25 aprile, al Cairo

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Erano un centinaio. Non di più. Un centinaio di manifestanti (pacifici) in una delle piazze più conosciute del centro residenziale del Cairo. Piazza al Messaha. Per chi ha vissuto al Cairo, la piazza dove ci sono una delle migliori pasticcerie della città, il McDonald e il Goethe Institut. Una piazza della media borghesia egiziana, in un quartiere comeDoqqi, che è lo stesso dove viveva Giulio Regeni.


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Il centinaio di manifestanti – dicono i testimoni che usano twitter, in questo caso il mezzo più veloce per comunicare – è stato disperso dopo appena 15 minuti di dimostrazione. A suon di lacrimogeni. Ci sono contusi e feriti, scrivono i testimoni. Basta collegarsi e cercare lo hashtag #April25. Altra manifestazione a Nahya, a Mohandeseen. Non è casuale, certo, che le piccole manifestazioni si siano svolte a mo’ di flash mob nella cintura dei quartieri residenziali attorno al grande centro storico del Cairo. Il centro del Cairo oggi, 25 aprile, viene definito dai giornalisti sul posto presidiato (assediato?) dalle forze di sicurezza, che già nei giorni scorsi avevano compiuto retate contro gli attivisti, come denunciato da molte associazioni di difesa dei diritti civili.

Perché? Perché il 25 aprile è una delle ormai tante date considerate sensibili in un Egitto sempre di più sotto la morsa del regime. Nessuna possibilità di manifestare a piazza Tahrir nella Giornata del Sinai, la giornata in cui si ricorda la restituzione totale della penisola del Sinai nel 1982 da parte di Israele all’Egitto, dopo la guerra del 1973. Le manifestazioni indette per il 25 aprile dovevano testimoniare al regime di Abdel Fattah al Sisi l’opposizione all’accordo recentissimo con l’Arabia Saudita, e cioè la cessione delle due isolette che chiudono lo stretto braccio di mare del Golfo di Aqaba, una lingua d’acqua nel Mar Rosso sulla quale si affacciano quattro Stati dai rapporti delicatissimi, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Egitto. Le isolette sono a dir poco importanti, su quel tratto di mare, e la loro cessione non viene ritenuta solo un cedimento dal punto di vista del nazionalismo egiziano, un sentimento profondo e prepotente. Viene ritenuto un cedimento a due dei vicini: l’Arabia Saudita, accusata di essersi comprata le due isolette a suon di miliardi di dollari di sostegno al regime di Al Sisi. E a Israele, che attraverso l’Egitto ha teso i fili di un rapporto con i sauditi, già pronti nel 2015 – secondo indiscrezioni di stampa –  a cedere il proprio spazio aereo nel caso di un attacco dei caccia israeliani contro l’Iran.

Evidente, comunque, che la questione delle isolette di Tiran e Sanafir va oltre i sentimenti nazionalistici. Le piccole e coraggiose manifestazioni del 25 aprile lo dicono chiaramente. In piazza c’erano gli attivisti (alcuni della rivoluzione del 2011) che hanno sfidato non tanto i lacrimogeni, quanto gli arresti, compiuti anche stavolta. L’Egitto non è stabile, e il regime di Al Sisi teme anche queste manifestazioni di un centinaio di persone, così come Hosni Mubarak metteva in campo le forze di sicurezza per impedire manifestazioni di appena cinquanta persone. Con la differenza che, prima di questo regime, c’è stato Mubarak e c’è stata una rivoluzione.

Le cifre del 25 aprile non sono definitive, ma già si parla di almeno cinquanta arresti. Cinque i giornalisti arrestati. Due i giornalisti stranieri fermati. Mentre la stretta sulla libertà di stampa si vede anche nella pressione durissima sulla Reuters, per i servizi realizzati negli ultimi giorni.

Good morning, Egypt.Sabah el Kheir, umm al dunya

 


Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, per Feltrinelli, Arabi Invisibili, Hamas, Gerusalemme senza Dio. Ha scritto un testo teatrale, Cafè Jerusalem

 

25 aprile, al Cairo

http://www.invisiblearabs.com/2016/04/25/25-aprile-al-cairo/

 

 

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