6° report dalla Palestina: “In media res”

24 APRILE 2012

L’appuntamento con Fathy del Jordan Valley Solidarity Movement è a Tubas, circa mezz’ora a nord-est di Nablus. E’

 la zona nord della Jordan Valley.

La strada scende ripida e poi risale su verso le colline che si affacciano sul Giordano. Il verde dei campi coltivati si mischia al bianco delle colline rocciose cosparse di pochi alberi.Tubas è una cittadina tranquilla, con poco o niente da segnalare.

Fathy arriva in ritardo e pare molto occupato al telefono. Deve organizzare un incontro con degli avvocati internazionali. Ha poi altre piccole faccende da sbrigare. Infine bruscamente mi dice: Ti voglio far vedere un progetto che mi sta a cuore adesso. Dico: bene, andiamo a vedere. Ci dirigiamo ad est e dopo poco di fronte a noi verso est si apre una piana molto larga e densamente coltivata. Siamo sempre in area B, cioè si può costruire ma il controllo del territorio è misto (eufemismo). Dal valico dove ci troviamo, noto sul lato sud una costruzione. Qui si trova un pozzo ancora accessibile ai palestinesi, ma che i soldati israeliani vengono a “visitare” ogni tanto. Sul lato nord si vedono alcuni gruppi di case distanziati l’uno dall’altro di circa un km. Pagano regolarmente le tasse ma di servizi neanche l’ombra. Chi deve fare le connessioni per l’elettricità e l’acqua? L’

autorità palestinese? O Israele?

Il progetto che Fathy ha a cuore e chiede di finanziare è la connessione del pozzo ai vari gruppi di case. Quello di cui hanno bisogno sono i soldi relativi al costo del materiale, mentre per il lavoro ci penseranno volontari locali e internazionali. L’

idea è di costruire tratti di un km ciascuno con stazioni dove potersi rifornire di acqua senza dover andare al pozzo. I tratti per coprire tutto sono sei. Il costo per km è di circa 5000 dollari (4000 euro). Già la costruzione del primo tratto sarebbe un enorme aiuto per i contadini. Pare che un gruppo di Milano si sia offerto di finanziare almeno in parte il progetto. Si cercano altre associazioni per finanziare il resto.

Scendiamo giù a metà dell

a valle dove troviamo una “trincea” che la attraversa tutta da nord a sud. Più oltre un’

altra trincea e infine un grande insediamento. La zona fra i terrapieni è terra offlimits per i contadini secondo i soldati israeliani. Loro però continuano ad ararla e coltivarla, altrimenti rischiano la confisca secondo quella legge ottomana che, nel film visto a Bili’n, un giudice si vantava di aver suggerito ad Ariel Sharon nel 1977. Le serre dei coloni sono scintillanti e le coltivazioni, anche se siamo distanti, sembrano più floride. Acqua in abbondanza come ben sappiamo ed incentivi economici enormi. Loro le tasse non le pagano ma hanno tutti i servizi.

Mentre osservo la situazione, passano alcuni pulmini carichi di lavoratori palestinesi provenienti dall’insediamento. Fathy li saluta e loro ricambiano. Non c’è risentimento nei loro confronti. Chiedo quanti siano. Lui dice che i numeri dati dalle ONG sono gonfiati e che si tratta di poche migliaia. I lavoratori stessi vorrebbero smettere di andare là ma non c’è adesso alternativa. Per costruire un’alternativa bisognerebbe che fossero forniti i servizi necessari e dovuti, con la possibilità di coltivare la terra, e una rete di distribuzione efficiente per portare i prodotti ai punti vendita. Al momento i prodotti palestinesi sono insufficienti per tutta la popolazione della Cisgiordania; si parla del 5%. Inoltre i prodotti israeliani sono stati riversati sul mercato interno a prezzi bassissimi. A voi capire come il boicottaggio dei prodotti possa essere praticato in queste condizioni. Mi domando anche che legami possano esserci con l’

affaire Agrexco.

Le ONG registrate in Palestina sono circa 2200. Quando vi incontrate con una di esse, vi parlano dei “progetti” che portano avanti. Ogni progetto richiede personale locale pagato. Finiti i soldi, finisce il progetto e spesso tutto sparisce come se nulla fosse stato fatto. La gente comune è molto diffidente quando sente parlare di ONG, come mi hanno raccontato all’Arabic Educational Institute di Betlemme. Fathy dice anche che spesso ONG senza esperienza ottengono denaro per progetti agricoli qua nella valle del Giordano. Me ne cita alcune che anch’

io conosco e convengo che la cosa è sospetta. Molto sospetta. Coloro che vogliono distanziarsi da queste pratiche citano subito un’altra sigla, GRO, che sta per grass root organization, cioè organizzazione radicata sul territorio.

Internazionali, Progetti, ONG, GRO. Questo jargon non mi entra proprio in testa.

Torniamo in alto sul lato opposto del pozzo. Qui c’è un grande capannone, dove trattano oggetti di seconda mano. E’

pieno di materiale elettrico, idraulico e meccanico, da far invidia al mio amico Leopoldo Nicotra. Il proprietario con i figli sta pranzando e mi offre del cibo con del tè e coca cola. Mentre mangio, mi sento colpire alla coscia: è un gatto famelico. Arrivano veloci altri gatti magri. Vedo che il padrone getta loro ossi di pollo; faccio lo stesso. Un gatto prende il mio osso, lo spolpa ben bene e poi se lo ingoia intero. Ricordo una mia amica veterinaria che mi consigliava di stare attento con gli ossi ai gatti perché si possono strozzare. Ma quelli sono gatti italiani, abituati ai prodotti da reclame.

La vista della valle da qua è … indimenticabile. Niente in confronto a quello che vedrò dopo.

Fathy mi chiede se voglio tornare a Nablus o se ho tempo per fare un altro giro. Deve andare a incontrare amici in una zona a nord di Tubas proprio sotto Bardala, il suo villaggio, in piena area C. Io non osavo chiedere di meglio. Prendiamo allora una strada sterrata che mi dice ha aperto nel 2002, quando i soldati avevano bloccato tutte le strade asfaltate. Ci fermiamo presso una casa in costruzione. Tubas è ancora visibile sullo sfondo a sud. Qui siamo ancora in area B. Ci sono oliveti e piantagioni di mandorle. Il proprietario di una di loro mi dice che il suo olio viene tutto esportato in Giappone.

L’olio palestinese è molto costoso per i soliti motivi. So anche che rispetto agli standard toscani non è di alta qualità. Inoltre la quantità è scarsa per il fabbisogno interno. Ma il Giappone? Pare che anche in questo caso ci siano di mezzo sovvenzioni tramite le solite ONG. In Cisgiordania invece arriva l’olio a basso costo dalla Spagna e da altri paesi con evidente sovrapproduzione. L’anno scorso Al Jazeera ha mandato qua una troupe per girare un reportage sulla situazione economica. Reportage che è già andato in onda e che ha anche rivelato come i prodotti delle colonie siano marcati e venduti da ditte palestinesi. Succede anche il contrario.

Abdel Majid arriva con la jeep. Ha passato gli ultimi sette anni in prigione. E’ stato liberato con lo scambio ‘Shalit’. Montiamo sulla sua auto e ci dirigiamo più a nord, finalmente in area C. Abdel, o la sua famiglia, possiede terra su queste colline che scendono a nord verso la linea verde. Salendo a piedi sulla collina più alta, il panorama sulle piccole valli verdi attorno non lascia spazio a parole inutili. Ci sono pure alcuni accampamenti di beduini. Qua Abdel vuole piantare olivi sfidando i divieti delle autorità militari. E’ un grosso rischio ma va corso per continuare a resistere. Fathy è pronto ad aiutarlo. L’acqua non dista molto ed è relativamente facile da portare. C’è pure una cisterna da cui beviamo.

Nel vedere la natura che mi circonda spero che non usino il calcestruzzo che deturpa ovunque molti piccoli villaggi ma che è così più economico delle pietre.

Mentre torniamo indietro, i beduini che hanno visto Fathy arrivare si sono radunati e lo attendono. Gli sono molto grati per la strada sterrata che ha rotto il loro isolamento ed anche per i molti aiuti materiali. Le tende sono fatte con teli di plastica e sacchi di iuta cuciti insieme. Divisori stanno all’interno per creare ambienti separati. Adesso anche Abdel vuole aiutarli a stare lì, disponibile a condividere la terra. Beviamo thè mentre bambini e bambine molto belli si avvicinano, attratti della mia presenza. Ammiro le caprette con le loro grandi orecchie, gli sguardi curiosi e le mosse repentine.

A Tubas, visitiamo la casa di un giovane volontario che insegna in una scuola elementare beduina. Ricordo con lui che alcuni anni fa in uno dei miei primi viaggi con Pax Christi avevo visitato una scuola posta proprio sotto un insediamento. Avevamo mangiato cous cous con pollo, fave e ceci sotto gli ulivi. Fathy dice che fu lui ad organizzare la cosa e che ha sempre le foto di quando giocammo a calcio con i bambini.

Prima di partire compro infine alcune scatole di datteri palestinesi. Li lascio a continuare la loro lotta quotidiana. Io mi sento come una ONG poco GRO.

(fd)

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