A Gaza, la povertà costringe i bambini a scegliere tra sopravvivenza e scuola

Thursday, 18 August 2011 11:38 Catherine Weibel – UNICEF

Ayman, 15 anni, vive a Khuza’a, un villaggio poverissimo a Sud della Striscia di Gaza, dove l’estrema miseria si è drammaticamente impennata a causa dell’embargo. Ogni giorno per Ayman la scelta di andare o meno a scuola è determinata da quanto cibo è rimasto nella credenza.

“Ogni mattina, la prima cosa che faccio è andare in cucina – racconta – Se c’è cibo, vado a scuola. Se non c’è, vado a lavorare”. Purtroppo, il caso di Ayman non è affatto raro. Lo scorso anno, oltre 50 bambini tra i 13 e i 16 anni hanno abbandonato la scuola per aiutare la famiglia a portare a casa denaro. Molti di questi bambini lavorano nelle pericolose buffer zone (ovvero zone cuscinetto ad accesso limitato), aree militari che corrono lungo la barriera di separazione tra Gaza e Israele.

I bambini entrano in queste aree per raccogliere ghiaia, plastica o pezzi di metallo tra le macerie delle case distrutte due anni e mezzo fa durante l’Operazione Piombo Fuso. La ghiaia viene venduta a meno di un dollaro a sacco alle industrie locali di costruzione, da quanto l’importazione di materiali edili è severamente limitata dall’embargo.

Lavorare in una buffer zone è un’attività estremamente pericolosa. Le forze di sicurezza israeliane sparano sistematicamente a tutti quelli che entrano nell’area, giustificando gli attacchi con “ragioni di sicurezza”. Quest’area ad accesso limitato, ufficialmente larga 300 metri, è stata unilateralmente imposta dalle autorità israeliane nel maggio del 2009. Negli scorsi 18 mesi, UNICEF e altri suoi partner hanno documentato l’attacco a trenta bambini da parte dei cecchini delle forze di sicurezza israeliane che gli hanno sparato contro mentre lavoravano dentro o vicino la buffer zone. Tuttavia, il numero di bambini feriti è nettamente diminuito negli ultimi cinque mesi.

“I bambini potrebbe andare a raccogliere macerie in aree più sicure, ma non ci sarebbe alcun guadagno – spiega Sabah Al Qarra, responsabile di uno dei centri UNICEF a Gaza – Non possono spendere quattro shekel per i trasporti quando ne guadagnano al massimo dieci al giorno (10 shekel = 3 dollari). Non rimane altra scelta”.

Ayman ne è convinto: non può che lavorare nella buffer zone se vuole aiutare la sua famiglia. “Non posso permettermi di pensare ai rischi – ha spiegato – Siamo in dodici e ho bisogno di portare cibo a casa”. Rischi che sono concreti, come racconta Ayman parlando in un incidente verificatosi a marzo, quando un suo amico è stato colpito da un proiettile: “All’inizio, i soldati israeliani sparano in aria. Se non scappiamo subito, ci sparano contro”.

Poco tempo fa, nel tentativo di scappare ad una pioggia di proiettili sparati contro di lui, Ayman si è rotto un piede quando un grosso blocco di cemento è caduto dal carretto che stava utilizzando per raccogliere le macerie. “Quando iniziano a sparare, provo a lasciare la zona più velocemente possibile. Ma non posso permettermi di abbandonare il materiale che ho raccolto”.

Un amico di Ayman, Mazen, 16 anni, ha iniziato a raccogliere materiali edili da quando suo padre ha abbandonato la famiglia, lasciandolo solo ad occuparsi della madre malata e dei cinque fratelli. Mazen, che soffre di mal di schiena a causa del pesanti blocchi che trasporta, ha lasciato la scuola molti mesi fa. La madre possiede un pezzo di terra nella buffer zone, proprio vicino alla barriera, ma non può accedervi dal 2009 a causa dei cecchini israeliani. “Ho perso la sola ragione di vita, non sono in grado di comprare latte per i miei figli – racconta piangendo – Tutto quello che posso fare è dirgli di stare attento e di scappare appena sente il rumore degli spari”.

L’attività dell’UNICEF. Per aiutare i bambini ad uscire dalla povertà e a ridurre i tassi di abbandono della scuola, l’UNICEF segue 38 centri per adolescenti e per le famiglie a Gaza, grazie ai fondi del Canadian International Development Agency, il Dipartimento per gli Aiuti Umanitari della Commissione Europea e la Banca di Palestina. I centri offrono aree sicure in cui giocare, studiare, fare sport e seguire percorsi di supporto psico-sociale.

Ayman va regolarmente in uno dei centri, insieme ai suoi amici. Quando è entrato per la prima volta, il suo volto si è illuminato vedendo i palloncini colorati usati per le attività ricreative. “È bello non dover pensare al lavoro per qualche ora”, ha sussurrato il ragazzo.

Il responsabile del centro, Sabah Al-Qarra, ha spesso provato a parlare con Ayman per convincerlo a seguire le lezioni di recupero e ad andare più frequentemente a scuola.

“Mi chiedo cosa potranno diventare questi ragazzi una volta adulti, senza alcuna qualifica. Spezza il cuore vederli divisi tra l’urgenza di aiutare le proprie famiglie a sopravvivere e il sogno di andare a scuola e costruirsi un futuro”.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php

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