“5 Broken Cameras” e la routine della Resistenza

adminSito  sabato 19 gennaio 2013 13:53

La realtà palestinese raccontata attraverso ideologismo stantio, quello che l’occupazione vuole per mantenere l’invisibilità. “5 Broken Cameras” non mi è piaciuto.

di Simone Longo

dal blog Under the Surface

E’ passato più di un mese dall’ultimo post sul blog, durante questo periodo altre costruzioni palestinesi sono state demolite e altre vite sono state prese dall’occupazione nelle sue vesti di separazione. Diversamente da due anni fa, non ho avuto modo di tracciare una linea netta tra la fine dell’esperienza palestinese e il ritorno alla vita di tutti i giorni, parentesi sino alla prossima partenza. L’uscita di 5 Broken Cameras, documentario candidato ai Premi Oscar co-diretto dal palestinese Emad Burnat e dall’israeliano Guy Davidi, mi dà l’occasione di esprimere i pensieri manifestati negli ultimi quattro mesi, frutto dell’esperienza sul campo. Nessuna pretesa scientifica, solamente sensazioni ed emozioni.

Con uno sguardo superficiale e umorale, il plot di 5 Broken Cameras è di denuncia, innovativo, drammatico,

“è profondamente personale, un resoconto di prima mano della resistenza non-violenta a Bil’in, un villaggio della Cisgiordania minacciato dai crescenti insediamenti israeliani. Girato quasi interamente dall’ agricoltore palestinese Emad Burnat, che ha acquistato la sua prima macchina fotografica nel 2005 per registrare la nascita del suo figlio più giovane, il film è stato montato da Burnat e dal co-regista israeliano Guy Davidi. Strutturata intorno alla distruzione di ogni di telecamera di Burnat, la collaborazione dei realizzatori segue l’evoluzione di una famiglia in cinque anni di proteste nel villaggio. Burnat osserva da dietro l’obiettivo gli ulivi devastati dai bulldozer, le proteste che si intensificano e le vite perse. “Mi sento come se la macchina fotografica mi protegga”, dice, “ma è un’illusione.”

Un’analisi più approfondita rivela tutt’altro, si fa strada tra una cortina di fumo che nasconde una realtà degli eventi ben più drammatica nella sua lenta ma inevitabile stagnazione e normalizzazione. 5 Broken Cameras è sicuramente ben realizzato e presenta una storia che difficilmente è stata in grado di raggiungere i media mainstream, quella della resistenza non-violenta palestinese alla costruzione della Barriera di Separazione e all’espansione delle colonie illegali in Cisgiordania. Neppure i morti riescono a squarciare la chiusura dei media al quotidiano della questione palestinese, solamente le improvvise folate di violenza su vasta scala accendono i riflettore, le operazioni Cast Lead e Pillar of Defense insegnano a tal riguardo.

Le proteste non-violente germogliarono nei territori palestinesi quando la prima rete elettrica venne eretta sui territori del villaggio di Jayyous, nel distretto di Qalqilya, privando gli abitanti dell’accesso ai terreni agricoli, ai campi di ulivi e mandorli. Era l’anno 2002, e la politica di separazione divenne il leitmotif delle autorità israeliane, dall’architetto dell’occupazione Ariel Sharon al leader laburista Ehud Barak, del quale “us and them” divenne il motto. La Barriera, composta da reti elettriche o muri di cemento armato in prossimità dei centri abitati palestinesi, avanzava e divideva, razziava la terra, de facto annetteva a Israele il 12% della Cisgiordania. I contadini palestinesi vennero presto affiancati da attivisti israeliani e internazionali contrari all’occupazione, unione sorprendente di solidarietà e dignità. Jayyous fu solo il primum movens di un’attività di resistenza che si diffuse per la Cisgiordania, da Budrus a Biddu, Beit Hanina e Ni’lin, al-Ma’asara, Nabi Saleh e Kufr Qaddoum. Un movimento “grassroots”, popolare e spontaneo, capace di catturare l’attenzione della stampa on-line e di conseguire importanti successi a Budrus e Bi’lin, dove gli appelli palestinesi sono stati accolti dall’Alta Corte di Giustizia israeliana in veste di Corte Suprema, modificando il tracciato della Barriera.

La Barriera non è però stata smantellata, è stata spostata di poche centinaia di metri a restituire una parte dei terreni agricoli persi e gli esiti di Budrus e Bi’lin sono rimasti localizzati a queste esperienze. A dieci anni di distanza, la Barriera è quasi ultimata, il suo percorso ha subito modificazioni, quasi un elettrocardiogramma – come lo ha definito l’architetto israeliano Eyal Weizman – che ha registrato le differenti pressioni degli attori in gioco, la schizofrenia della politica e degli interessi imprenditoriali più che i risultati della resistenza dal basso. Gli anni tra il 2002 e il 2005 sono stati quelli della novità e della spontaneità, della caotica ma genuina voglia di resistere; sono poi venuti gli anni della pianificazione e della concretezza, quelli dei successi, tra il 2006 e il 2009: quelli dei morti. L’abitudine, la pochezza dei risultati e malumori – e divisioni – tra attori interni alla resistenza popolare hanno poi portato agli anni del declino, sino ai giorni nostri, dove il futuro del movimento è incerto, venendo a mancare l’oggetto dell’opposizione – la barriera ultimata -, con l’occupazione che è riuscita nuovamente a rivestirsi dell’invisibilità che solamente le due più note intifada erano riuscite a svelare al mondo, con esiti non sempre positivi. E una società palestinese che pare esausta e divisa, guidata da una leadership collusa con l’occupante e politicante nell’accezione più negativa del termine, quella della normalizzazione della situazione, nell’essere mestierante non riconosciuto dal popolo, un’Autorità Nazionale Palestinese che vive di fiammate simboliche ma inconcludenti come le apparizioni alle Nazioni Unite. Una gioventù che manca di un approccio organico e intellettuale alla resistenza nel senso gramsciano del termine: è l’istinto che guida la rabbia. E l’occupante ringrazia.

5 Broken Cameras si inserisce bene in questa realtà stagnante, e la novità svanisce dinanzi alla constatazione che tanti altri documentari sono stati realizzati prima di questo sul medesimo argomento: Budrus, Bilin Habibti, Dreams Deferred, Interrupted Streams e altri ancora. Cambiano personaggi e cornici – a volte neanche quelli – ma le storie sono sempre le stesse. E non è un caso che la narrazione di tutte queste produzioni si fermi agli 2008-2009, il declino e la routine non fanno appeal. Le proteste settimanali si fanno sbiadite e ombra di un passato che non riescono a ripetere, dove gli elementi di novità sono rappresentati dalla crescente violenza delle forze di occupazioni israeliane come a Nabi Saleh, villaggio simbolo della resistenza per gli attivisti internazionali in cerca del brivido, della paura di un proiettile di gomma, di un lacrimogeno, di un proiettile vero che spesso miete vittime innocenti. E poi viene il funerale, il lutto, il dolore, la rabbia, l’arresto. Ma poi? Il simbolismo è importante, ma il risultato concreto mancante svuota il simbolo del suo significato. Una marcia pacifica interrotta dopo due minuti dalla violenza dell’occupante quanti risultati può conseguire?

Negli ultimi mesi qualcosa pare essere cambiato, il movimento di resistenza popolare pare stia tentando un approccio differente, un’asta sollevata di qualche centimetro rispetto alla deludente strategia del passato: le azioni rivolte contro la catena Rami Levi, la Road 443, i Palestinian Freedom Riders e l’efficace azione di Bab al-Shams paiono esserne la prova.

La situazione sul terreno è però a un bivio, la continuità di queste azioni è l’unica strada da imboccare prima di perdersi del tutto, si dondola sopra un filo spazzato dai venti della repressione, dell’invisibilità, della normalizzazione, dell’apartheid: sotto vi è solo l’abisso dell’oblio e di una Nakba ancora in corso.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=48150&typeb=0&-5-Broken-Cameras-e-la-routine-della-Resistenza-

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