7 REPORTS DALLA SIRIA (di Marinella Correggia)

7) 21 maggio 2013

L’OPPOSIZIONE “PATRIOTTICA” CRITICA INGERENZE E INFORMAZIONE UNILATERALE (7)

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Marinella Correggia, Damasco

Ali Haydar è il ministro della Riconciliazione in Siria. Fa parte del Partito della volontà popolare che è all’opposizione in parlamento,dopo le elezioni legislative del 2012. Forse la sua nomina è anche dovuta al fatto che ha perdonato chi gli ha ucciso il figlio, quasi due anni fa, agli inizi della “rivolta”. Era uno studente di medicina e, dichiarò suo padre, era con chi voleva il cambiamento, ma invitava a evitare la violenza, così fu considerato un agente del regime. Quel ragazzo non è stata l’unica vittima della riconciliazione. Fra gli altri il dr. Lahham, presidente del parlamento (e suo padre era stato ucciso ad Hama negli anni 1980 perché lavorava per il dialogo, dopo i fatti sanguinosissimi di allora– repressione governativa del fratelli musulmani che si erano sollevati in armi). Stesso destino per il figlio, anch’egli studente, del gran muftì Hassoun; quest’ultimo è considerato un traditore perché pur essendo sunnita non appoggia la rivolta armata. Abbiamo incontrato il muftì e ha detto che lui e sua moglie hanno perdonato.
Anche l’ultraottantenne imam Al-Bouti, sunnita, è stato ucciso perché chiedeva di deporre le armi e avviare il dialogo.
I tre “no” dell’opposizione costruttiva che rifiuta la “Coalizione di Doha”
Ali Haydar fa parte di quella che si definisce “opposizione costruttiva”. A Damasco, la delegazione internazionale in appoggio alla Mussalaha, guidata dal premio Nobel Mairead Maguire ne ha incontrato vari esponenti. I quali si dicono indignati perché occidente e petro-monarchie riconoscono come unici interlocutori e rappresentanti del popolo siriano la “distruttiva” opposizione, esterna, anche nel senso che è foraggiata da fuori ed eterodiretta: la pomposamente autonominatasi “Coalizione della rivoluzione siriana e delle forze dell’opposizione”, meglio nota come “Coalizione di Doha” – visto che è nata sotto le ali del Qatar. “Quella Coalizione parla molto di democrazia ma la dimentica definendosi unica rappresentante del popolo siriano. Abbiamo lottato per decenni per eliminare il monopartitismo del Baath e adesso vogliono fare lo stesso. In Siria ormai il pluralismo è una realtà. E fin dall’inizio della crisi, diciamo anche che il dialogo è una possibilità, l’unica costruttiva” dice Kadri Jamil, curdo, deputato del Partito della volontà popolare che ha partecipato per la prima volta alle elezioni nel maggio 2012. Adesso è vice-primo ministro, di una specie di governo di unità nazionale, una “scelta temporanea, non vuol dire che non continuiamo a essere all’opposizione”. Pare che sia stato indicato fra i politici che dovrebbero negoziare con l’opposizione, in vista della conferenza di Ginevra proposta da Russia e Usa.
Prosegue Jamil: “Il paradosso è che i vostri paesi riconoscono questo corpo estraneo di espatriati che è la Coalizione e non riconoscono noi come rappresentanti del popolo siriano. Forse perché la crisi siriana è uno specchio dei problemi dell’Occidente”.
Chiede Qadri Jamil: Chi è il pazzo? Quello che vuole il dialogo o quello che vuole perdere la Siria nella guerra? Ci sono persone che sono state in carcere per anni eppure adesso dicono ‘vogliamo cambiare la Siria, non distruggerla’. Rifiutiamo di scegliere fra l’intervento esterno – Iraq, Libia sono lì a servire da monito – e il lasciare le cose come prima. C’è una terza via. Speriamo nell’accordo fra il russo Lavrov e lo statunitense Kerry, per una soluzione pacifica”.
E poi “La Siria deve trovare una sua via, diversa dai rubbish governments (governi spazzatura, ndr) dei paesi arabi dominanti. E’ un mosaico naturale e ha un retaggio antichissimo. Le forze che perseguono solo il potere e usano la violenza si stanno isolando; c’è un riallineamento di forze sui due lati, fra chi usa la ragione. Ci sono in Siria due tipi di militanti dell’opposizione armata: quelli della linea dura e i ragionevoli. Con loro, se depongono le armi, siamo pronti a dialogare”.
D’accordo con lui un ex detenuto politico – ho dimenticato poi di chiedere conferma sul nome! – che entrato giovane in prigionie, adesso pensa che “tutto soffre in Siria perfino le piante e Vogliamo costruire, ma senza armi, una Suriya jadida, una nuova Siria. Tutto il resto si può discutere, compresa la presidenza. Chiediamo ai media di usare i due occhi di cui siamo naturalmente dotati e non uno solo”.
L’architetto Rami Kabbani e Mazen Mughrabya, , esponenti del Third Current, ci fanno uno schemino delle “scatole” dei vari partiti e delle coalizioni che li contengono. Ma prima ci dicono quali sono i punti d’unione: “Rifiuto dell’islamizzazione del paese; rifiuto della violenza; rifiuto dell’ingerenza esterna e delle sanzioni”. Insomma: le opposizioni patriottiche – rappresentate in Parlamento oppure non ancora – sono riunite nella Alleanza per il cambiamento pacifico, che contiene vari partiti, fra cui Third Current, e il Fronte nazionale per la liberazione e il cambiamento, all’interno del quale sta poi il Partito della volontà popolare di Qadri Jamil per l’appunto.
“I vostri governi occidentali, come le monarchie del Golfo, hanno riconosciuto come unico rappresentante del popolo siriano la Coalizione nata a Doha da gente che vive all’estero, e aiutano in tutti i modi dei gruppi violenti telecomandati da fuori che stanno distruggendo la Siria. Questa posizione è un insulto agli abitanti di questo paese, a quelli che stanno con il governo, a quelli che si riconoscono nella nostra opposizione patriottica e pacifica, e a quella maggioranza silenziosa che spera soprattutto che finisca questa guerra per procura ” dice deciso Rami Kabbani.
Un membro della delegazione nonché esperto di giornalismo di pace (il contrario insomma di quel che praticano gli inviati di guerra) chiede a Qadri Jamil che cosa farebbe, una volta al potere, delle fonti del conflitto: “Dal 2005 noi continuiamo a ripetere che la nuova politica socioeconomica, all’insegna di aperture neoliberiste, era sbagliata. Questi problemi interni però sono stati sfruttati da forze esterne e va detto che la Siria è da sempre nel mirino (anche di Israele, e si pensi all’occupazione delle alture del Golan). Come mai paesi che non hanno nemmeno una costituzione (mentre la Siria ce l’ha dal 1920, prima costituzione e primo parlamento nel mondo arabo) contribuiscono a fomentare questa tragedia siriana? Non è certo per la democrazia!”.
Anche Firas Nadim, esponente del Partito siriano democratico, accogliendo la delegazione a nome dell’”assemblea generale” del suo neonato partito (quanti saranno…?) spiega che la crisi ha le sue origini anche nella marginalizzazione di una parte del popolo, ma l’intervento esterno sfrutta la situazione e ha depistato tutto: “Temiamo una trasformazione della crisi siriana da politica a sociale, con un crescente gap all’interno della popolazione e con la deriva verso una vera e propria guerra civile, pretesto per un intervento esterno ancora più ampio magari con la scusa del terrorismo, per servire interessi esterni. Chiediamo a tutte le parti di controllarsi e ricordiamo che l’unica soluzione è nel dialogo fra tutti gli elementi della crisi”.
Tutti sono d’accordo che la grande maggioranza silenziosa del popolo siriano non ne può più e vuole la salvezza nazionale. La violenza porta solo alla morte.
Incontro con Salam, del Partito comunista unificato

Ai partiti dell’opposizione abbiamo chiesto quali sono i rapporti con gruppi neln presenti nell’Alleanza delle forze dell’opposizione. Da un lato, il Coordinamento democratico di Haytham Mennaa, l’opposizione non armata più conosciuta all’estero, e dall’altro con i due partiti comunisti che sono nel Fronte governativo, anche se criticano la politica neoliberista degli ultimi anni.
Rispondono altri esponenti dell’Alleanza per il cambiamento pacifico: “Haytham Mennaa e il suo coordinamento è molto vicino alla nostra alleanza, e l’abbiamo contattato per una conferenza dell’opposizione interna. Ma siamo aperti perfino a chi depone le armi, non tutti sono Al Qaeda fra i gruppi armati! Anche il governo deve sapere che il linguaggio militare non è quello giusto. Dobbiamo preservare quel che rimane della Siria”. E quali sono i rapporti con i partiti comunisti dentro la compagine di governo, visto che Qadri Jamil ha un passato comunista? Risposta del comrade (così tuttora si chiamano fra loro) Fadeh Jammus del Partito comunista dei lavoratori che è nell’Alleanza per il cambiamento pacifico: “Loro sono nel governo noi all’opposizione. Abbiamo comunque un buon rapporto con uno dei due”.
Si riferiscono al Partito comunista unificato (autore nel febbraio 2012 di un ottimo documento che chiamava alla riconciliazione nella sovranità, quando Mussalaha non era ancora nata o nota). Ho incontrato di nuovo un giovane esponente di questo partito: Salam Abdallah, madre russa, cronista (e raccoglitore di olive stagionale per autofinanziare le attività politiche).
Salam è senza dubbio per l‘unità dei comunisti, spezzettati in Siria come altrove. E’ molto critico rispetto al governo, ma non perché creda alle “atrocità e all’esercito che uccide il popolo”. A questo, anche nell’opposizione non si crede (vedi oltre). E’ critico rispetto alla politica economica, oltre che agli errori iniziali di fronte alle proteste scoppiate nel marzo 2011. Ed è anche convinto che nella tragedia ci sia una componente di “guerra di classe”. “Ci sono ragioni economiche nella protesta, ma non c’è prospettiva strategica. E comunque subito c’è stato un dirottamento da fuori, nessuno può pensare che paesi come il Qatar o l’Arabia Saudita sostengano una rivoluzione di classe! E’ evidente il ruolo delle risorse energetiche e della posizione strategica della Siria. Quanto agli Usa temo che il riconoscere che ci sono terroristi operanti in Siria, possa essere una scusa per un intervento militare”.
Il governo ha molti torti ma il suo partito continua a stare nel Fronte, “perché non possiamo rinunciare all’antimperialismo, alla lotta contro Israele e al socialismo, anche se al mondo si è finora attuato solo a Cuba. Ma deve cambiare tutto, e occorre, una volta usciti dalla guerra – ma non so quando succederà – una ricostruzione nella giustizia”. Salam pensa in primo luogo alle campagne, colpite per anni dalla siccità e poi dalle politiche neoliberiste.
Cosa ci chiedono tutti
Cosa ci chiedono? Qadri Jamil: “Alle forze di pace non siriane chiediamo di aiutarci a evitare che i musallahin (gruppi armati, ndr) entrino in forze in Siria da decine di paesi. Ne abbiamo ormai circa 40mila”. (Anche alcuni narcotrafficanti wahabiti bosniaci ora combattono in Siria– ma non c’è contraddizione fra il rivendicare la purezza dell’islam e lo spacciare droga?).
Se di questi soggetti ci liberiamo e se certi paesi smettono di finanziarli, saremo capaci di risolvere la crisi da soli. Non c’è possibilità di dialogo con questi stranieri che non combattono per la Siria. O se ne vanno, o si arrendono, o l’esercito non può che eliminarli, è questione di difesa della sovranità nazionale”. Quindi chiedete la non ingerenza; niente invio di armi, e frontiere bloccate al passaggio di jihadisti. Quanto alle sanzioni? “Le sanzioni economiche devono essere tolte perché fanno soffrire la popolazione, prolungano la crisi e aiutano le fazioni della linea dura su entrambi i fronti”.
I diritti umani e le violenze
I partiti dell’opposizione “patriottica” denunciano anche la demonizzazione dell’esercito e delle forze di sicurezza, a opera di media di parte e anche di Ong internazionali che ascoltano senza prove una sola campana. Dice Rami Kabbani: “Sono moltissimi i casi di manipolazione. Non dico che dei soldati non si siano resi responsabili di crimini, magari per vendicare commilitoni sgozzati. Ma non è una politica decisa dall’alto. E che mirino espressamente ai civili, agli ospedali, alle case, alle code per il pane, questo no. Ci sono così tante denunce non confermate che è impossibile contarle. Rifiutiamo di accusare l’Esercito siriano nel suo insieme. C’è un tentativo evidente da due anni di spacciare per ‘prevenzione dei massacri’ e ‘protezione dei civili’ le richieste di intervento militare esterno e il passaggio di armi all’opposizione armata. Falsità, ipocrisie. Questo può solo aumentare la violenza e la distruzione”.
Per l’opposizione che abbiamo incontrato, l’esercito arabo siriano ha tuttora un grande ruolo, malgrado i suoi errori, perché “c’è da mantenere la sovranità del paese e per questo ci possiamo affidare solo all’esercito nazionale”. Anche se “occorre l’incubatrice del popolo” o l’esercito da solo potrà poco. In ogni caso c’è la convinzione che la Siria potrebbe collassare se l’esercito non fosse più in grado di difendere il paese da stati esterni e dai mercenari.
Sui crimini, Rami propone: “Siamo certi che per fare giustizia rispetto a chi ha commesso crimini, occorrano questi passi: primo stop agli scontri, andare verso il dialogo nazionale e formare un governo di transizione che comprenda tutte le parti – solo quelle siriane ovviamente – e che si dedichi anche a compiere indagini serie e non di parte sui responsabili delle violenze, appunto nel mantenimento della sovranità nazionale”.
Abbiamo incontrato un altro gruppo dell’opposizione parlamentare, impegnato in una “Commissione informazione” che intende lavorare sulla propaganda mediatica e che è disponibile ad aiutare nella ricerca della verità. Purtroppo ho perso gli appunti che si riferivano all’incontro (e anche gli indirizzi). Ma è da sottolineare che una dei membri di questa “Commissione” ci ha comunicato: “Ho proposto di protestare davanti al ministero dell’informazione, per la sua incapacità di contrastare efficacemente la manipolazione mediatica internazionale ai danni della Siria”.

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6) 19 maggio 2013

SANZIONI, INVIO DI ARMI, USO DELLE VITTIME… (6)

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Marinella Correggia, Damasco

Non erano ancora sanzionati direttamente dagli Usa quando hanno incontrato a Damasco la delegazione internazionale in sostegno al movimento siriano Mussalaha (Riconciliazione). Parliamo della tivù siriana Al Dunya, del ministro della Sanità Saad Nayef e del ministro della giustizia Najim Ahmad. E’ ora proibito ai cittadini statunitensi di intrattenere rapporti economici con questi “cattivi soggetti” siriani. E’ improbabile che di rapporti in corso ce ne siano e quindi in sé il provvedimento è più politico che economico.

Ma, ad esempio, la tivù Al Dunya (privata, anti-opposizione e impegnata a contrastareAl Jazeera e al-Arabiyacon programmi tipo “sveliamo le menzogne mediatiche sulla Siria”) è stata oscurata in occidente e non può essere vista via satellite. Il che viola il diritto alla libera espressione del pensiero.

Ben altre illegalità, comunque, commette in Siria la “comunità internazionale”, o meglio il poligono (di tiro) dei buoni; senza ricevere la minima punizione.

Ce ne hanno parlato esponenti governativi e dell’opposizione patriottica, operatori umanitari locali e – a loro  modo – le vittime.

Per chi suona la campana. Le sanzioni che peggiorano le distruzioni

L’emergenza è totale. Umanitaria, occupazionale,economica. E’ un miracolo che la macchina della nazione vada avanti.  E che le persone che vediamo nelle strade continuinoa lavorare, camminare, andare a scuola e giocare nel caso dei bambini. Le sanzioni economiche europee contro la Siria prevedono, fra l’altro, un embargo petrolifero (fanno eccezione, da fine aprile, le regioni controllate dai “ribelli”, che possono esportare gli idrocarburi, concentrati proprio in quell’area – come i pozzi petroliferi nella Cirenaica libica, guardacaso).

Le sanzioni Usa, Ue e del Golfo colpiscono tutta l’economia siriana aggiungendo danni a quelli della guerra. Il Pil è sceso di quasi il 30% secondo l’Economic and Social Commission for Western Asia-Escwa delle Nazioni Unite.  E per via delle restrizioni imposte alle banche siriane e alle agenzie commerciali, le istituzioni internazionali sono restie a finanziare l’importazione di derrate:questo mentre gli scontri e le difficoltà limitano la possibilità di coltivare. La produzione di cereali essenziali si è dimezzata e il paese ha perso la sicurezza alimentare, già intaccata da anni di durissima siccità.

Piove sul bagnato, anzi il contrario. Perché le sanzioni colpiscono mentre c’è più bisogno di assistenza pubblica per via degli sfollati e delle vittime del conflitto, e mentre tante infrastrutture civili sono danneggiate o distrutte.

Si pensi a quelle sanitarie. Per il ministro della Sanità “A causa delle sanzioni non riusciamo più ad avere pezzi di ricambio. Hanno come obiettivo il cambiamento di regime. Ma colpiscono la popolazione”.Comunque l’infrastruttura sanitaria ben sviluppata, e lo stoccaggio di medicine accumulate prima della crisi permettono di far ancora fronte alla situazione, secondo un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Il ministro ha detto alla delegazione che 87 addetti del ministero (autisti, medici, infermieri,impiegati) sono stati uccisi, 98 feriti e 22 rapiti; che sono danneggiati dalla guerra decine di ospedali e centri medici (la Siria ha 124 strutture ospedaliere, 92 delle quali pubbliche, e 1.900 unità mediche sparse fra città e villaggi), che 170 ambulanze sono state distrutte. Almenodieci fabbriche di medicinali (che la Siria esportava in 50 paesi) sono state saccheggiate. Il ministro accusa i “terroristi” (l’opposizione armata) di attaccare con premeditazione strutture e addetti.  Ci mostra un video con edifici danneggiati commentandolo: “Ospedale Al Salamiya ad Hama: danneggiato da un’autobomba. Ospedale franco-siriano a Damasco: colpito da un’autobomba. Due giorni fa l’ospedale Zahrawi è stato occupato da terroristi mentre una donna era sotto anestesia e un’altra stava partorendo. Hanno dovuto essere portate via d’urgenza”. E“siamo impegnati a offrire il servizio medico a tutti senza distinzioni. Ci sono dei posti sotto assedio con donne e bambini. Facciamo del nostro meglio per cercare di consegnare gli aiuti.  Dove non possiamo, arriva la Red Crescent e alcune organizzazioni non governative”.

Domanda: ministro, lei sa che l’opposizione e anche Ong umanitarie internazionali (come Human Rights Watch) accusano il governo di fare il tirassegno aereo contro ospedali e ambulanze? “E’ un’accusa incredibile. Come potremmo distruggere delle proprietà pubbliche e a che ci servirebbe? Al contrario, cerchiamo di raggiungere tutti con gli aiuti”.  Il solito Pirandello siriano, una verità di segno opposto a seconda dell’interlocutore. Ma più tardi, un operatore locale che vuole restare anonimo ci spiegherà: “Quando un centro medico cade nelle mani dell’opposizione che ne fa una base militare, il governo si assicura che i civili siano evacuati e poi colpisce”.  E’ poi probabile che gli ospedali da campo dei ribelli siano colpiti, anche perché indistinguibili in quanto tali.

Molte industrie non possono funzionare per mancanza di pezzi di ricambio o perché danneggiate negli scontri, spiega Marwa Eitouni, della camera di commercio di Damasco che annuncia un ricorso internazionale per danni.Sembra che la principale industria della carta del medo Oriente, a Der Ezzor, joint-venture pubblico-privata, è stata distrutta.  Marwa partecipa alla Mussalaha, ha convinto decine di “ribelli” della sua area a deporre le armi. Un’operazione impossibile, però, con i circa 50mila mercenari jihadisti d’importazione. E a proposito…

Invio di armi, passaggio di jihadisti ed embarghi

Lo ha detto perfino il ministro degli esteri austriaco, scrivendo ai paesi europei (alcuni dei quali spingono per rimuovere quella parte dell’embargo che impedisce di inviare armi all’opposizione): armare gli anti-governativi sarebbe «una violazione del diritto internazionale e delle leggi di base dell’Unione europea” nonché dei «principi della Carta delle Nazioni unite riguardante il non intervento e l’uso della forza». Per non dire della violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza riguardanti al Qaeda, visto che il Fronte al Nusra, che ne è alleato, agisce fra i “ribelli”.

Lo stesso ci ha detto il ministro della giustizia siriano: “Paesi che dovrebbero seguire le regole dell’Onu e dunque perseguire pace e diritti umani, sostengono terroristi che ci invadono”. E poi, mostrando uno dei tanti video con casi di esecuzioni: “Vogliono instaurare un sistema islamico”. Il Nicaragua, dopo essere stato attaccato per anni dai terroristi della contra, foraggiati dagli Usa, nel 1986 vinse la causa per danni contro il colosso, ricorrendo alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja (quella che giudica gli stati; la Corte penale internazionale – nata ben dopo – giudica invece le persone, per crimini).

Il ministro annuncia in effetti ricorsi internazionali da parte di giuristi siriani: “Contro l’illegalità del sostegno ai terroristi i nostri giuristi stanno preparando dossier per la Corte penale internazionale, per la Corte di giustizia dell’Aja e per tribunali nazionali ed europei”.

Per assurdo, perfino organizzazioni come Amnesty International e  Human Rights Watchnon chiedono ai paesi Nato e petromonarchici di non mandare armi all’opposizione, mentre chiedono un embargo alle armi all’esercito ufficiale.  Anche se inviare armi a un governo è legale, come ha sottolineato il ministro degli Esteri russo Lavrov. Del resto, un esercito ha un compito di difesa nazionale, nel caso della Siria da combattenti stranieri, e da Israele. Senza più armi, come potrebbe fare?

Durante l’incontro con la delegazione di Mussalaha, il ministro della giustizia ha parlato anche delle 5 amnistie promulgate a carico di prigionieri politici o anche oppositori armati che non abbiano commesso fatti di sangue (?). L’ esponente di un partito di opposizione (Third Current) ha chiesto al ministro notizie di prigionieri che “sostengono lo stato e l’esercito, sono patrioti” eppure non si sa che fine hanno fatto. Il ministro risponde in generale: la Croce rossa internazionale visita regolarmente le carceri. E poi, un annuncio epico se sarà rispettato nei fatti: “Alla fine della crisi, chiederò l’abolizione della pena di morte, che del resto durante questo periodo non è stata applicata finora da nessun giudice”.

Emergenza sfollati e assediati

Wasim Fares, funzionario della Mezzaluna rossa siriana (Red Crescent), sostiene che con le donazioni – soprattutto dal Comitato internazionale della Croce Rossa – l’organizzazione riesce a coprire solo il 30% del fabbisogno nell’emergenza, con i suoi  volontari senza i quali il World Food Programme o l’Alto commissariato dell’Onu non potrebbero lavorare sul campo.  Ci sono poi gli interventi dei vari ministeri.

Diciotto volontari dell’organizzazione sono morti negli scontri (Wassim dice che nessuna delle parti li ha uccisi volontariamente; e che in gran parte è successo va opera dei gruppi armati dell’opposizione). E’ talvolta difficile negoziare con i ribelli l’accesso ad aree da loro controllate. Rimane famoso il caso di Baba Amro, agli inizi dell’anno scorso. Finalmente Red Crescent e Croce Rossa internazionale avevano ottenuto da parte dei gruppi armati dell’opposizione  il via libera all’accesso al quartiere, per distribuire aiuti ai rimasti. Ma subito dopo, un altro gruppo, rivale, aprì il fuoco per impedire al convoglio di avanzare. Naturalmente la storia è stata detta in altro modo dai media occidentali: “il regime proibisce l’arrivo degli aiuti umanitari” o qualcosa del genere. Un caso attuale è quello di due villaggi sciiti circondati da aree sotto il controllo dei “ribelli”, i quali impediscono l’arrivo degli aiuti, nemmeno la Red Crescent può entrare. “Ma è il governo a rifornirli direttamente, con elicotteri”.

In Siria secondo la ministra degli Affari sociali Kinda  al Shammat  gli sfollati sarebbero quattro milioni (A questo va aggiunta la necessità di continuare con l’assistenza pubblica ai disabili, agli orfani e ad altre persone in difficoltà. Il tutto in una situazione di penuria alimentare: parte dei terreni non può più essere coltivata a causa degli scontri o della mancanza di input  legata alle sanzioni.

Spiega la ministra: gli sfollati interni sono generosamente ospitati da altre famiglie, o in edifici pubblici adattati all’uopo, soprattutto scuole. A proposito: secondo i dati forniti dal Ministro dell’educazione tempo fa durante una conferenza stampa con organismi dell’Onu, quasi 1.500 scuole sono usate come centri collettivi che ospitano la gran parte degli sfollati. Il 10% delle scuole pubbliche e private sarebbero stati parzialmente danneggiati o saccheggiati.

Nelle aree che il ministro chiama “occupate” dai ribelli, il governo non può entrare ad assistere la popolazione rimasta; ci pensano Red Crescent e organismi dell’Onu.

La politica dell’esodo

Gli spostamenti forzati di popolazioni sono un crimine, quando arrivano a essere deportazioni; e lo abbiamo visto nel caso di Tawergha, la città dei libici di pelle nera cacciati dalle bande armate di Misurata, vittoriose grazie agli alleati della Nato. Un altro crimine internazionale che nessuno ha sanzionato.

Ebbene l’opposizione siriana e diversi governi hanno favorito in tutti i modi l’uscita dalla Siria di moltissime persone che avrebbero potuto spostarsi in luoghi più tranquilli rimanendo nel paese. I numeri ufficiali dell’esodo, gli ultimi pubblicati dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) parlano di 1,5 milioni di persone uscite dai confini siriani (fra di loro anche palestinesi e iracheni accolti dalla Siria nei decenni): 471.677 rifugiati in Giordania; 469.217 in Libano; 347.157 in Turchia; 146.951 in Iraq; 66.922 in Egitto. Queste cifre all’unità vanno forse prese con beneficio di inventario.

E’ netta l’impressione che i donatori occidentali e del Golfo vogliano concentrarsi sui rifugiati all’estero, per una questione politica. Eppure, dicono a bassa voce diversi addetti chiedendo di non essere citati, se le persone rimanessero in Siria potrebbero essere trattate molto meglio. Nel nostro piccolissimo confermiamo, avendo visto i campi dei rifugiati in Libano e il palazzo degli sfollati dell’opposizione a Homs. Sono di pubblico dominio le denunce di casi di stupri e violenze – e c’è chi dice traffico di organi, ma non ci sono conferme – successi nei campi in Turchia. Ma gli appelli a favorire il ritorno in Siria cadono nel vuoto. Conviene usare le sofferenze dei rifugiati, esibirle come prova dei “crimini di Assad”.

Ma è la guerra il crimine. E chi l’ha fomentata?

 

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5) 16 maggio 2013

HOMS E ALTROVE, ESPERIMENTI DI MUSSALAHA (5)

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Marinella Correggia, Homs

Come funzionano in Siria gli esperimenti di mussalaha, la riconciliazione nazionale per la quale è stato nominato un ministro – il parlamentare dell’opposizione Ali Haydar?

Ne abbiamo sperimentato le difficoltà e le speranze in una breve visita a Homs della delegazione internazionale di sostegno alla pace in Siria. Homs, una delle città che l’anno scorso i media occidentali e arabi definivano enfaticamente “martire”, come fecero in Libia con Misurata (i cui combattenti, però, hanno POI deportato tutti i neri della vicina cittadina Tawergha). Prima di arrivarci passiamo, uscendo da Damasco, ad Harasta e Duma, aree calde; sentiamo colpi e ci diranno poi che l’auto della scorta (con vetri antiproiettile) è stata presa di mira, in un punto dove vediamo varie automobili – non blindate –  danneggiate a bordo strada. Chi

I quartieri che attraversiamo non hanno segni di distruzione, semmai di costruzioni lasciate in sospeso, interrotte dall’emergenza. Ci aspettano padre Michel Naaman, prete greco-cattolico (“sono rifugiato anche io, da Khalidiya a Zeidal”), molto impegnato nella riconciliazione insieme allo sheikh Naimi, la cui tribù – 4 milioni di persone – è divisa fra il sostegno al governo e  quello all’opposizione: molto utile per negoziare scambi di prigionieri e restituzione di rapiti. Il lavoro della Mussalaha consiste nel convincere i”ribelli” a deporre le armi. E il governo a rimuovere posti di blocco e rispettare chi smette di far la guerra. Padre Michel è tranquillamente arrabbiato: “La Siria sta sprofondando o forse non c’è già più, uccisa dalle armi, dalle colpe di tutti e dagli interessi di altri, piani di divisione. Adesso ci sono armi ovunque, in tanti entrano con i ribelli o invece con i comitati di difesa popolare”.  La Siria che non c’è più, è anche una foto di padre Michel insieme a una ragazza truccata all’occidentale e a uno sceicco con la kefia.

Il governatore di Homs collabora ma insiste sulla non ingerenza: “Lasciate che la Siria risolva da sé i suoi problemi.  Ogni siriano ucciso è un martire che ha pagato il prezzo della stabilità della nostra patria. Sono fiducioso, qui a questo tavolo sono rappresentate tutte le fazioni. E spero che alla fine l’esercito siriano e l’opposizione combatteranno insieme contro il nemico esterno, i mercenari estremisti che arrivano da mezzo mondo”. Un membro della delegazione chiede “Quale parte della città è controllata dal regime?” Risposta seccata: “Ogni cittadino di Homs riceve gli stessi servizi dallo stato, l’elettricità, l’acqua e il carburante sovvenzionati. Non ha senso parlare di controllo o non controllo da parte del governo”.

Ad Al  Wuar- Homs fra sfollati e propaganda(quella che il mondo accetta)

La mediazione con i “ribelli” si fa ad Al Wuar, considerata una roccaforte degli oppositori . Ha 750mila abitanti, ora diventati un milione per l’afflusso di sfollati da altri quartieri fra i quali Khalidiya, ancora molto caldo. Dopo un posto di blocco non c’è traccia di esercito fra i grandi palazzi in spazi aperti. I quattro soldati che ci hanno fatto da scorta da Damasco  non entrano. Sono gli accordi. Del resto i “ribelli” lasciano entrare per gli aiuti solo membri locali della Red Crescent (Mezzaluna siriana), schierati con loro; così ci dice un fedele ortodosso impegnato nella Mussalaha.

Nella chiesa di Boutros, fra icone ortodosse e donne musulmane velate fino agli occhi arrivate per l’occasione, si alternano le parole di pace. L’invito dei negoziatori di Mussalaha è:“Pensiamo che la Siria è una, un bene prezioso di tutti. Semmai prepararsi alle elezioni, non c’è bisogno di uccidere e dividere!” Ma il compito è difficile . Ci si avvicina Bassam, si dichiara dentista e membro dell’opposizione armata, nel “gruppo di Allah” o qualcosa del genere. Ma non siete un po’ in imbarazzo per l’appoggio ben poco rivoluzionario che vi danno Qatar, Arabia Saudita, Usa, Turchia? “Non sono nostri amici veramente, ci mandano poche armi”. Non volete il dialogo? “Ci armiamo per difendere i civili” è la classica risposta, dalla Libia in poi.

E si capisce quanto la riconciliazione sia difficile subito dopo, con la visita ai duemila sfollati da altri quartieri di Homs. Il primo centro che li ospita è un ex orfanotrofio sunnita per bambini, il secondo è una ex scuola di diritto (o simili). Sul portone il simbolo della Red Crescent e dell’Alto Commissariato. Bambini urlano tutto il tempo: “Il popolo vuole la caduta del governo” (l’uso dei minori è continuo, non solo nella propaganda ma nelle violenze,). Mentre una donna mostra il suo neonato Hanin e molti sfollati del campo fotografano e filmano la “delegazione dell’Onu” (come tale sarà spacciata sui sito pro-opposizione), altri indicano fuori dalla finestra i palazzi circostanti: da lì, dicono, cecchini tirano sul campo. Un’accusa improbabile tanto più che nessun foro viene mostrato, né si danno notizie sulle vittime. Come far loro comprendere che con la propaganda giustificano le ingerenze che prolungano la guerra, dove tutti hanno da perdere?

Nei due palazzi le condizioni sono quelle di un centro per sfollati, con stanze ricavate sui piani grazie a tende che separano una famiglia dall’altra. Ma sono puliti e nettamente migliori dei campi in Libano. Questo ci ricorda le parole di un giovane funzionario della Red Crescent, a Damasco: “I donatori dovrebbero aiutare il ritorno dei rifugiati dai paesi vicini, possiamo avere meglio cura di loro qui”. Ma i rifugiati all’esterno sono usati come arma mediatica.

Torniamo nella chiesa di Boutros per l’assemblea fra rappresentanti di Mussalaha e sostenitori degli armati. I quali insistono in modo non verificabile sui cecchini, sul fatto che Assad uccide tutti, che ogni giorno c’è una bomba, che le forze di sicurezza rapiscono, violentano e uccidono, che ci sono novemila bambini morti in Siria, che da Zahra, area alauita e cristiana, continuano a sparare.  Non una parola sulle violenze commesse dai gruppi armati, anzi, “siamo armati per difendere donne e bambini”, contro le forze di sicurezza e dagli “shabbiha”, come sono chiamati i comitati anti-opposizione.  Insomma, è la propaganda. Tutte le parti in guerra fanno propaganda, ma il mondo dei potenti belligeranti ascolta solo quella che gli conviene. Questa.

I membri locali di Mussalaha sostengono che però i leader dell’opposizione armata accettano di negoziare con il governo la deposizione delle armi.

E’ sbagliato prendere Al Wuar come unico scorcio di Homs che ha milioni di abitanti” ci dirà poi un funzionario di un’organizzazione che deve restare imparziale e non può esporsi. Come non ha potuto andare a Baba Armo per ragioni di sicurezza, la delegazione non ha potuto andare a Zahra, altrimenti avremmo sentito molte accuse, di assedi e atrocità, a carico dell’opposizione. Da Zahra gli abitanti non sono mai andati via, malgrado ogni tanto arrivino i razzi dell’opposizione; è la zona cristiana e alauita per tradizione e l’opposizione non è mai riuscita ad entrarci. Lì si trovano anche i rifugiati di al-Hamidiya, quartiere cristiano in pieno centro storico, sfollato all’arrivo di gruppi armati.

Gli opposti: Marza e “Tora Bora”, Sweda e Jaramana

Fuori Homs, un po’ paese un po’ periferia, ecco Mazr’a, abitata soprattutto da sciiti. Ciuffi di rose e pergolati di viti al di là dei muretti di pietra che proteggono i cortili. Le zone in pace, senza scoppi né tensione, fanno uno strano effetto in questo paese in guerra, ma sono ancora numerose in Siria. A Mazr’a ci sono stati attacchi dall’esterno circa quindici giorni fa ma adesso è tutto calmo. Molte donne con abiti e foulard colorati, bambini con la bandiera siriana e di Hezbollah, e appesi qui e là i ritratti del presidente. Ripartiamo dopo i dolci e il tè, negozianti e muratori salutano lungo le stradine. Come se fossimo davvero portatori di pace.

Molte aree, in pace vivono tuttora. Come Maalula – l’antica cittadina dove si parla ancora l’aramaico e dove non si sono mai fatti la guerra. O come Sweda, capitale dei drusi, area di dolci colline verdi a ulivi e aranci. Là gli unici colpi che abbiamo sentito erano di un martello di falegname e di qualche tuono. Ma sulla strada da Damasco l’autista ci indica a destra quella che chiama la “Tora Bora della Siria”: montagne che avrebbero basi di combattenti, il confine giordano è vicino.

A Sweda i leader drusi sottolineano il rifiuto di un cammino settario e religioso frutto di un complotto. Jumana, giovane giornalista, conferma che le comunità locali vivono intelligentemente in pace ma non riesce a spiegare perché questo non succeda altrove.

Nella Old City di Damasco, in un bellissimo antico centro usato come luogo per incontri pubblici, giovani e adulti presentano le loro iniziative per la mussalaha.  Il loro si chiama Forum per l’armonia nazionale : “Non vogliamo che diventa un’altra Beirut, la nostra Damasco. Così il nostro slogan – davanti agli inviti di certi imam di prendere le armi contro il governo – è stato “lottare dentro la città è un peccato”. Abbiamo visto qualcuno con le armi a Shakkur Street, ma altre persone li hanno convinti a deporle”.  Marwa, una imprenditrice, dal canto suo è riuscita a convincere una sessantina di ragazzi a non fare la guerra.  Ci sono dei gruppi che negoziano la liberazione di rapiti o detenuti. Nel chiostro del palazzo, due ragazzi hanno una maglietta con i colori della bandiera siriana.

Sempre nel centro storico di Damasco, fra turbanti musulmani e turbanti ortodossi, il patriarca greco cattolico Gregorius II Laham per l’ennesima volta chiede pace: “Il popolo della Siria è per la riconciliazione, le armi non sono la via, non bisogna vincere con le armi, si fanno solo tragedia e vittime. La chiamata a nome del popolo e delle vittime è la pace. Basta con le armi e la violenza. Andiamo tutti al dialogo. Mandare qualunque arma all’opposizione indica una volontà di fare più vittime, niente altro. Ormai la Siria è una fiera, con le armi si fa denaro, grazie ai rapimenti e ai furti. Si rischia il caos, ma occorre evitarlo. Sappiamo che il governo è pronto per la pace e la riconciliazione. Bisogna convincere chi è restio”.

Per dare una occhiata alle foto che ho fatto in Siria, clikkate sul link qui sotto:

http://www.flickr.com/photos/36876993@N02/sets/72157633512961432/show/

 

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4) 16 maggio 2013

Appello della Premio Nobel Mairead Maguire all’Italia: “Non boicottate la pace” (4)

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Marinella Correggia,  Damasco

La nord-irlandese Mairead Maguire, premio Nobel per la pace nel 1976, ha guidato una delegazione internazionale a sostegno del movimento siriano Mussalaha (Riconciliazione). Occhi come il cielo d’Irlanda e sorriso buono, al termine della missione Mairead è lieta di rivolgere un appello all’Italia, mentre i tamburi di guerra della no-fly zone risuonano da Roma a Doha, da Istanbul a Parigi e rischiano di ipotecare la prossima conferenza internazionale sulla Siria.

Finora l’Italia si è mossa nell’ambito del gruppo cosiddetto degli “Amici della Siria”, con altri paesi della Nato e del Golfo. Cosa dovrebbe fare invece?

Qui abbiamo visto le sofferenze del popolo siriano, ma anche il suo impegno per il dialogo fra tutte le parti, e la pace. Vi chiediamo di non ostacolarlo, anzi di incoraggiarlo. Chiediamo agli stati di rimuovere le sanzioni economiche che aumentano le sofferenze di una popolazione colpita dalla guerra. Chiediamo di evitare interventi esterni diretti  o indiretti: da fuori non devono arrivare armi o addestramento a combattenti spesso stranieri che uccidono cittadini siriani. Questa ingerenza  impedisce la Mussalaha. La comunità internazionale ha il compito di spingere le parti a un processo di pace, non di soffiare sulla guerra. La Lega araba deve riaccogliere la Siria fra i suoi membri, e i paesi che hanno interrotto le relazioni diplomatiche dovrebbero riavviarle.

L’Italia ha riconosciuto come unico rappresentante del popolo siriano la cosiddetta “Coalizione nazionale della rivoluzione siriana e delle forze d’opposizione” che a dispetto del nome è nata sotto le ali del Qatar e continua a chiedere appoggi militari esterni.

In questi giorni abbiamo incontrato tanti cittadini e politici siriani, di diverso orientamento, di diverse comunità. E tutti, tutti sono molto amareggiati per questo riconoscimento mondiale alla “Coalizione di Doha”: persone che non rappresentano nessuno. Sono un gruppo illegale, eterodiretto, non eletto. Non possono parlare a nome del popolo siriano.

Quali sono i rischi di un allargamento della crisi, in questa guerra per procura?

La delegazione ha incontrato, a Baalbek in Libano, molti rifugiati dalla Siria, fra i quali tanti palestinesi che abitavano là da decenni. La tragedia siriana non mette solo in pericolo l’integrità di questo paese e la sua pluralità culturale e religiosa, ma può destabilizzare anche il piccolo Libano, che accoglie un numero di rifugiati pari a un terzo della sua popolazione. Quanto a Israele, il suo attacco aereo sulla Siria è un atto criminale. Enough is enough, dico a Usa e Israele: abbiamo visto abbastanza guerre!

Come si può fare affinché il popolo siriano possa decidere del proprio destino?

Nessuno da fuori può dettare nulla ai siriani. Bashar al-Assad è finora il presidente, e nessuna potenza da fuori può deciderne la rimozione finché non saranno i siriani a pronunciarsi, con le elezioni. Riconosciamo le legittime aspirazioni al cambiamento, ma le riforme richiedono mezzi nonviolenti.  Abbiamo visto cos’è successo in Iraq: con la disinformazione, con la demonizzazione, si è arrivati a una guerra che ha distrutto il paese. Chiedo al presidente Obama di onorare il suo premio Nobel per la pace, di smettere l’appoggio finanziario e militare ai gruppi armati. Ho  incontrato privatamente anche alcuni “ribelli” che con la Mussalaha hanno deposto le armi. Ho speranza, se cessano le ingerenze.

E il mondo guarda alla Siria: se riesce a trionfare qui, la pace, sarà un esempio per tanti altri casi. Pensiamo alla tragedia degli interventi bellici in Iraq, dell’Afghanistan, della Libia. Che non si ripetano.

Per dare una occhiata alle foto che ho fatto in Siria, clikkate sul link qui sotto:

http://www.flickr.com/photos/36876993@N02/sets/72157633512961432/show/

 

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3) 14 maggio 2013

MUSSALAHA E ALTRI PICCOLI SASSI NELL’INGRANAGGIO DEL TERRORE

 
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Marinella Correggia

Damasco

 

Se non si smette di usare la fiamma ossidrica da fuori contro la Siria sarà inutile lo sforzo di tanti cittadini siriani che dall’interno cercano di innaffiare le speranze di pace. E’ il senso della dichiarazione finale della delegazione di attivisti giunti in Siria in appoggio al Movimento Mussalaha, in cinque giorni di incontri molto diversificati.

Embarghi e illegalità

Alla delegazione il Ministro della giustizia ha annunciato che giuristi siriani stanno preparando denunce internazionali per la violazione della stessa carta dell’Onu.

 E ieri il governo austriaco ha espresso lo stesso concetto: in una lettera ai 26 partner dell’Ue ha scritto che rifornire di armi gli anti-governativi sarebbe “una violazione del diritto internazionale e delle leggi di base dell’Unione Europea” nonché dei “principi della Carta delle Nazioni Unite riguardante il non intervento e l’uso della forza”. Per non dire della violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti Al Qaeda, visto che il Fronte al Nusra, che ne è alleato, agisce fra i “ribelli”.

I ministri degli Esteri dell’Ue discuteranno circa le sanzioni alla Siria alla fine di maggio. Sulla linea dell’Austria anche Svezia, Finlandia, Lettonia, Estonia Lituania. E l’Italia?

Non suscita invece preoccupazione fra i governi Ue l’embargo commerciale alla Siria, che ne peggiora la paralisi economica con i suoi effetti a cascata. E sembrano tutti d’accordo nel mantenere l’embargo sulle armi all’esercito siriano. Ma Susan, una dei partecipanti alla delegazione in sostegno alla Mussalaha, si chiede: “Sarebbe bello fare a meno di tutte le armi. Ma la popolazione siriana sarebbe avvantaggiata se all’esercito nazionale non arrivassero più armi? Gli Usa distrussero l’esercito iracheno perché secondo loro era legato al partito baaath, ma cosa è successo poi? Come farebbe l’esercito a resistere di fronte ad aggressioni terroriste o statali esterne?”.

Al tempo stesso appare sempre più contraddittoria la posizione della Francia che da un lato insiste per la possibilità di armare direttamente i gruppi in Siria, dall’altro chiede all’Onu di considerare terrorista il fronte Al Nusra per differenziarlo dagli altri gruppi. Peccato che in contemporanea si stia diffondendo l’accusa di atrocità a carico del comandante della brigata “Omar Farouq” che combatte a Homs e che non è del fronte qaedista ma fa piuttosto parte della galassia del cosiddetto Libero esercito siriano, beniamino anche dei francesi. Il comandante del gruppo, lo stesso che in aprile ha bombardato i villaggi sciiti libanesi di al-Qasr e Hawsh al-Sayyed, è stato ripreso in un video mentre tagliava a pezzi il cuore e il fegato di un soldato siriano ucciso, chiedendo una sorte analoga per tutti gli alauiti.

Human Rights Watch (Hrw) diffonde parti del video e l’atrocità, chiedendo il ricorso alla giustizia della Corte penale internazionale per tutte le parti coinvolte nel conflitto (ma non chiedendo – e lo stesso non chiede la competitor di Hrw, Amnesty International – l’embargo alle armi destinate ai gruppi dell’opposizione, solo a quelle verso l’esercito).  Anche la Commissaria Onu per i diritti umani Navi Pillay condanna l’atrocità (come se non ne circolassero da tempo molte altre…). E precisa in una nota: “Continuo a chiedere al Consiglio di Sicurezza Onu il deferimento di tutte le parti alla Corte penale internazionale”.

Se si considera che le accuse degli umanitari contro l’opposizione armata sono infinitamente circoscritte a singoli ed episodi, mentre l’altra parte è sistematicamente accusata, e in blocco (esercito, governo ecc.) di tutto il possibile, e se si considera che appunto l’embargo sulle armi viene chiesto solo nei confronti del governo, c’è da avanzare qualche dubbio rispetto alla natura strumentale e sbilanciata del modus operandi di questi attori del poligono della bontà.

Dal canto suo la Lega Araba ha puntualizzato che senza un proprio governo, tuttora inesistente, il seggio spettante alla Siria in seno alla Lega Araba e vacante dal novembre 2011 non è e non può essere assegnato alla Coalizione Nazionale Siriana.

Intanto l’Ufficio europeo di polizia (Europol), ha riferito che gli scontri in Siria potrebbero creare una futura ondata di terrorismo che potrebbe minacciare i membri dell’Unione europea:  Un certo numero di cittadini dell’UE è stato arrestato in Belgio, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito in viaggio da o per la Siria”.

Crescono in Turchia le proteste – domenica scorsa in diverse grandi città – per il ruolo del governo nella guerra in Siria, dopo l’esplosione che l’11 maggio a Reyhanlı, nella provincia frontaliera dello Hatay, ha ucciso cinquanta persone ferendone molte altre. Ankara ha messo la censura sul caso e ha accusato Damasco di aver agito attraverso un piccolo gruppo di estrema sinistra fondato da un alauita turco operante in Siria (non in Turchia), e già additato dai pro-ribelli come responsabile di un massacro nella città di Banias, giorni fa. Il gruppo ha respinto con sdegno e punta il dito sule “forze oscure che operano anche in Siria”, come i salafiti. E molti abitantidi Reyhanlı, l’associazione turca per la pace, il partito comunista, il Comitato contro l’attacco alla Siria accusano dell’esplosione gli stessi armati che combattono in Siria contro Assad, e dunque accusano Ankara, che permette il passaggio di terroristi e li ospita fra gli autentici rifugiati. Reyhanlı è il principale hub per chi combatte nel nord della Siria.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1388

2) 11 maggio 2013

Mussalaha per la pace e l’autodeterminazione in Siria

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Marinella Correggia

Damasco

Una delegazione internazionale di pacifisti guidata dalla premio Nobel per la pace irlandese Mairead Maguire sta visitando Damasco e altri luoghi del paese per sostenere il movimento di riconciliazione nazionale Mussalaha e chiedere alla comunità internazionale, spiega Maguire, di rispettare la sovranità della Siria e l’assoluto bisogno di pace e autodeterminazione del popolo siriano, smettendo dunque di alimentare i gruppi armati e la destabilizzazione,  e rimuovendo le sanzioni economiche che aggravano l’emergenza.

Anche una delegazione di giornalisti dell’America Latina è in Siria per denunciare la “manipolazione mediatica”.

Gli  incontri diplomatici in corso a livello internazionale, soprattutto fra russi e statunitensi, suscitano speranze e scetticismo a Damasco, insieme al sollievo per la mancata risposta del governo all’attacco di Israele. La capitale è stata colpita da autobombe fino a pochi giorni fa (gli sbarramenti di cemento a protezione di strade e aree sensibili sono ormai ovunque, dipinti con i colori della bandiera), e che convive con il tuono dei colpi di mortaio o artiglieria notte e giorno (secondo il governo mirano solo ad aree occupate da “terroristi” e senza la presenza di civili). La crisi economica dovuta anche alle sanzioni si somma all’afflusso di sfollati in una città che conta già centinaia di migliaia di rifugiati iracheni degli ultimi anni, e palestinesi da lunga data (la delegazione aveva già incontrato in Libano i palestinesi che invece sono scappati dalla Siria, soprattutto dal campo di Yarmuk, a lungo teatro di scontri fra gruppi armati infiltrati e appoggiati da Hamas e residenti del campo capitanati dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina – Central Commando).

La delegazione in appoggio alla Mussalaha ha denunciato la manipolazione mediatica che è al centro della tragedia siriana, con organi d’informazione, Ong internazionali e governi che ascoltano solo fonti di parte (locali o estere) e le rendono verità contribuendo, con la demonizzazione di una delle parti, a giustificare le ingerenze internazionali a favore dei gruppi di opposizione, e boicottando il dialogo. Un esempio recente è l’uccisione di civili a Bania, città costiera nella provincia di Lattakia.

L’opposizione armata giorni fa ha accusato dell’ultima strage di civili, appunto a Banias, la milizia Mouqawama Souriyy (Resistenza siriana), comandata da Mihraç Ural, di Antiochia, già militante rivoluzionario marxista contro il governo turco. La sua milizia è impegnata sul terreno a combattere i gruppi armati antigovernativi e islamisti. Ural, contattato dal giornalista belga Bahar Kimyongur, si dice oltraggiato dall’accusa, rivendica la sua storia di militante della sinistra rivoluzionaria e accusa gruppi armati salafiti che avrebbero voluto vendicarsi per il rifiuto di uomini del posto di prendere le armi con loro.

Anche oppositori antibaathisti di Banias, come Ahmad Ibrahim e il blogger Ahmad Abou Al-Khair scagionano Ural e accusano gruppi terroristi.

Mairead Maguire e la delegazione hanno visitato ospedali e quartieri, incontrato esponenti religiosi della Mussalaha (che continuano a ottolineare l’eterna natura aica e tollerante del paese, messa a durissima prova), vittime civili degli scontri e delle esplosioni, e diversi esponenti dell’opposizione non armata, parlamentare ed extraparlamentare.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1384

1)  7 maggio 2013

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Siria. Mussalaha contro musallahin (1 puntata)

Marinella Correggia (dalla Siria)

Nei giorni in cui Israele attacca la Siria con raid aerei, in cui il magistrato Carla Del Ponte membro della Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Siria (Coi) a sorpresa dichiara che le famigerate armi chimiche – nella fattispecie il gas sarin- sono state probabilmente usate in Siria dai gruppi armati antigovernativi, e in cui il Pew Research Centre statunitense rende noto che da sondaggio la maggioranza della popolazione nei paesi del Medio Oriente è contro l’appoggio militare e finanziario dei gruppi armati antigovernativi in Siria da parte di paesi arabi e occidentali, il gruppo Isteam internazionale di sostegno al movimento siriano Mussalaha (Riconciliazione) sta lavorando in Libano, in attesa di entrare in Siria.

La Rete No War e Sibialiria fanno parte della delegazione formata da attivisti di diversi paesi (a dire il vero quasi solo anglosassoni…dal Canada all’Australia), impegnati per la pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Guida la delegazione la Premio Nobel per la pace del 1976, l’irlandese Mairead Maguire. Qui di seguito un breve resoconto – con approfondimenti successivi – di alcune delle molte visite e incontri effettuati a Beirut il 5 e 6 maggio. Nei giorni precedenti la delegazione ha incontrato molti esponenti religiosi cristiani e musulmani, tutti impegnati per la fine della guerra.

Appello di Mairead Maguire

Speriamo di poter presentare ai politici, all’opinione pubblica e ai media italiani l’appello che Mairead Maguire ha ripetuto in molte situazioni, in questi giorni. Eccone un riassunto: “Andiamo in Siria senza voler insegnare nulla. Siamo, con i nostri governi, parte del problema. Sulla via di Damasco, andiamo a dire che crediamo in loro, ad ascoltarli. Il popolo siriano ha bisogno di poter decidere in pace del proprio destino. Le persone vogliono diritti e cambiamenti ma in modo pacifico, invece per colpa di tutti la Siria è piombata nella tragedia, con il rischio di destabilizzare anche i paesi vicini, come il Libano. Noi diciamo basta. Abbiamo visto distruggere l’Iraq, la Libia e l’Afghanistan, usando anche una terribile propaganda. In Siria occorre un negoziato per la pace fra tutte le parti, ma non avverrà se tante potenze al mondo non  smetteranno di soffiare sul fuoco appoggiando mercenari in armi. Chiediamo a tutti quelli che stanno destabilizzando la Siria di smetterla. Israele che ha attaccato la Siria deve farla finita con atti di guerra. E Barack Obama, che tante speranze aveva suscitato alla sua elezione, onori finalmente il Premio Nobel per la pace che ha ricevuto, e la sua promessa di un mondo di pace.

Nei campi dei rifugiati dalla Siria, a Beirut e a Baalbek: “Non sappiamo perché”

Il Libano ha accolto almeno 400mila siriani (più i tanti non registrati) in fuga dagli scontri. Vivono in condizioni di fortuna spesso estreme, con pochissimo aiuto internazionale. Per un paese con poco più di quattro milioni di abitanti, un simile massiccio afflusso è un potenziale fattore di destabilizzazione. A Beirut, il primo gruppo che visitiamo, a Makesset, è costituito da centinaia di persone – provenienti soprattutto dai dintorni di Aleppo – accampate in tende nel cortile di un liceo retto dallo sceicco di una enclave sunnita al centro di un’area soprattutto sciita. Bagni chimici, acqua intermittente (quando c’è karaba, la corrente elettrica). Molti bambini giocano nella polvere del cortile spelacchiato e sorridono chiedendo sura (foto). Mentre gli uomini dichiarano al cameraman australiano che ci accompagnava il loro sostegno all’opposizione richiamando la lotta dei palestinesi contro Israele (che però appunto proprio in quelle ore bombardava la Siria…), parliamo con le donne, alcune con bambini molto piccoli, nati a Beirut. Ad esempio Fatima, mamma di Ahmed di un mese soltanto e le sue amiche che vengono da Aleppo. Alla domanda: ma perché non vi siete spostati in aree dove non ci sono scontri, rimanendo all’interno della Siria?” hanno risposto: “Perché ci hanno detto che qui saremmo stati aiutati di più” (ma non è successo). E perché questa guerra, che cosa chiedono i combattenti? “Non lo sappiamo”. Carmel, una suora che ci accompagna, fa loro notare che in Siria la sanità e l’educazione erano ben più garantite che in Libano, e le donne confermano.

Un altro campo è al centro di Baalbek. In realtà ospita da sempre rifugiati palestinesi, senzaterra da decenni. Ma nei piccoli appartamenti, negli spazi forniti dai Comitati popolari palestinesi e nei tendoni allestiti da un’organizzazione umanitaria locale nei locali di un ex centro sportivo disabilitato e perfino a ridosso del cimitero, si ammucchiano adesso oltre 4mila scappati dalla Siria. Sono in gran parte palestinesi provenienti da Yarmuk, teatro di scontri fra opposti schieramenti. Come gli iracheni che si erano rifugiati in Siria, i palestinesi di Yarmuk (che essi chiamano Jalil, Galilea, la loro vera patria)  conoscono un secondo esodo. Con aiuti pari praticamente a zero – mancanza di fondi – da parte dell’Unrwa, organismo Onu per i rifugiati palestinesi, gli abitanti del campo si soccorrono da sé. Anche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati è praticamente assente. E’ normale che in una stanza (per quelli che abitano in case) una famiglia già numerosa ne ospiti un’altra, palestinese o siriana, generosamente. Lo stesso nei séparés creati con pareti di juta nei tendoni. Miracolosamente gli spazi appaiono puliti, a terra i tappeti (si entra senza scarpe), la cucina gestita a turno. L’acqua arriva con la cisterna. La povertà è assoluta. Tutti sono disoccupati. I Comitati popolari non vogliono parlare di politica, “qui non stiamo a guardare chi è pro-opposizione o pro-governo, è un lavoro umanitario il nostro” dice Usama Atwani. Le donne sono sorridenti e ordinate, alcune scherzano chiamando guerrigliero il fotografo dell’associazione locale. Alla domanda: “Ma in Siria ci sono tanti guerriglieri, di vari paesi, che dite?”. “Che è haram, vietato”, dice una di loro.

Se le donne comandassero…

Fadi, palestinese non proveniente dalla Siria, osserva: “Certo, sappiamo bene che la guerra è alimentata dall’esterno con uomini e mezzi. Ma noi non possiamo fare nulla. Siete voi semmai, voi dell’Occidente, a poter e dover chiedere che finisca”.

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