A Suad

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Suad Amiri, architetto e scrittrice palestinese, ha provato due anni fa, ‘per una sola notte’, quello che provano ogni notte migliaia e migliaia di uomini palestinesi, quando tentano di entrare illegalmente in Israele per trovare lavoro (cfr. Abbiamo letto). Ha rischiato, con consapevole lucidità, di venire arrestata, picchiata, e anche uccisa. Lei, donna palestinese, ha rischiato di imbattersi in una delle tante donne, soldatesse israeliane, che di giorno e di notte, da oltre quaranta anni, presidiano armate i check point disseminati sulla sua terra.

L’organizzazione israeliana ‘Rompere il silenzio’ ha diffuso in questi giorni le testimonianze di 50 di queste donne-soldato. Donne che per mettersi in luce prendono dai loro uomini quanto di più buoi e truce cova nel loro animo:  “Un soldato da combattimento donna ha bisogno di evidenziarsi di più…un soldato donna che picchia brutalmente gli altri è un combattente serio…..quando arrivai c’era un’altra donna con me, lei era giunta là prima di me….tutti parlavano di quanto faccia effetto, in quanto lei umilia gli arabi senza alcun problema. Quello era il riferimento. Dovevi osservare lei, il modo che lei usa per umiliare, come li schiaffeggia, wow, lei ha schiaffeggiato veramente quel giovane.”

Donne che credevano con la violenza, e con una crudeltà che ci lascia sgomenti, di difendere e proteggere il loro popolo. O forse semplicemente, banalmente, non hanno messo a frutto quanto della loro sensibilità femminile, del loro possibile sguardo di tenerezza e compassione, poteva fare la differenza. Afferma Dana Golan, direttrice dell’organizzazione, che  “le donne soldato non erano più disponibili dei loro camerati maschi nei confronti dei palestinesi. Abbiamo scoperto che le ragazze cercano di essere perfino più violente e brutali dei ragazzi, proprio per diventare come uno di quei tipi.”  Una Guardia di Confine donna della linea di congiunzione, ha parlato dell’inseguimento in cerca di stranieri illegali: “In mezz’ora puoi acchiappare 30 persone senza alcuno sforzo.” Poi viene il problema di quello che dovresti fartene di quelli che sono stati catturati – comprese donne, bambini e vecchi: “ Si dovrebbe farli stare in piedi, e poi c’è la ben nota canzone delle Guardie di Confine (in arabo):  “Uno per l’hummus, uno per i fagioli, io amo la Guardia di Confine” – che pretendevano che loro cantassero. Cantassero e saltassero. Proprio come fanno con le reclute….La stessa cosa, ma solo molto peggio. E se uno di loro avesse provato a ridere o se essi avessero deciso che qualcuno stesse ridendo, lo avrebbero picchiato. Perché hai riso? Uno schiaffo…e potrebbe andare avanti così per ore, dipendendo solo da quanto sono annoiati. Un turno dura otto ore, si deve pur passare il tempo in qualche modo.”

Donne che forse sono madri, che forse lo diverranno, e chissà come concilieranno nelle ore diurne, di accudimento amorevole -ma sarà poi davvero tale il loro comportamento con i loro figli, dopo aver vomitato tanto odio addosso a piccoli innocenti ‘nemici’?, che hanno sigillato i loro potenziali sentimenti materni dentro il giubbotto della divisa.

“Una donna soldato dell’unità di polizia militare Sachlav, con base a Hebron, ha rievocato il caso di un bambino palestinese che avrebbe provocato sistematicamente i soldati scagliando loro delle pietre e con altre azioni dello stesso tipo. Una volta egli aveva cercato perfino di spaventare un soldato il quale era poi caduto dalla sua postazione e si era rotta una gamba. La vendetta venne subito dopo. “Non so chi e come, ma so che due dei nostri soldati lo misero nella jeep e che due settimane dopo il ragazzino si aggirava nei paraggi con un’ingessatura su entrambe le braccia e le gambe….Si parlò abbastanza a lungo del fatto nell’unità – su come l’avevano messo a sedere ed avevano messo la sua mano sulla sedia e gliela avevano semplicemente rotta, proprio là sulla sedia.

“Catturammo un bambino di cinque anni…non riesco a ricordare che cosa avesse fatto….lo stavamo riportando indietro nei territori o qualcosa d’altro, e gli ufficiali lo sollevarono appena, lo schiafeggiarono da tutte le parti e lo misero in una jeep. Il bambino stava piangendo e l’ufficiale vicino a me gli disse “non piangere” e cominciò a deriderlo. Alla fine il bambinello provò a sorridere – quando l’ufficiale improvvisamente gli dette un pugno nello stomaco. Perché? “Non ridermi in faccia,” egli disse”.

Donne che riducono il rapporto con l’altro sesso in umiliazione, quando l’interlocutore maschio è un palestinese al checkpoint. Chissà poi, nell’intimità domestica o comunque di relazione, come riescono e riusciranno nella loro vita queste donne a ricomporre, a recuperare un rapporto d’amore tenero. Come non pensare che la società israeliana non risentirà essa stessa di tutto questo marcio, di tutto questo dolore inflitto e impunito?

Quando l’intervistatore le chiese se i palestinesi “tolleravano perfino di più da parte delle Guardie di Confine” donna, lei disse: “Sì, sì, perché non sanno come comportarsi con le donne. Nel momento in cui un uomo viene schiaffeggiato da una donna, egli è così umiliato, è tanto umiliato da non sapere che cosa fare di sé stesso….Io sono una ragazza forte e con un bel corpo, e questo per loro è perfino più duro da trattare.

Così uno dei loro modi di superarla è quella di mettersi a ridere. Loro hanno appena cominciato a prendermi in giro. Il comandante mi guarda e mi dice. “Cosa? La lascerai passare? Guarda come sta ridendo di te.” “E tu, come uno che deve conservare il rispetto di se stesso….Ho detto loro di sedersi e ho detto a lui di venire…Gli ho detto di venire vicino, io mi ero davvero accostata a lui, come stessi per baciarlo. Gli dissi, ‘Vieni, vieni, di che cosa hai paura? Vieni da me!’ E lo colpii nelle palle. Gli dissi,’perché stavi ridendo? Lui era sconvolto e quindi si rese conto che….di non ridere. Non si sarebbe dovuto giungere ad una tale situazione.”Tu lo colpisti con il ginocchio? “Lo colpii nelle palle. Usai il mio piede, con la mia ostentazione militare, e lo colpii nelle palle. Non so se tu sei mai stato colpito nelle palle, ma sembra che faccia male. Egli cessò di ridermi in faccia perché la cosa lo faceva soffrire.

Poi lo portammo ad una stazione di polizia e io dissi a me stessa, ‘wow, ora finirò nei guai.’ Lui si sarebbe potuto lamentare di me ed io avrei potuto ricevere un reclamo alla divisione criminale investigativa della polizia militare. “Lui non disse una parola. Io avevo paura e parlai. Avevo paura per me, non per lui. Ma lui non disse una parola. “Che cosa avrei dovuto dire, che sono stato picchiato da una ragazza?’ E lui avrebbe potuto parlare, ma grazie a Dio, tre anni dopo non ho ricevuto nulla e nessuno ne sa nulla. ” Che cosa si è provato in momento come quello? “Potenza, forza che non avrei ottenuto in questo modo. Ma non me ne sono vantata. Questi sono i motivi per cui mi sono comportata in questo modo, uno sull’altro. Dissi loro di sedersi da parte, Vidi che lui non stava guardando. Dissi a me stessa che non aveva senso che come una ragazza che dà di più ed oltre e che vale più di alcuni ragazzi – loro potrebbero ridere di me per una cosa come questa perché sono una ragazza. Perché tu pensi io non possa farlo….”

Donne che, come per fortuna i loro compagni d’armi, ad un certo punto hanno dovuto parlare, raccontarsi. Denunciare la durezza del loro cuore, la disumanità dei loro gesti e dei loro intenti.

A Suad, al suo coraggio – lei che si è travestita da uomo non per emulare un machismo intriso di violenza e arroganza, ma per condividere la sofferenza di uomini umiliati eppur liberi nell’animo – dedichiamo la prossima festa della donna. Siamo certi che a S.Valentino nessuno le avrà inviato i fiori dell’occupazione e della menzogna, che invece forse qualcuna di noi avrà ricevuto in dono (cfr. APPELLI)!

Alle migliaia di soldatesse israeliane che -vestendo i panni della violenza e della sopraffazione- anche oggi occupano con il mitra e con le urla gli spazi e la mente dei palestinesi dei territori occupati e della Striscia, chiediamo di vestirsi di quella forza che scaturisce dai gesti di riconciliazione, forza che mai si confonderà con il tessuto putrido della violenza.

BoccheScucite

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