4 maggio: la Riconciliazione fa storia…

Il 4 maggio avremmo dovuto segnarlo sul calendario come giorno storico, Giorno della Riconciliazione palestinese. Ancora al Cairo abbiamo assistito all’evento di un accordo di riconciliazione nazionale tra Hamas e Fatah, un grande segno per la ripresa di un serio negoziato di pace. Tutti avrebbero dovuto coglierlo, ma poiché Israele, invece di apprezzare e cogliere la disponibilità anche di Hamas a procedere verso la pace, ha immediatamente e paradossalmente condannato questa offerta, tutto il mondo ha subito cancellato la notizia. “Non sia mai che pretengano di costringerci a fare la pace!- ha pensato impaurita Israele.
Ma comunque le cose stanno cambiando. I palestinesi sembra abbiano capito che la fine della loro divisione è essenziale per arrivare nelle condizioni migliori alla proclamazione unilaterale di indipendenza, il prossimo settembre alle Nazioni Unite.
E l’Egitto non è più lo stesso: l’attuale ministro degli esteri Al-Arabi ha già dichiarato “vergognosa” la chiusura del Valico per Gaza, annunciandone la riapertura.

BoccheScucite

Tra i molti abbiamo scelto un interessante commento di Rami Khour.

L’accordo tra Al Fatah e Hamas di Rami Khour

Nelle loro reazioni all’accordo di riconciliazione tra Hamas e Al Fatah, Stati Uniti e Israele si sono concentrati soprattutto sul significato di questo riavvicinamento per il processo di pace israelo-palestinese. Ma ancora una volta non hanno colto nel segno. E questo non ci stupisce: infatti non esiste nessun negoziato di pace con Israele. Proprio per questo i leader palestinesi hanno deciso di non rispettare più le regole del gioco della diplomazia mediorientale fissate da Washington e Tel Aviv, e di concentrarsi sullo sviluppo interno e sull’unità nazionale dei palestinesi.
Per sapere se la riconciliazione tra Hamas e Al Fatah avrà effetti positivi sui negoziati con Israele dovremo aspettare almeno diciotto mesi, dopo che il governo tecnico ad interim palestinese avrà organizzato nuove elezioni nei Territori occupati e saranno entrati in carica i nuovi vertici dell’Autorità Nazionale Palestinese. Nel corso dell’anno assisteremo anche ai tentativi di rilegittimare gli organi dell’Olp, per dare ai palestinesi di tutto il mondo una nuova voce più coerente e credibile.
La nuova leadership palestinese, caratterizzata da un solido pluralismo democratico, dovrà poi elaborare la sua posizione diplomatica, che non rispecchierà niente di nuovo visto che le due fazioni palestinesi hanno già dimostrato di condividere le stesse idee sia nei documenti interni palestinesi sia sul piano di pace arabo del 2002. Questa posizione prevede il ritiro completo degli israeliani dai Territori occupati nel 1967 (con scambi di terre concordati), la fondazione in quelle aree di uno stato palestinese sovrano, la soluzione del problema dei profughi sulla base di accordi che tengano conto del diritto internazionale e delle risoluzioni Onu già esistenti, nonché normali e pacifici rapporti bilaterali in tutti gli altri ambiti. Questo è quello che i palestinesi torneranno a ribadire. Ma non è quello di cui parla l’accordo di riconciliazione firmato al Cairo il 4 maggio.
I commentatori statunitensi e israeliani hanno imitato come pappagalli la reazione a caldo del premier israeliano Netanyahu, ma dovrebbero sforzarsi di attenersi ai fatti. Commettono lo stesso errore che Stati Uniti e Israele fanno da decenni: guardano i palestinesi attraverso la lente degli interessi di sicurezza israeliani e delle ripercussioni sulla politica interna statunitense. Così tutti si sono affrettati a chiedere che Hamas riconosca Israele e rinunci alla violenza. Se esistesse un premio a chi manca più clamorosamente il bersaglio, lo avrebbero vinto proprio loro.
Poche ore dopo l’annuncio dell’accordo, Netanyahu ha dichiarato: “L’Autorità Nazionale Palestinese deve scegliere tra la pace con Israele e la pace con Hamas”. In questo modo ha messo in rilievo un aspetto critico della riconciliazione: i palestinesi hanno scelto come priorità la pace in Palestina, perché in questo momento la pace con Israele sembra impossibile. Innanzitutto Israele non vuole affrontare seriamente la questione più importante per i palestinesi, che è quella dei profughi. In secondo luogo la mediazione di Washington continua a favorire gli interessi strategici israeliani rispetto a quelli palestinesi.
Perciò per il momento – ma non per sempre – i palestinesi hanno essenzialmente rinunciato a Israele come partner negoziale e agli Stati Uniti come mediatore credibile. Tutte le più importanti mosse palestinesi degli ultimi anni partono dalla constatazione che questi negoziati sono inutili: il piano biennale promosso da Al Fatah e dal premier Salam Fayyad per sviluppare le istituzioni dello stato palestinese in Cisgiordania entro l’autunno di quest’anno, la strategia di Hamas per promuovere lo sviluppo di Gaza e imporre una tregua a lungo termine con Israele, la decisione di Al Fatah di chiedere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre il riconoscimento di uno stato palestinese sovrano e infine la riconciliazione Hamas-Al Fatah per ricostituire un’unica leadership nazionale.

Non è chiaro se Stati Uniti e Israele abbiano capito che i palestinesi hanno deciso di andare per la loro strada, almeno fino a quando non si creeranno condizioni più favorevoli a un negoziato. Quello che vorrebbero è una mediazione statunitense davvero imparziale, una leadership israeliana più sincera e flessibile e un popolo e una nazione palestinesi più forti e uniti.
Ma per ora, solo un ingenuo sognatore, un matto e un furfante della politica reagirebbe alla riconciliazione tra Al Fatah e Hamas chiedendo cosa significhi per la pace con Israele, o pretendendo che come prima cosa Hamas riconosca Israele. (10 maggio 2011)

Rami Khour è giornalista del Daily Star, quotidiano di Beirut. Traduzione di Marina Astrologo

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