A Khan al Ahmar, la speranza viene abbattuta insieme alla “Scuola di Gomme”

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Umberto De Giovannangeli Giornalista, esperto di Medio Oriente e Islam

02/10/2018 16:10 CEST

Avevano tempo fino a ieri, 1°ottobre. Questo il tempo limite dato dall’autorità di governo israeliana dei territori palestinesi, il Cogat, alla comunità dei beduini di Khan al-Ahmar per lasciare il loro villaggio. Nessuno dei residenti ha demolito le proprie case, il che significa che Israele ora è legalmente in grado di effettuare evacuazioni forzate e demolizioni, compresa la “Scuola di gomme”.

Il 23 settembre l’amministrazione civile aveva avvertito i residenti che se avessero scelto di non demolire le loro case da soli “le autorità della zona” avrebbero agiro “per implementare gli ordini di demolizione in conformità con la sentenza della Corte Suprema di Giustizia e tutte le leggi”. Da oggi, ogni giorno può essere quello della distruzione. I residenti del villaggio, situato vicino all’insediamento di Kfar Adumim, in Cisgiordania, raccontano che i bambini soffrono di incubi, insonnia e pipì a letto.

Nel frattempo, negli ultimi tre giorni, una pozza di liquami dalla direzione di Kfar Adumim è penetrata nel wadi vicino a Khan al-Ahmar. A settembre, l’Alta Corte di Israele aveva bocciato una petizione presentata dagli abitanti del villaggio dando il via libera per evacuare l’intero villaggio. Il governo dovrebbe trasferire i residenti in un insediamento permanente vicino ad Al-Eizariya nel Ma’aleh Adumim, a ridosso di una discarica. È la fine di un villaggio e di un’esperienza straordinaria: quella della “Scuola di Gomme”. Una scuola realizzata con l’impegno generoso di donne e uomini delle Ong italiane impegnate in Palestina e con il contributo della Farnesina e della nostra cooperazione internazionale.

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C’è il pionierismo dell’Ong Vento di Terra, da cui ha preso il via il progetto della “Scuola di Gomme” di Alhan al Akhmar per i piccoli beduini della comunità Jahalin, realizzato grazie al contributo della Cooperazione italiana, con l’aiuto della rete dei comuni di sud Milano, della Conferenza Episcopale italiana e di numerose altre associazioni. A ben vedere, c’è qualcosa di profondo, e tragico, che unisce le sanguinose vicende di Gaza alla storia di Alhan al Akmar.

Ciò che colpisce di più, a Betlemme come a Hebron, è la sofferenza dei più deboli e indifesi: i bambini. Privati di tutto. Anche della loro scuola. È quello che accade nel deserto d’Israele, nella “Scuola di Gomme”, realizzata con muri rafforzati da 2200 pneumatici nella quale studiano e si divertono 174 bambini. Bambini israeliani, beduini.

“I nostri bambini – racconta Abu Kharmis, rappresentante del villaggio beduino di Khan al Ahmar – non andavano a scuola, non potevano farlo, perché la scuola più vicina era a 3-4 chilometri di distanza. Alcuni sono morti uccisi dalle auto attraversando la strada. Abbiamo chiesto un bus per i nostri bambini. Ci è stato negato, da Israele e dall’autorità palestinese”. Ma gli abitanti di Khan al Ahmar non si sono dati per vinti.

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“Abbiamo costruito questa scuola e l’abbiamo finita anche dopo che le autorità israeliani ci avevano ingiunto di non procedere. Sono venuti i soldati, ma noi abbiamo continuato. Per permettere ai bambini di studiare”, racconta ancora Abu Kharmis. La “Scuola di Gomme” è (ma ormai il verbo va coniugato al passato) gestita da una Ong italiana, Vento di Terra, anche grazie al finanziamento della Cooperazione italiana, della Cei e dell’Unione Europea.

La Corte Suprema israeliana ha sentenziato: quel terreno servirà a farci passare una strada che unisce due insediamenti ebraici realizzati nell’area. “Ci hanno proposto di abbattere la scuola e rimontarla vicino a una discarica di Gerusalemme – racconta Abu Kharmis – ma qui è la nostra vita, non facciamo del male a nessuno, perché devono farlo ai nostri bambini?”.

Vari governi europei hanno espresso preoccupazione e chiesto a Israele di non procedere alla demolizione del centro abitato da 180 persone, che si trova a nordest di Gerusalemme vicino a varie colonie israeliane. “Questa sentenza toglie la minima protezione accordata finora da questo tribunale alla comunità dei beduini”, ha affermato in una nota Shlomo Lecker, avvocato degli abitanti del villaggio, definendo il verdetto “una approvazione di crimini contro l’umanità”.

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Il tribunale nella sua decisione ha affermato di non aver trovato “motivi validi per intervenire nella decisione del ministro della Difesa, che aveva ordinato la demolizione delle strutture illegali a Khan al-Ahmar”. I giudici hanno ritenuto che il villaggio sia stato creato senza permesso di costruzione, autorizzazioni praticamente impossibili da ottenere dai palestinesi nei settori controllati da Israele nella Cisgiordania occupata.

Secondo Haaretz, la sentenza desta preoccupazione fra altre comunità beduine della Cisgiordania – come quella di Susya – che temono di essere costrette a trasferirsi nelle località indicate loro dalle autorità israeliane. L’Ong italiana aveva anche lanciato una petizione su Change.org per chiedere di non abbattere la struttura. La scuola, spiegava Vento di Terra nel testo, “è divenuta un simbolo del diritto all’istruzione e di difesa dei diritti delle comunità beduine palestinesi residenti nell’Area C della Palestina occupata militarmente da Israele. Si tratta di una struttura senza fondamenta realizzata con pneumatici usati, progettata dallo studio Arcò di Milano, per fare fronte alla proibizione delle Autorità Israeliane di realizzare costruzioni in muratura nell’area C e alle specifiche esigenze locali”. Nell’area, sottolineava infine la Ong italiana, “non sono state realizzate strutture a favore della popolazione palestinese, mentre continua a crescere e ad ampliarsi la colonia di Ma’aleh Adumin, la cui costruzione ha significato il trasferimento e l’evacuazione della popolazione beduina che viveva su quel terreno.

La demolizione della scuola di Khan Al Ahmar creerebbe un pericoloso precedente e un danno notevolissimo alla comunità locale, ponendo le basi per una sua rapida deportazione. Si tratterebbe della seconda demolizione di una struttura realizzata dalla Cooperazione italiana in due anni dopo quella, risalente al luglio 2014, del Centro per l’infanzia di Um al Nasser, nella Striscia di Gaza, anch’esso realizzato dalla Ong Vento di Terra. Azione perpetrata dall’Esercito israeliano durante l’occupazione dell’area, in piena violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

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“Un crimine di guerra per fare posto ad un illegale insediamento ebraico”, così Amnesty International ha definito la demolizione del villaggio beduino di Khan al Ahmar in Cisgiordania, in cui si trova la “Scuola di Gomme”. Un atto non solo “senza cuore e discriminatorio, ma anche illegale”, ha denunciato Saleh Higazi, vice direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Israele sostiene che il villaggio, che si trova nella Area C dei Territori Palestinesi (quella che, stando agli Accordi di Oslo, è sotto il controllo civile e amministrativo dello Stato ebraico), è stato costruito senza i dovuti permessi. I palestinesi hanno ribattuto che è impossibile ottenere da Israele quei permessi.

Accuse e controaccuse vanno messe in conto ma, al di là delle strumentalizzazioni di parte, vi sono alcune verità che non possono essere taciute. Non vi era una sola ragione di sicurezza che può motivare la distruzione di quel villaggio e di quella scuola. La “Scuola di Gomme” non era un luogo di formazione di futuri jihadisti, ma luogo di crescita, non solo culturale, per tanti bambini. Era un simbolo di speranza, la “Scuola di Gomme”.

Ed è proprio questa speranza che è stata abbattuta assieme a quelle aule e a quel villaggio. Chi demolisce una scuola, demolisce il futuro. Era il titolo della petizione #iostoconlascuoladigomme lanciata da Vento di Terra. Il futuro è stato demolito a Khan al Ahmar.

 

A Khan al Ahmar, la speranza viene abbattuta insieme alla “Scuola di Gomme”

https://www.huffingtonpost.it/umberto-de-giovannangeli/a-khan-al-ahmar-la-speranza-viene-abbattuta-insieme-alla-scuola-di-gomme_a_23548401/?utm_hp_ref=it-blog

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