A Washington si decide chi governerà al Cairo

(il manifesto, 6 febbraio 2011)

Dopo oltre trent’anni di onorato servizio agli Usa (durante i quali ha accumulato una ricchezza personale stimata in oltre 30 miliardi di dollari), è venuto il momento che Mubarak ceda il bastone di comando: così hanno deciso a Washington. Il tempo stringe. La marea montante della sollevazione popolare rischia di travolgere non solo il dittatore, ma l’apparato di potere che gli Usa hanno costruito in Egitto. Il presidente Obama preme quindi per una «ordinata e pacifica transizione» che, in base a non meglio precisate «riforme costituzionali», cancelli l’ormai insostenibile figura  del dittatore, ma lasci intatti i pilastri del dominio statunitense sul paese, d’importanza strategica per Washington nello scacchiere mediorientale.

Fondamentale per Washington è mantenere il controllo della struttura portante delle forze armate egiziane, che gli Stati uniti hanno finanziato, armato e addestrato (v. il manifesto, 3 febbraio). Le istruzioni sull’emergenza sono state date dal segretario Usa alla difesa, Robert Gates, al capo di stato maggiore egiziano, gen. Sami Enan, che alla fine di gennaio è stato convocato al Pentagono, con cui si è tenuto dopo in stretto contatto.  Il presidente Obama ha quindi lodato le forze armate egiziane per il loro «professionismo e patriottismo», indicandole come garanti della «ordinata e pacifica transizione».

Secondo il piano di Washington, essa dovrebbe iniziare con un governo «transitorio» sostenuto dalle forze armate e possibilmente capeggiato da Omar Suleiman, vice-presidente di fresca nomina, cui è stato conferito l’incarico il 29 gennaio. Un uomo forte che gode della massima stima a Washington:  già direttore dell’intelligence militare, a capo dei servizi segreti egiziani dal 1993, ha organizzato insieme alla Cia il rapimento di Abu Omar nel 2003 a Milano e il suo trasporto in Egitto. Diversi altri «sospetti terroristi» sono stati trasportati segretamente in Egitto, nel quadro del programma «Rendition» della Cia, e qui torturati da Suleiman e i suoi agenti. Uno dei prigionieri, al-Libi, fu costretto sotto tortura a «rivelare» una connessione (inesistente) tra Saddam Hussein e al-Qaeda, argomento usato da Washington per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003. Con Suleiman garante della transizione «democratica», il «volto nuovo» per la presidenza potrebbe essere l’attuale segretario della Lega araba, Amre Moussa, già ministro degli esteri di Mubarak nel 1991-2001.

La struttura militare costituisce il principale strumento dell’influenza statunitense in Egitto. Non però l’unico. Da alcuni anni, pur continuando ad appoggiare Mubarak, Washington appoggia anche una parte dei suoi oppositori nella società civile. Principali strumenti di tale operazione sono la National Endowment for Democracy (Ned) e la Freedom House, organizzazioni «non-governative» impegnate nella «espansione della democrazia e libertà in tutto il mondo». Esse sono in realtà emanazioni del Dipartimento di stato, del Pentagono e della Cia, che le finanziano e ne pilotano l’attività nelle aree critiche per gli interessi statunitensi. La Ned, che ogni anno finanzia oltre 1.000 progetti di organizzazioni non-governative in più di 90 paesi, sostiene economicamente in Egitto 33 organizzazioni non-governative, a ciascuna delle quali fornisce ogni anno finanziamenti nell’ordine di decine o centinaia di migliaia di dollari. 

Gruppi di oppositori di Mubarak (composti in genere da giovani intellettuali e professionisti) sono stati invitati, attraverso la Freedom House, negli Stati uniti, dove hanno frequentato corsi bimestrali di «difesa della democrazia». Sono stati anche ricevuti ufficialmente al Dipartimento di stato: nel maggio 2008 da Condoleezza Rice, nel maggio 2009 da Hillary Clinton. Nell’incontro, la segretaria di stato ha dichiarato che «è interesse dell’Egitto muoversi verso la democrazia e dimostrare più rispetto per i diritti umani». Come se gli Stati uniti, che hanno costruito e finanziato l’apparato repressivo di Mubarak, non avessero niente a che vedere con la violazione dei diritti umani in Egitto.  

Washington sta dunque allevando una nuova classe dirigente egiziana, destinata a dare un volto «democratico» a un paese in cui il potere continui a poggiare sulle forze armate e in cui, soprattutto, resti dominante l’influenza statunitense. Vi è però da superare la resistenza della vecchia classe dirigente formatasi attorno a Mubarak – ufficiali dell’esercito, agenti dei servizi segreti, manager dell’industria bellica, imprenditori – che teme di perdere i privilegi acquisiti o di doverli comunque spartire. Vi è soprattutto la sollevazione popolare non facilmente instradabile sui binari, tracciati da Obama, della «ordinata e pacifica transizione».

 Manlio Dinucci

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