A Zabut le perle di vetro di Hebron

admin | May 14th, 2012 – 12:33 pm

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Le perle di vetro di Hebron sono ora sul corso principale di Sambuca di Sicilia, l’antica araba Zabut. Le hanno montate lo scorso fine settimana, trasformando la strada in una sorta dihappening, di pre-festa. Chi le ha montate? L’elenco – dicono le miei ‘fonti’ nella cittadina siciliana tra Sciacca e Selinunte – non è facile. “C’erano tutti, in un’atmosfera incredibile. Di giorno e a mezzanotte, gli artigiani che avevano partecipato al restauro dell’Illuminazione e chi invece non ci era mai stato”.

Hebron, Zabut, Illuminazione… Conviene fare un po’ d’ordine, perché altrimenti è difficile orientarsi, per chi non conosce le puntate precedenti di questa storia di una Macondo italiana.

E allora, cominciamo dall’inizio. A Sambuca di Sicilia, come si conviene nel Paese dei mille campanili, c’è una festa patronale, la più importante dell’anno. E’ la Festa della Madonna dell’Udienza, che ricorda il miracolo che salvò il paese dalla pestilenza diffusasi per tutta la Sicilia nel 1575. La terza domenica di maggio, Sambuca si trasforma, e segue pedissequamente un rito che si ripete tale e quale: la statua di marmo della Madonna con Bambinello viene spostata dalla sua sede, nell’abside della Chiesa del Carmine, e messa attraverso una lunga procedura nella vara, che poi viene portata in processione per tutto il paese lungo un’intera notte che si conclude, la mattina successiva, con l’ingresso della statua in chiesa. È una festa che coinvolge tutto il paese, credenti e non credenti, e riporta a Sambuca anche molti dei suoi tanti emigranti.

Furono proprio gli emigranti a pagare, 120 anni fa, l’”Illuminazione alla Veneziana”, bocce di vetro soffiato di Murano, che ornavano gli archi lungo il percorso della processione. Le avevano pagate le comunità sambucesi di Chicago, Rockford, Kansas City, Brooklyn, Newark, New Orleans, in una colletta che era anche ceralacca sul contratto che continuava a legare gli emigranti in America e il paese natale. Storia d’emigrazione e di sofferenza, come tante altre nell’Italia che aveva mandato milioni dei suoi figli in giro a cercare lavoro, fortuna, e dignità.

Dopo 120 anni, l’Illuminazione alla Veneziana era diventata l’ombra di se stessa. Niente più bocce di vetro, se non qualche esemplare salvato da un magazzino. E gli archini in pessime condizioni. Perché non restaurarla? Un impegno di non poco conto, ma l’impresa parte, lo scorso autunno. Si raccolgono i primi soldi con una lotteria, poi con un porta a porta che dura mesi. Nel frattempo, falegnami ed elettricisti, mastri ferrai, studenti, impiegati passano le sere d’inverno in una palestra (fredda) a rimettere a posto pali di legno, cavi elettrici, a ripristinare “tamburi” e “alberelli”, l’Arco Trionfale e gli archini. Cartavetrata, cementite, vernice, condite con il pasto serale, patate al forno e salsicce, pizza, panini, dolci. Tutto alla buona volontà di un gruppo che man mano cresce. Nello stupore (e nell’euforia) di tutti. “Allora si può fare”, questo è il messaggio. Senza aspettare che qualcun altro lo faccia, senza assistenzialismo, senza miracoli.

E le bocce di vetro? Niente da fare con Murano. Un primo sondaggio fa subito comprendere che costano troppo, e che in laguna non sono troppo interessati a mettersi a rifare un lavoro che era stato fatto 120 anni fa in un contesto molto differente. Dall’altra parte del Mediterraneo, in un posto quasi sempre dimenticato da Dio e dagli uomini, a Hebron,  la tradizione del vetro però continua. Anzi, alcuni dicono che siano stati proprio i veneziani, allora padroni del Mediterraneo, a importare la lavorazione del vetro soffiato in Palestina. A Hebron, Al Khalil per i palestinesi, la raccontano però in maniera differente: forse sono stati i romani, e comunque la cittadina della Cisgiordania meridionale vanta secoli e secoli di tradizione e di export in tutto l’Impero Ottomano di cui faceva parte. Istanbul compresa.

Una visita autunnale da Fares Natsche, il più importante vetraio di Hebron, apre una possibilità. Centinaia di bocce di vetro entro la primavera? Perché no? Il vetro era una delle voci più importanti della città più commerciale della Cisgiordania, e la famiglia Natsche fa questo da centinaia di anni, come dimostrano le foto della collezione Eric Matson, conservate alla LIbrary of Congress a Washington. In una di loro, Fares Natsche ha riconosciuto suo nonno, bambino, mentre lavora il vetro davanti a una fornace non così diversa da quella in cui lavorano, oggi, i suoi artigiani. Ma la chiusura della città, più ancora della seconda intifada, ha quasi distrutto un commercio fiorente. Dal 1994, da quando il colono israeliano Baruch Goldstein fece strage nella moschea di Ibrahim (la Tomba dei Patriarchi) la città è divenuta via via una singolare enclave, alla quale si arriva solo per amore e passione. Checkpoint, il Muro e il terminal che da Beit Jalla immette verso l’area di Hebron, le colonie israeliane del blocco di Gush Etzion, le colonie del cuore di Hebron che hanno reso la città vecchia una città fantasma, tra negozi sbarrati, tornelli e pattugliamenti. Tutto rende il viaggio verso Hebron un impegno, non solo per il fisico, ma soprattutto per stomaco e cuore.

L’accordo delle bocce si fa, in poche settimane. E il numero delle palle di vetro soffiato aumenta, sino a giungere a un totale di mille. Mille bocce di vetro soffiato a una a una, da un impareggiabile vetraio dai baffi che somigliano a quelli di un hidalgo. Un tubo di ferro in cui soffiare, una fornace uguale a quella di secoli fa, una immancabile sigaretta, e una forma di ferro scanalata vecchia di due secoli, per dare alle bocce la loro forma e una sorta di disegno a rete. Bianche, rosse, verdi, le perle di vetro vengono ammonticchiate, impacchettate, e poi spedite di Sicilia. Un’impresa che – a dispetto di una situazione difficile, chiusa, insostenibile – è stata un piccolo miracolo non solo organizzativo. Un piccolo miracolo fatto di una normale buona volontà. Merce rara in quella che si continua a chiamare Terra Santa.

Mille bocce ordinate da una piccola comunità siciliana, dove la crisi morde e la disoccupazione pure, per adornare una festa religiosa, cattolica, sentitissima. E per mettere di nuovo insieme in un impegno quotidiano una comunità che rischiava la frammentazione. Mille bocce realizzate una a una da una squadra di vetrai palestinesi, musulmani, in una delle città più tradizionali, conservatrici e devote della Palestina. Bocce per adornare la festa della Madonna, Mariam, la madre di Gesù, a cui il Corano dedica la sura XIX, la sura di Mariam. Mille bocce spedite da uno spedizioniere israeliano, ebreo, che ha curato personalmente la raccolta delle bocce a Hebron, il trasporto, l’invio. Se fosse stato per loro, per tutti i protagonisti di questa storia, la pace sarebbe già arrivata, in questo posto sempre più desolato. E sono certa che i soldi, il commercio, l’economia sono solo una parte di questa storia. La buona volontà, la normale buona volontà, o se si vuole la banalità del bene, hanno fatto il resto.

All’ascolto del racconto della raccolta dei soldi per comprare le bocce, della processione della Madonna, il commento di Fares Natsche e di suo figlio Ramzi è stato uno solo, tra lo stupore e una strana consolazione. Ma sono come noi, quando raccogliamo i soldi per la moschea e la carità… C’è voluto così poco, in fondo, per mettere in piedi uno strano ponte fatto di fragili perle di vetro. Forse perché a Hebron e a Zabut c’è ancora – simile – un senso della terra e della sofferenza?

Ieri, domenica, è andato in onda su Mediterraneo un bel servizio di Lucilla Alcamisi sulle perle di vetro. Lo si può vedere, o rivedere, qui. E per chi vuole vederla, la Festa della Madonna, e vedere le perle di vetro illuminate, l’appuntamento è il 20 maggio, tutto il giorno e tutta la notte. Benvenuti, ahlan wa sahlan.

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