaggio, vivevamo come una famiglia molto felice, in un villaggio molto felice.

Ma poi arrivò il 1948

– Il villaggio è stato invaso da ovest.

Mahmoud ha 86 anni ed è un sopravvissuto alla Nakba (النكبة, la catastofe). E’ uno degli oltre 750.000 palestinesi che fuggirono o furono espulsi dalle loro case durante la creazione dello Stato di Israele. Mahmoud aveva 16 anni quando fu costretto a lasciare il suo villaggio.

– La Haganah (l’esercito del pre-stato israeliano) decise di prendere questo villaggio, il nostro villaggio. Il villaggio dietro di noi fu quasi distrutto, e la gente che lo abitava venne con noi, di villaggio in villaggio, uno dopo l’altro.

 A causa dell’esodo la famiglia di Mahmoud non potè portare molto con sè.

– Lasciai tutto lì. Lasciammo tutto.

Mahmoud e migliaia di altri continuarono a cercare posti in un cui stare temporaneamente, sperando di tornare ai loro villaggi.

– Ero qui e dicevo (al mio cuore): torneremo.

Furono senza casa per lungo tempo e soggiornarono in diversi campi profughi

– Eravamo molti, molti villaggi, (a stare) sotto gli alberi, nelle grotte, aspettando soltanto quando tornare. Avevamo fame. Non avevamo niente da mangiare.

Da giovane rifugiato, Mahmoud divenne depresso, guadagnava solo 15 centesimi al giorno

– Scrissi una lettera alla United Nations Relief Agency [agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione, oggi UNRWA] a Beirut. Dissi loro: ho bisogno di un lavoro, ho bisogno di aiuto. Se non  trovo un lavoro, mi ucciderò.

Provò a trovare lavoro in un campo profughi per 5 anni e mezzo. Mahmoudalla fine si diresse in Colombia, in un viaggio via mare che durò diverse settimane. Vi rimase per quasi 5 anni. Quasi vent’anni dopo aver lasciato il suo villaggio, arrivò in America (Stati Uniti).

– Amo questo paese, ma a volte ho qualche problema. A volte ti chiamano con nomi… ma questo paese è ancora il migliore che conosca.

Poiché ha il passaporto americano Mahmoud è potuto tornare e visitare il sito del suo villaggio.

– Quando tornai, andai al villaggio. Non vidi un villaggio. Non c’è nessun villaggio. Provai tristezza e cominciai a piangere. Ma ho portato il villaggio qui…nel mio cuore. Ancora adesso [stando con gli occhi chiusi] vedo la strada del villaggio, vedo le case nel villaggio. Vedo ogni cosa nel villaggio.

Seppur abbia trovato una nuova casa in America, gli manca ancora molto la Palestina e vorrebbe poter “tornare a casa”.

– Questa è la mia casa, ma non è casa mia. Casa mia è Sar’a. Non sento che questa (casa) mi appartenga. Il mio cuore, la mia mente, i miei occhi, il mio pensiero è ancora in Palestina.

A cura di Francesco Rocco Picone 

Foto di Angela Celeste Costantino – anno 2005

https://www.change.org/p/per-una-pace-giusta-in-palestina

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