4° Report dalla Palestina: “Ero straniero”

15 Aprile 2012

Jenin campo profughi murale.

Viaggiare in gruppo puo’ essere molto gratificante. Specialmente se si viaggia con gente simpatica e con gusti e ideali simili. Inoltre gli incontri nei vari luoghi sono organizzati, si e’ guidati e protetti soprattutto se non si conosce il posto. D’altro lato non si entra che marginalmente nella vita reale e la sera si e’ in un’oasi riposante prima degli incontri del giorno dopo. Viaggiare da soli e’ al contrario poco rassicurante a volte e ci si trova con noi stessi per periodi piu’ o meno lunghi durante la giornata. Puo’ accadere che nessuno sappia la propria lingua o l’inglese. Ma, anche se non e’ mai completamente vero, si puo’ entrare in contatto con la realta’ del luogo.

Ho dormito due notti a Jenin Camp. Sono stato ospite di una famiglia trovatami da Rawand del Freedom Theatre di Juliano Mer Khamis. Kamal, uno dei figli, e’ uno degli attori. La casa e’ una delle poche non andate distrutte nel 2002 dall’esercito israeliano. La realta’ e’ che li’ i soldati hanno fatto base mandano via gli occupanti. Ci vivono due famiglie. Al piano terra, dove dormo, il capo famiglia non e’ in grado di parlare, sta seduto toccandosi spesso la testa, vittima di una progressiva demenza causata da un  colpo subito dieci anni fa. Dei 4 figli maschi solo uno non ha subito violenze; adesso e’ militare a Ramallah. Un altro, Mohammed, addirittura e’ stato ritrovato incoscente nell’immondizia. Le due figlie sono la prima e l’ultima nata. Ilia e’ la piccola di 8 anni. Mi dicono che ha nome romano e mi piace pensare che sia l’equivalente di Giulia, mia nipote. Eia la piu’ grande ha gia’ un figlio di due anni: Amer, un vero terremoto.

Al piano di sopra sta la famiglia del fratello del capo famiglia. Anche egli e’ stato colpito alla testa e pure imprigionato 3 volte. Sua moglie e’ l’unica che parla abbastanza bene inglese insieme alla piu’ grande delle figlie, Razan, che ama studiare e vorrebbe iscriversi a Biochimica all’universita’ di Nablus. Le altre 3 figlie sono timide e carine, tutte sotto i 16 anni. Mentre l’unico figlio ha 4 anni, si chiama Lamar ed e’ molto dolce. Dice Razan che dipende dal fatto di avere 4 sorelle piu’ grandi.

Come ha detto Warschawski alla conferenza di Bili’n, sento che sono loro che fanno l’agenda ed io sono al loro servizio. Mangiamo seduti per terra nella stanza centrale: hummus, kebab, pane, zatar, olio e formaggio. E’ la stessa stanza dove dormo la notte con i figli maschi e dove guardiamo la TV. Nella stanza accanto, in mezzo a cumili di vestiti e coperte per la notte, ascoltiamo musica al computer su YouTube. I maschi vanno e vengono con gli amici. Alla mezzanotte pero’ tutti dentro perche’ di notte possono passare gli israeliani. Due sere prima hanno svegliato tutti sparando in aria. Mi hanno fatto vedere filmati di ragazzi inseguiti e arrestati. Mohammed ha messo su Jenin Jenin di Bakri. Ne avevo visto solo piccoli spezzoni prima; vederlo interamente qua e’ un’emozione non descrivibile.

Le donne sono molto diverse tra loro ma simpatiche. Mi fanno molte domande. Quando non ci sono Razan e sua madre a tradurre, mi par di vedere mia zia quando porto ospiti inglesi a casa. Lei parla e gesticola, gli ospiti sorridono divertiti o perplessi. Stiamo alzati fino a tardi ma la cosa non mi pesa. Mi fanno vedere le registrazioni di alcuni matrimoni e poi foto di amici e parenti. Andando a dormire la prima notte, entro per la prima volta in bagno. Ne faro’ uso essenziale anche se mi chiedono di fare la doccia. Invito che declino con qualche scusa.

Il giorno centrale della permanenza lo passo al Freedom Theatre

Ingresso del Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin

e poi a spasso per la citta’ che dista un paio di chilometri. Incontro prima Rawand che mi accenna ad un festival a Maggio a Firenze. Le dico che mi informero’ ma che e’ meglio programmare l’eventuale partecipazione per l’anno prossimo. Poi parliamo delle fortunate tournee’ in Francia  e Germania. Il direttore artistico sta partendo per New York. Adesso stanno progettando un tour della Cisgiordania che prevede di interpretare imrpovvisando i racconti di vita di chi viene agli spettacoli come forma di terapia contro gli effetti dell’occupazione. Capisco. I ragazzi di casa mi hanno detto che non e’ possibile dimenticare quei giorni del 2002.

Compro il DVD di Arna’s Children con sottotitoli in italiano. Rivisito il teatro una volta lo Stone Theatre di Arna e distrutto dall’esercito. Dentro e’ tutto dipinto di nero. Anche il teatro di Jerusalem Est e’ dipinto di nero. Non e’ una caso allora, ma non so darmi una spiegazione. E qui ho la fortuna, cercata, di assistere ad un workshop di ragazzi da poco entrati. Chi dirige e’ molto giovane, della scuola di Juliano. Non capisco nulla, come nelle varie processioni in arabo, ma mi sento in parte dentro la loro realta’. Alla fine, una delle due giovani si arrabbia e dice di non volere piu’ tornare perche’ un ragazzo l’ha offesa. Rawand ricuce pazientemente. Tutto naturale si direbbe fra ragazzi, anche se siamo a Jenin camp. Come pure il fatto che Razan ami studiare e che i maschi abbiano smesso prima di finire le superiori. Vado via dopo aver parlato anche con Jonathan, ebreo svedese amico di Juliano che e’ tornato qua dopo l’omicidio. Mi conferma che seppur hanno sempre bisogno di donazioni, maestri e equipaggiamento, comunque si sono ripresi.

Pare che la fenice sia rinata di nuovo dalle ceneri dopo la morte di Juliano. Lo aveva gia’ fatto dopo la morte di Arna per cancro e dopo l’intifada in cui promettenti attori sono morti. Qualcuno disse che il seme per dare frutto deve morire. Non e’ questo che speravano, gli assassini.

In centro visito il mercato, trovo molti negozi, tanti banchetti con frutta e verdura e poco altro. In realta’ non c’e’ molto da visitare anche se la situazione pare un poco migliorata rispetto allo scorso anno. Passo davanti al Cinema Jenin, fotografo la targa che porta i nomi dei finanziatori fra cui Roger Waters. Infine poco piu’ in la’ scorgo un edifico con scritto: Latin Patriarchate School. Entro e conosco Abuna Vito da due anni qua dopo un periodo a Roma. Lui e’ sardo e capisco che ha a cuore Jenin. Quando accompagna gruppi di pellegrini, li fa alloggiare in un hotel in citta’ il sabato sera per poi celebrare la messa la domenica con la piccola comunita’. Rimane stupito quando gli parlo di Abuna Nandino che sta cercando di formare le guide per toccare almeno un giorno queste realta’. Mi dice anche che i parrocchiani sono molto poveri, che i salari sono bassi, che le vedove non hanno la pensione e che cerca di fare lavorare chi puo’ con i ricami vendendoli ai gruppi e spedendoli in Italia. Mentre sono li’ arriva Abuna Daniele, salesiano di Nazareth di origine egiziana. Quando gli dico che il giorno dopo sarei andato a Nablus pensa di venire anche lui. Non ha mai visto il pozzo, viene una volta l’anno per confessare e ogni volta al checkpoint gli perquisiscono tutta l’auto. Parlo con lui delle conoscenze di Nazareth, dei Fratelli Musulamani in Egitto e poi lo saluto.

Stamattina ho ringraziato uno per uno i miei ospiti. All’improvviso e’ entrato un loro amico che non voleva creder che io fossi straniero. Sembro arabo, sostiene. Palestinese, spero.

(fd)

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