250 milioni di euro al Libano-Aiuti direttamente alla popolazione-Ancora scontri

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tratto da: https://www.remocontro.it/2020/08/10/250-milioni-di-euro-al-libano-aiuti-direttamente-alla-popolazione-ancora-scontri/

Remocontro Remocontro  10 Agosto 2020

 

 

250 milioni di euro il prima possibile e in totale trasparenza. Lo hanno deciso i 30 leader e rappresentanti di istituzioni internazionali riuniti in una videoconferenza voluta dal presidente francese Macron e sostenuta dall’Onu. I leader hanno risposto alla chiamata del Papa che aveva chiesto generosità.

Aiuti direttamente alla popolazione

Macron aveva chiesto che gli aiuti dovessero essere consegnati il prima possibile, ma “direttamente” alla popolazione libanese. Questo uno dei nodi alla vigilia della videoconferenza. Con il Libano già preda di una profonda crisi economica e politica, nessun Paese donatore aveva intenzione di firmare un assegno in bianco, e poi a chi, con un Paese in cui politica e governo si organizzano ormai per fazioni? Ed è stato deciso, gli aiuti saranno gestiti dall’Onu attraverso le sua agenzie e consegnati “direttamente” alla popolazione.

Emergenza sull’orlo del precipizio

«Bisogna fare il possibile affinché non prevalgano il caos e la violenza», il segnale tra i donatori. E nel corso della giornata si sono susseguiti gli annunci sulle donazioni dei singoli Paesi: 63 milioni dalla Commissione europea, 50 milioni dalla Francia, 20 dalla Germania, poco più dalla Gran Bretagna. Un totale di 250 milioni di euro per la ricostruzione di Beirut che, secondo gli economisti, spazzerà via il 25% del Pil. Una cifra più alta di quei 117 milioni di dollari stimati necessari dalle Nazioni Unite subito per rimettere in sesto ospedali, infrastrutture e case distrutte.

Inchiesta indipendente sul disastro

Inchiesta indipendente sul disastro, hanno ripetuto Macron e Michel dell’Ue, che nei giorni scorsi già ne avevano parlato con le autorità libanesi, e lo ha chiesto anche Trump esortando «il governo a condurre un’indagine completa e trasparente, per la quale gli Stati Uniti sono pronti a portare il loro aiuto», ma l’immediato sospetto di attentato fatto proprio da Trump e poche ore dal disastro (poi la smentita del Pentagono), fanno temere possibili strumentalità esterne. E il presidente libenese Aoun insiste sull’inchiesta interna.

Orteca e il fronte israeliano

«Gli israeliani hanno alzato la guardia cercando di capire se dietro il disastro non  ci sia qualche “manina deviata”. Ovviamente i servizi segreti di Gerusalemme pensano ad Hezbollah e ai miliziani sciiti. Anche se, per la verità, non si capisce quali interessi potrebbero avere i seguaci dello sceicco Nasrallah nel condurre un simile attentato che ha infiammato gli animi di tutta la popolazione libanese. «Nella zona del porto di BeirutHezbollah non ha mai tenuto né armi né depositi di munizioni o di altre risorse -ha detto Nasrallah-.  Non sappiamo niente e siamo i primi a chiedere al governo che faccia chiarezza su questo terribile incidente».

Perplessità sull’attentato  

«In effetti, anche i servizi segreti israeliani sono perplessi sull’argomento e lo stesso atteggiamento pare che abbiano assunto gli altri servizi di intelligence occidentali e, paradossalmente, se non si dovesse trattare di un attentato, i tempi per il governo si farebbero ancora più gravi perché vorrebbe dire che l’ecatombe è stata provocata solo ed esclusivamente da banali negligenze di gente inadatta a ricoprire posti di responsabilità. Il massacro del porto di Beirut è l’epilogo di un periodo nerissimo per tutto il Paese dei cedri, praticamente in default non riuscendo a ripagare i debiti sovrani».

Il Libano che chiede la forca

«In Libano non c’è democrazia. Il che è normale, in Medio Oriente. Però c’è più libertà che in tutti i Paesi vicini, tranne Israele. Solo che è una libertà a coriandoli: ciascuno è libero, basta che sia protetto da una cosca, una setta, una milizia», spiega Mariano Giustino sull’UffPost. «I deputati sono divisi per religione: metà ai musulmani e metà ai cristiani. Le percentuali sono fisse, così come le più alte cariche statali: premier sunnita, presidente cristiano, presidente del Parlamento sciita. In realtà è un regalo ai cristiani, che non superano il 35%. Sunniti e sciiti hanno il 30% ciascuno, ai drusi il restante 5%».

Si chiama “libanizzazione”

«Così la definisce il dizionario Garzanti: “Condizione di estrema disgregazione della vita politica, nella quale, essendo del tutto assente il potere dello stato, il controllo del paese è affidato allo scontro di fazioni armate”. Etimologia: “Situazione determinatasi in Libano negli anni ’70-’80 del ’900”». «In questo senso ha ragione il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, che ha confuso il Libano con la Libia (chissà se conosce la Liberia). A Beirut come a Bengasi, e a Tripoli come a Tripoli (ce n’è una in Libia e una in Libano, a parziale discolpa dell’apprendista geografo Manlio), comandano le milizie».

In Libano non esistono politici

«Gli ultimi degni di tal nome sono stati fatti saltare in aria, com’è normale a quelle latitudini: nel 1982 Bashir Gemayel, presidente cristiano; nel 1987 Rashid Karame e nel 2005 Rafiq Hariri, entrambi premier sunniti. Pierre Gemayel, nipote di Bashir, è stato mitragliato a morte nel 2006». Gli altri sono soltanto capi fazione (e anche un po’ ‘datati’), la cui autorità non va oltre l’ambito del proprio gruppo religioso. «Ora le dimostrazioni di piazza riprendono, con disperata genericità: “Via i politici corrotti e incompetenti!” “Forca per i responsabili dell’esplosione al porto!”. Può darsi che si spengano nel nulla, oppure che provochino un bagno di sangue».

Tragedia storica in replica

«Un milione e mezzo di profughi siriani, infatti, sono sfollati in Libano, ripetendo il disastro dell’esodo palestinese. Mezzo secolo fa centinaia di migliaia di palestinesi scapparono a Beirut dalla Giordania dopo la strage del Settembre nero 1970. Allora il Libano era lo stato più ricco, sofisticato e cosmopolita del Medio Oriente, e Beirut la sua Monte Carlo. Dubai e Abu Dhabi erano ancora villaggi di poveri pescatori. Ma l’arrivo dell’Olp di Arafat sconvolse il fragile equilibrio del Libano, e provocò la guerra civile più lunga della storia: 15 anni, 150mila morti, diaspora di sei milioni di libanesi».

Lebanese protesters, enraged by a deadly explosion blamed on officials’ negligence, clash with security forces for the second evening near an access street to the parliament in central Beirut, on August 9, 2020. (Photo by JOSEPH EID / european afp / AFP) (Photo by JOSEPH EID/european afp/AFP via Getty Images)

Dal 1990 il generale cristiano Aoun

«Per dare l’idea del problema Libano: su sei milioni di abitanti, due milioni sono profughi. Come se l’Italia ne avesse 20 milioni. Ammassati in una superficie più piccola dell’Abruzzo. Eppure il Libano non è l’inferno. È un paradiso. Il cielo è più azzurro che a Napoli, i tramonti più rosa che a Roma. Basta salire da Beirut sui monti retrostanti, e le foreste dei cedri profumano più dei pini di Cortina. Basta andare a cenare nella baia di Jounieh, e le serate mediterranee sono più dolci che in Costa Smeralda o Azzurra. La valle della Beqaa, che porta in un attimo a Damasco, è più verde della campagna toscana».

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LE SCONVOLGENTI IMMAGINI SATELLITARI SUGLI EFFETTI DELL’ESPLOSIONE

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