6-7: le lettere di Abu Claudio

 

 

 

 

Abu Claudio, volontario di interposizione, ha scritto un totale di 16 lettere-testimonianza. Pubblichiamo la VI e la VII: la compartecipazione alle difficoltà dei Palestinesi che vivono sotto occupazione, dei bambini che nonostante tutto vanno a scuola, le pecore che reclamano il loro pascolo… e le stelle che di notte rendono magico il cielo che si stende libero “sui buoni e sui cattivi”, tutto questo ci viene descritto a colori vivi, con rispetto, con delicatezza, e con la passione di chi vuole cercare di capire. E’, questo di capire, la volontà che  sostiene la pubblicazione di questa testimonianza, e che vuol trovare la stessa volontà in chi la legge e la comunica.

 

Sesta lettera

E’ finito il Ramadan!

Dopo giorni di esitazione, infatti si diceva che questa luna poteva essere addirittura di 30 giorni, ieri sera alle sette circa, sono partite tutte le voci dai minareti. Quello di fianco a noi aveva dei ragazzini con voci sguaiate, perché anche l’imam voleva rappresentare l’allegria dei bambini. Ma
l’importante era l’annuncio “è finito il Ramadan”, prendendo un po’ a sorpresa, così la notte è andata avanti con la frenesia degli ultimi acquisti, soprattutto vestiario, scarpe, giocattoli. Le strade di Hebron erano delle montagna di pattumiera: immaginiamo decine di migliaia di persone che comprano lungo le bancarelle che già di per sè invadono le strade, svuotano le scatole e le lasciano lì; si camminava su uno spessore notevole di cartone. Alzando sempre i piedi per non inciampare, ho quasi calpestato una bambina che si perdeva in mezzo alle scatole.

Pensavo di trovare più dolci, ma anche quelli ieri sera erano presentati in vassoi, tipo confezione regalo, come non c’erano mai stati. Di solito c’erano delle specie di frittelle che venivano prodotte a gran velocità e grandi teglie di pasticceria a taglio: tutte cose per il consumo della sera. Ieri i vassoi preparati con pasticceria mista erano invece per presentarsi ora nelle case di amici e parenti.

Verso le nove riaprivano anche i locali con le cose da mangiare: falafel in quantità, spiedini di carne, ma anche di cipolle e pomodori, con un odore penetrante, e le fumate che coprivano i cartoni… non so fino a che ora è andata avanti tutta questa confusione, ma sicuramente gran parte della notte. Non sono sceso a vedere, ma sono certo che tutto è stato pulito: per la festa dell’Aid tutto deve essere bello e ordinato.

Oggi tutti cominciano a passeggiare con le famiglie, nei loro vestiti migliori, non sembra quasi possibile che siano la stessa gente della confusione di ieri sera! Anch’io dunque non mi sono più alzato alle tre, all’ora della preghiera, per la colazione, e oggi ho preso il the ad un’ora normale!

Negli ultimi giorni c’è stata più calma; l’ultimo venerdì di ramadan è una cosa molto particolare; per chi va alla moschea di Gerusalemme ci sono valori particolari per cui la giornata assume connotazioni rilevanti. Era stata in qualche modo convocata una dimostrazione ai check point intorno a Gerusalemme, con un nome significativo “bussa alla porta”. Io ero con il gruppo al check point di Betlemme. Quando siamo arrivati verso
le otto e mezzo c’era già una lunga coda, che è andata crescendo e poi è stata smaltita; direi che alle undici non c’era più nessuno, ma i soldati non hanno fatto controlli, non ho visto mai una interruzione del flusso dei pellegrini. Gli uomini sopra i quarantanni, le donne sopra i trentacinque e i ragazzi fino a dodici anni hanno accesso libero; gli altri devono dimostrare un permesso particolare; se non ci sono stati rallentamenti, vuol dire che tutto era in ordine e certo c’era tolleranza. Dicono che sono entrate 30.000 persone. Quando non c’era nessuno (preoccupati di non
nuocere al traffico dei fedeli) è stato inscenata una dimostrazione: prima preghiera pubblica per chi non era entrato, poi piccolo corteo con tamburi e slogan; ma i soldati non si sono neanche fatti vedere.

A Qalandia invece, che è il punto di passaggio principale, c’è stato casino; quando si va a Gerusalemme in autobus, l’autobus ti fa scendere, vai ai controlli (bagaglio e passaporto), e poi risali sull’autobus dall’altra parte del muro; se rispetti questa trafila, è chiaro che è entrata ben poca gente.
E a un certo punto il solito casino: lancio di lacrimogeni, in mezzo alla gente, alle macchine e agli autobus ! Anche lì c’era stata una manifestazione con la preghiera e il corteo.

Ho viaggiato parecchio su e giù, ma appunto c’è un sistema di trasporti funzionale ed economico; da Hebron a Gerusalemme ci vogliono due autobus e meno di 3 euro; in Cisgiordania circolano questi mezzi piccoli: gli autobus a 15 posti, e i “service” a sette posti; il sistema è di partire  quando si riempiono, ma visto il via vai che c’è, l’attesa non è mai lunga. Dopo Betlemme si prende invece un autobus di linea, super  nuovo, ma non costa molto di più; le strade sono completamente diverse, corsie separate per autobus, vialoni a scorrimento veloce, tranne quando si arriva vicino a Damascus Gate; lì si entra nel traffico caotico della parte araba, si ferma a richiesta, tanto fa una tale fatica a passare per poter girare e tornare verso Betlemme! Anche questo bus si ferma ad un check point entrando in una specie di autostrada; qui pure, giù dall’autobus e controllo passaporti, e i soldati salgono sull’autobus per non so quali altri controlli.

I mezzi sono quasi tutti nuovi, quindi immagino che ci siano stati grossi contributi e chiaramente grosse mangerie; con il prezzo dei biglietti i mezzi non si potrebbero mai comprare. Così ci sono anche molte macchine nuove, e pochi scassoni: ci sono ancora dei mercedes con tre file di sedili, i predecessori dei “service” e che ora tengono per certi percorsi particolarmente brutti. Anche per le case: c’è stata molta ricostruzione, sempre con la pietra bianca che qui si cava dappertutto: una parete sottile di calcestruzzo, rivestita di pietra, squadrata da una parte e con la parte a vista molto elegante; era così anche la casa dell’assalto dell’altra sera. E dappertutto case in costruzione e case nuove. Ma la gente si lamenta molto di non poter campare…

Le cose più belle sono le campagne: nella bibbia non si parlava di una terra dove scorre latte e miele? Tutte le coltivazioni sono a terrazze, vista la pendenza dei terreni e l’enorme quantità di sassi disponibile; ma ci sono vigneti con uva da tavola dove raccolgono ora prugne e pere, mandorli e ulivi, fichi più o meno incolti e più o meno dappertutto che stanno maturando ora. Non capisco le carrube, tanti alberi maestosi con però poche carrube, con le quali fanno uno sciroppo che era molto ricercato durante il ramadan, insieme a latte di mandorla e sciroppo di frutta, solitamente pesca.

Ci hanno chiamato di nuovo dai pastori: c’è un uomo che fa più meno da tramite, gli fanno sapere quando hanno bisogno di aiuto, lui ci chiama e noi andiamo. Questa volta io e Lliam, un inglese; il posto è diverso ogni volta, sempre tra queste colline sassose, il paese vicino è Yatta; la cosa brutta è che siamo vicini al Negev e c’è un numero incredibile di passaggi di aerei militari in quota. Questa volta ci accompagna direttamente  dai pastori, due cugini con ognuno il suo gregge; sono davanti ad un insediamento di coloni, che è tutto recintato, con i loro cancelli per entrare e le loro belle strade intorno. Stiamo lì con le pecore ad aspettare che si rinfreschi, e poi la nostra lunga camminata con le pecore, tra valli sassose, ogni tanto un uliveto, fino alla valle con ulivi e mandorli dove stanno loro. E’ una zona piena anche di grotte che per ora ho visto usate per conservare mangimi e simili, ma mi immagino che se facesse troppo freddo là dentro si starebbe meglio.

Sistemate le pecore papà ci sistema una stuoia fuori e ci porta il nostro vassoio, pere, riso e pollo, yogurt di loro produzione, salsa. Ci sediamo e aspettiamo di sentire il muezzin; questa volta le donne separate, con un divisorio nella tenda, ma tanto noi siamo fuori anche per la cena, è più bello guardare fuori, prima ero stato ad aspettare la calata del sole dietro la collina di fronte, una palla di fuoco. Mangia, mangia…. Ma che freddo improvviso, pur mettendomi camicia e felpa; per fortuna dopo il buio andiamo dentro per il the. E ci preparano le stuoie e le trapunte, sempre papà e noi due. Questa volta ormai senza luna il cielo è ancora più bello. L’umidità della notte è impressionante, credo che un dito della mia trapunta era trapanato.

All’orario papà si alza e noi pure: uovo sbattuto, crema dolce, pane appena fatto e the. E di nuovo sotto la trapunta, ma per ben poco, partenza alle quattro e mezzo; bisogna approfittare dell’umidità per fare mangiare le pecore, e per arrivare a ridosso di un altro insediamento. Questo insediamento è visibilmente quanto di più illegale ci sia: casette prefabbricate, qualche albero, una vigna, delle serre; ancora non c’è una
recinzione, quindi in una condizione di paura, non c’è un posto militare fisso.  Intanto le pecore e le capre mangiano che è un piacere. Quando i coloni ci vedono, chiamano una pattuglia, una camionetta con otto soldati; ma questi passeggiano direi senza cattiveria. La mia domanda è: chi paga i soldati per un insediamento abusivo? Comunque verso le sette e mezzo ci avviamo per riscendere; vedi i soldati dire ai coloni “Visto? Tutto bene”, e anche loro se ne vanno.

E qui viene il pericolo: uno di questi coloni scatenati parte a inseguirci. Io mi ero fermato a pisciare e sono più indietro: di colpo ce l’ho dietro, con una pietra in una mano e un grosso bastone nell’altra. “Via di qui, voi nazisti”, spintoni, grida nelle orecchie. Intanto Liam sta riprendendo tutto:
sarà quello, sarà la mia tranquillità, non ha fatto niente di peggio, qualche urlata e qualche spintone ancora. Poi scambio di insulti con i pastori che ormai stavano risalendo la collina di fronte.

Alla tenda sono tutti contenti: sono riusciti a far mangiare le pecore e non è successo niente; sicuramente se non c’eravamo noi non andava così. Poi si rimettono a riposo le pecore e le persone, aspettando di uscire di nuovo nel pomeriggio; ma noi non serviamo più e torniamo a Hebron.

Claudio

 

Settima lettera

Manifestazione in un posto per me nuovo: sono andato a Nil’in, uno dei paesi che ha fatto battaglie mentre gli costruivano di fianco il “muro”, rimasti famosi durante l’ultima intifada, e ora un po’ delusi per non essere più al centro dell’attenzione come prima. Anche oggi c’eravamo solo  quattro internazionali e un israeliano, sempre un po’ da solo…
Molto bello e suggestivo l’avvio, con la preghiera collettiva sotto gli alberi di ulivo. Pare che sia da molto tempo che fanno così: dal paese, molto vicino, arriva la voce dell’himam, a cui si aggiunge uno col megafono, sempre che recita brani di Corano; poi si allineano tutti, saranno stati una settantina, e cominciano le invocazioni e gli inchini; quando hanno finito, metà torna in paese, e metà viene con noi.

Un breve percorso scandendo slogan e arriviamo a ridosso del famigerato muro: i suoi otto metri di altezza, i suoi reticolati di filo spinato, le torrette di guardia, il portone di ferro massiccio; siccome potrebbe venire usato per uscire ad attaccare i manifestanti, spesso viene fatto un falò  davanti, come sistema di dissuasione per i soldati. Ora è tutto nero peggio che in un vecchio forno. Gli shebab (i ragazzi) cominciano con i loro lanci di pietre; ci sono anche delle fionde, con cui qualcuno è bravissimo. I lanci almeno distraggono un po’ i soldati che, dall’alto della loro torretta, aspettano il momento per disperderci. Alcuni intanto, attrezzati di cesoie, stanno tagliando una porzione di filo spinato. Cominciano i lanci di lacrimogeni; provano il tiro a metà, comunque c’è molto vento, e basta spostarsi sotto vento. Poi fanno un paio di lanci corti: c’è uno  velocissimo che li prende mentre cominciano a fumare, e glieli rimanda al di là del muro, in mezzo agli applausi. Smettono i tiri vicini, per farne di molto lunghi, ma intanto è stato staccato un bel pezzo del reticolato, e gli viene portato davanti al portone, anche qui con applausi. Anche per oggi qualcosa è stato fatto…

Sabato siamo andati a Beit Ommar, il paese qua vicino, dove mi avevano arrestato. Prima ci ritroviamo in campagna, in mezzo ai vigneti terrazzati, ma a ridosso della recinzione di un insediamento di coloni; i nostri contadini hanno dei terreni tagliati in due parti dalle recinzioni, e degli altri troppo vicini, dove non li lasciano andare a lavorare. Quando hanno recintato la colonia, avevano detto ai contadini che avrebbero  coltivato tranquillamente anche dentro la colonia! La vigna dove siamo andati era rovinata, credo di avere capito che l’avevano intossicata. Ora c’è da ritirare i fili di ferro e i tronchi vecchi, e cominciare un’aratura. Oggi eravamo in tanti, ce lo hanno lasciato fare, anche se coloni e soldati passeggiavano di là. Ma portare una ruspa per lo scasso, non se ne parla proprio, e anche tutto il resto del lavoro, come si farà, non si potrà sempre portare gente come oggi!!! E quando sono solo uno o due, vengono sempre fuori soldati e coloni a mandarli via. Uno raccontava che un
colono gli stava rubando dell’uva, e l’aveva visibilmente dentro la macchina, si fa coraggio e va a chiamare i soldati, e questi?

Portano lui in caserma, e non il ladro! Il sopruso è veramente continuo!

Poi ci facciamo portare al centro da cui parte la manifestazione; hanno fatto i cartelli: oggi c’è “armare i coloni è terrorismo” (avete sentito che in previsione di movimenti di piazza durante la discussione all’ONU, Israele ha deciso di armare i coloni con lacrimogeni ed altro?), “uno stato  nostro è un diritto”, “libertà per i prigionieri del comitato” (uno degli arrestati di 15 giorni fa è ancora dentro), “basta razzismo”- comunque poche persone  anche qua, e con tantissimi soldati, che ci hanno preceduto nel frutteto. E’ il frutteto che è stato dichiarato zona militare non accessibile, quindi non abbiamo potuto arrivarci, ci siamo solo potuti fronteggiare con i soldati. Il più bello è stato un ragazzino di si e no otto anni che si  fronteggiava con un soldataccio enorme, e questi non se ne vergognava.

Il sabato pomeriggio nel centro della città vecchia di Hebron, c’è quasi sempre una visita più o meno turistica di coloni israeliani; dico più o meno, perché la guida, mentre spiega strade, piazze e monumenti, sicuramente accenna al desiderio di conquista. Comunque escono da un cancello che c’è a metà e corrisponde ad una strada che sbuca nella piazza centrale della città vecchia. Un gruppo di venti o trenta coloni di tutte le età esce scortato da almeno venti soldati in assetto di guerra, mitra spianato, posizioni da assalto, mentre come già prima tutte le volte, escono a occupare alcuni tetti da cui controllare le strade. Ieri grande novità, hanno fatto il giro con un grosso cane: non un cane da assalto, ma da fiuto, e in un posto come il mercato, cercava in tutti gli angoli di immondizia, sembrava una cosa ridicola, ma anche questo ha interrotto le attività della gente! E’ il precedente che rischia di essere grave: cosa stanno provando? Gli arabi non hanno cani e non li amano, fin da quando Maometto è stato morso da un cane. L’eventuale introduzione dell’uso dei cani potrebbe essere pericolosa. Tornando ai nostri coloni-turisti, la loro uscita è penosa (sembra veramente un gruppo di animali al pascolo in mezzo ai leoni, oppure l’entrata in un banthustan pericolosissimo). Comunque l’effetto è triste, la gente del mercato, sempre numerosissima, viene tenuta ferma con le armi spianate; le botteghe cominciano a chiudere molto in anticipo, perché non è proprio divertente avere queste interruzioni, che durano in media un paio di ore.

Sempre nella città vecchia, davanti alla moschea, oggi c’era un ragazzino fascistello militare dell’esercito di occupazione: lo abbiamo visto divertirsi a chiamare i passanti per chiedergli i documenti; qualcuno è stato fermo più di un’ora prima che lo lasciassero andare!

Un’altra volta abbiamo assistito ad un’altra incursione nel mercato: quattordici soldati nel solito assetto di guerra, dal solito cancello, sempre quasi a passo di corsa, si precipitano in una casa, riferendo che c’è stata una chiamata per lancio di pietre! Da chi, verso chi? La casa è in una
via un po’ ritirata. Comunque, perquisizione e rientro della squadra. Quale sia l’obiettivo, oltre a quello di fare incazzare la gente, non lo so. Primo giorno di scuola, di domenica; i festivi sono venerdì e sabato; oggi pare tutto tranquillo. Ora avremo un incontro con altri due gruppi per organizzare la sorveglianza delle scuole.

Claudio, Hebron 4  settembre 2011

 

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