A Betlemme un Natale di protesta: «I nuovi insediamenti ci soffocano»

Gaza-Betlemme

Al valico di Kerem Shalom, la principale porta di accesso alla Striscia di Gaza, non si respira un’aria buona. Anche se i volti dei militari israeliani, che controllano minuziosamente chi entra e chi esce, sono apparentemente distesi, il clima pesante è palpabile. Lo si legge nei loro occhi. Nel loro modo d’imbracciare la mitraglietta e nell’attenzione con cui fanno i controlli nelle auto e nei mezzi in transito.
Ma il Natale è vicino, forse anche per loro. E proprio a pochi giorni dalla ricorrenza della nascita di Gesù, nella martoriata terra della Striscia di Gaza, è arrivato il patriarca latino, monsignor Fouad Twal.
Un gesto che si ripete tutti gli anni, ma che quest’anno ha un significato particolare: sono stati rilasciati da parte israeliana 550 prigionieri palestinesi, nell’ambito della seconda fase dell’accordo con Hamas che ha portato alla metà di ottobre alla liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano rimasto nelle mani del movimento islamico per oltre cinque anni. Di questi prigionieri, quarantuno sono stati trasportati nel sud di Israele dove, varcando il valico di Kerem Shalom, sono entrati nella Striscia di Gaza ricevuti dalla popolazione in festa.
«Non abbiate paura, il Signore è con voi e non abbandonerà mai i suoi figli», ha detto, tra l’altro, monsignor Twal durante l’omelia. Ad ascoltare le parole del vescovo anche Chris al Bandak, il cristiano di Betlemme rilasciato da Israele lo scorso mese. Natale, dunque, è alle porte e il fascino di questa solennità ha l’aria di una grande attesa. Un’attesa piena di speranza.
Un’aspettativa coltivata dai cristiani di questo martoriato lembo di terra, giorno dopo giorno, nonostante le difficoltà della vita quotidiana, mitigate da alcune iniziative di solidarietà. Ma ciò che questa popolazione chiede è pace, giustizia e libertà. Lo si legge negli occhi di tutti, anche dei bambini. «In Palestina c’è assolutamente bisogno di pace e giustizia. Il mio più grande desiderio – dice il patriarca – è che un giorno si possa arrivare alla soluzione “due stati, un solo territorio”; ciascuno a casa sua, con la sua indipendenza e la sua autodeterminazione. Che il Bambino Gesù possa portarci questa gioia».
Ma il Natale come può contribuire alla pace nel mondo, in particolare nel Medio Oriente? «Bisogna ritornare all’innocenza dei bambini – risponde monsignor Twal –. Viviamo in un mondo dove l’ideologia e la violenza sono predominanti. Abbiamo bisogno dello spirito dei bambini, della loro innocenza, della loro fiducia. È la reciproca fiducia che manca. Ci auguriamo che col tempo e con gli insegnamenti del passato, si possa giungere ad un’autentica conversione del cuore, per poter vivere insieme e in pace».
Ma Israele – se da una parte ostenta buona volontà, liberando i prigionieri dopo l’accordo con Hamas – dall’altra mostra i muscoli e dà il via libera alla costruzione di mille nuovi alloggi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, in terre che erano sotto il controllo giordano prima della guerra dei Sei giorni del 1967.
La decisione del governo ha suscitato la reazione del movimento Peace Now, che vede in tale scelta un nuovo ostacolo alla ripresa dei negoziati. Agli occhi dei palestinesi la ratifica dei nuovi insediamenti (che riguardano il sobborgo di Har Homa’ a Gerusalemme est e le colonie di Ghivat Zeev e Beitar Illit, in Cisgiordania, e che dovranno essere completati in ventiquattro mesi) è vista come una ripicca per la domanda di ammissione della Palestina alle Nazioni Unite.
Ma la protesta contro la decisione di Israele di promuovere nuovi insediamenti sta montando anche a Beit Jala, località alle porte di Betlemme a circa dieci chilometri da Gerusalemme, dove ogni venerdì, per tutto il periodo dell’Avvento, viene celebrata una messa, tra gli ulivi, per invocare l’aiuto del Signore e fermare la “sfida” che il governo di Netanyahu ha lanciato al popolo palestinese. Il luogo prescelto si trova in mezzo a un vasto oliveto di Beit Jala, un paese di circa undicimila abitanti, di cui l’80 per cento cristiani, con un’economia basata principalmente sulla coltivazione degli ulivi, sul lavoro artigianale e sulla produzione di vino.
Tutto questo ora rischia di diventare solo un ricordo. Infatti, il Comitato israeliano di pianificazione per la realizzazione di nuovi insediamenti ha deciso di costruire oltre mille case, proprio sul terreno sottratto al villaggio. «Non andrà in crisi solamente l’economia della zona – dice abuna Ibrahim, parroco della chiesa latina – ma la stessa prospettiva di espansione di Beit Jala, perché questo è l’unico posto dove la gente, soprattutto i cristiani, può costruire, coltivare la terra, avere il proprio oliveto. In questo luogo ci sono le abitazioni, i campi e le stalle, dove la gente vive e lavora. Tante volte nel passato, ma inutilmente, sono venuti i soldati per mandarla via».
Ora, per costruire le nuove case, gli israeliani hanno deciso di modificare il tracciato del muro di separazione, costruito per difendersi dagli attacchi dei terroristi. Questo intervento provocherà la confisca di terre a oltre cinquanta famiglie cristiane del villaggio vicino a Betlemme. Gli abitanti sono disperati all’idea di perdere la loro terra e così hanno deciso di reagire in modo non violento, utilizzando lo strumento della preghiera.
«Non vogliamo provocare violenze – conclude il parroco –. Vogliamo solo giustizia e non possiamo essere umiliati in questo modo. Abbiamo perciò deciso di ritrovarci per pregare in un campo di ulivi. Queste piante sono state i testimoni delle sofferenze e dell’agonia di Gesù nel Getsemani. Saranno loro a testimoniare anche il nostro dolore».

Nicola Scopelliti

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Pubblicato da arial a 10:21

 

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