A messa a piazza Tahrir

Il titolo di questa pagina parla dei “martiri della rivoluzione”. Le foto sono quelle di alcuni dei ragazzi di Tahrir morti in questi 13 giorni di Thawra, di rivoluzione. Facce di ragazzi, che stringono il cuore. Come quella bella ragazza, sorriso contagioso, ritratta nella parte centrale, Salah Zahran.

Oggi, domenica, è il ‘giorno dei martiri’, a piazza Tahrir. E le loro storie sono sintetizzate su un sito, che sta elencando i nomi e foto perché questi ragazzi non siano solo numeri.

Saranno ricordati con una messa, la messa dei copti, perché è domenica. E i copti sono una delle dita di quella mano con cui viene rappresentato l’Egitto. Una mano con molte dita, molte diversità, e le minoranze. Così come la preghiera del venerdì, e le rituali cinque preghiere musulmane sono state protette, nei primi giorni più difficili, dai copti, ora è il turno dei musulmani proteggere i copti. Come fecero, peraltro, partecipando all’inizio di gennaio alla messa di Natale, dopo l’attentato ad Alessandria. I musulmani andarono alla messa di Natale, ad Alessandria, al Cairo, perché non succedesse un’altra volta. Perché il terrorismo non rovinasse il paese, spaccandolo tra fedi. Particolare sconosciuto a molti lettori italiani, perché la vulgata deve parlare solo dei cristiani minoranza a rischio, e non anche di quei gesti che proteggono gli arabi di fede cristiani da un estremismo che non riguarda la maggioranza della gente. Il popolo.

Così, oggi a piazza Tahrir non ci sono solo i copti a pregare, di domenica. Ci sono i musulmani. Uno dei tweets di questa mattina, scritto da NadiaE, lo dice e lo spiega. “Sto andando a Tahrir a partecipare alla messa cristiana. Mio padre, un uomo di 73 anni, malato, un musulmano conservatore con tanto di barba, è con me”.

Questo è l’Egitto reale, quello del popolo. Sulle manovre di palazzo, e sulle soluzioni di breve durata (e staccate dal reale) che piacciono a qualche pezzo di diplomazia, ne parlo domani. Un solo appunto, che devo fare dopo aver letto paragoni azzardati e che non tengono conto di quello che sta succedendo nelle fondamenta della società egiziana: Suleiman non è per niente Jaruzelski. L’Egitto 2011 non è la Polonia del 1981. E la Realpolitik ha delle regole fondamentali, che Willy Brandt conosceva bene: non si fa Realpolitik se non si conosce la realtà. Non quella dei palazzi e dei corridoi. Quella della strada.

admin | February 6th, 2011 – 11:26 am

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