Accordi di Oslo 20 anni dopo: un fallimento per i palestinesi, un vantaggio di Israele

di Adam Hanieh

Ai palestinesi non hanno portato l’indipendenza. A Israele hanno garantito un maggior controllo su ogni aspetto della vita quotidiana nei Territori occupati.

Roma, 11 maggio 2013, Nena News – Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della firma degli Accordi di Oslo tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il governo israeliano. Ufficialmente conosciuta come Dichiarazione dei Principi sulle Disposizioni di Autogoverno Temporaneo, gli Accordi di Oslo sono stati saldamente sistemati nel quadro della soluzione a due Stati, che annuncia “la fine di decenni di scontro e di conflitto”, il riconoscimento di “mutua legittimità e diritti politici” e l’obiettivo di raggiungere “una coesistenza pacifica e reciproca dignità e sicurezza e …una pace giusta, durevole e globale.”

I suoi sostenitori hanno affermato che sotto Oslo, Israele avrebbe ceduto gradualmente il controllo sul territorio nella West Bank e nella Striscia di Gaza, con la neocostituita Autorità Palestinese che alla fine vi avrebbe costituito uno Stato indipendente. Lo sviluppo dei negoziati e i successivi accordi tra OLP e Israele hanno aperto invece la strada all’attuale situazione esistente nella West Bank e a Gaza. L’Autorità Palestinese che ora governa su circa 2,6 milioni di palestinesi nella West Bank è diventata l’architetto chiave della strategia politica palestinese. Le sue istituzioni traggono legittimità internazionale da Oslo e nello stesso contesto l’obiettivo dichiarato di “costituire uno Stato palestinese indipendente” resta fissato al terreno. Gli incessanti appelli per un ritorno al negoziato, fatti quasi quotidianamente da leader americani ed europei, danno ascolto ai principi fissati nel settembre del 1993.

Dopo due decenni, è ormai comune sentire Oslo descritto come un “fallimento” a causa della realtà in atto rappresentata dall’occupazione israeliana. Il problema di questo giudizio è che confonde gli obiettivi dichiarati di Oslo con i suoi veri scopi. Dal punto di vista del governo israeliano, l’intento di Oslo non era quello di porre fine all’occupazione della West Bank e della Striscia di Gaza o di affrontare le questioni sostanziali dell’espropriazione palestinese, ma qualcosa di molto più funzionale. Facendo credere che i negoziati avrebbero portato a una sorta di “pace”, Israele è riuscito a far apparire le sue intenzioni come quelle di un partner, più che di un nemico della sovranità palestinese.

Sulla base di questa percezione, il governo israeliano ha utilizzato Oslo come una foglia di fico per coprire il suo controllo consolidato e rafforzato sulla vita dei palestinesi, utilizzando gli stessi meccanismi strategici branditi fin dall’inizio dell’occupazione del 1967. La costruzione di colonie, le restrizioni al movimento dei palestinesi, l’incarcerazione di migliaia di persone, il dominio alle frontiere e sulla vita economica: si sono sommati tutti insieme per formare un complesso sistema di controllo. Un volto palestinese può presiedere l’amministrazione, giorno per giorno, di affari palestinesi, ma il potere ultimo rimane nelle mani di Israele. Questa struttura ha raggiunto il suo apice nella Striscia di Gaza – dove oltre 1,7 milioni di persone sono rinchiusi in una piccola enclave con l’ingresso e l’uscita di persone e merci che sono determinati in gran parte dal diktat israeliano.

Oslo ha avuto anche un effetto politico pernicioso. Riducendo la lotta palestinese a un processo di baratto di schegge di terra nella West Bank e nella Striscia di Gaza, Oslo ha disarmato, dal punto di vista ideologico, parti non trascurabili del movimento politico palestinese che sostenevano il continuare della resistenza al colonialismo israeliano e che si proponevano la realizzazione autentica delle aspirazioni palestinesi. La più importante di queste aspirazioni era la richiesta che i profughi palestinesi avessero il diritto di ritornare alle case e alle terre dalle quali erano stati espulsi nel 1947 e 1948. Oslo ha fatto apparire fantasioso e irrealistico il discutere di questi obiettivi, normalizzando un pragmatismo illusorio, invece di affrontare le radici di fondo dell’esilio palestinese. Al di fuori della Palestina, Oslo ha minato fatalmente la solidarietà diffusa e l’empatia con la lotta palestinese sviluppate durante gli anni della prima Intifada, rimpiazzando l’orientamento rivolto al supporto collettivo di base con la fede nelle trattative guidate dai governi occidentali. Ai movimenti di solidarietà potrebbe occorrere più di un decennio per ricostituirsi.

Mentre il movimento palestinese si è indebolito, Oslo ha contribuito a rafforzare la posizione regionale di Israele. La percezione illusoria che Oslo avrebbe condotto verso la pace, ha permesso ai governi arabi, guidati da Giordania ed Egitto, di contrarre legami economici e politici con Israele sotto gli auspici americani ed europei. Israele è stato così in grado di liberarsi dai boicottaggi arabi, stimati essere costati cumulativamente, tra il 1948 e il 1994, 40 miliardi di dollari. Ancora più significativamente, una volta che Israele è stato reintegrato, aziende internazionali hanno potuto investire nell’economia israeliana senza timore di attirare boicottaggi da partner commerciali arabi. In tutti i modi, Oslo si presentava come lo strumento ideale per irrobustire il controllo di Israele sui palestinesi e rafforzare nel contempo la sua posizione all’interno di un Medio Oriente più ampio. Non c’era contraddizione tra il supporto al “processo di Pace” e il rendere più accentuata la colonizzazione – il primo ha operato costantemente per rendere possibile la seconda. (…)

La realtà del controllo israeliano odierno è il risultato di un unico processo che ha combinato inevitabilmente violenza e l’illusione di negoziati come un’alternativa pacifica. La contrapposizione tra gli estremisti di destra e il cosiddetto campo della pace israeliano agisce per offuscare la centralità della forza e del controllo coloniale contenuto nel programma politico di quest’ultimo.

La ragione di questo è l’assunto, condiviso dei sionisti di destra e di sinistra , che i diritti dei palestinesi possono essere ridotti alla questione di uno stato in qualche parte della Palestina storica. La realtà è che il progetto prioritario degli ultimi 63 anni di colonizzazione in Palestina è stato il tentativo da parte dei vari governi israeliani di dividere e scindere il popolo palestinese, il tentativo di distruggere un’identità nazionale coesa, separando gli uni dagli altri. Questo processo è illustrato chiaramente dalle diverse categorie di palestinesi: i profughi, che restano sparpagliati nei campi di tutta la regione; coloro che nel 1948 sono rimasti sulla loro terra e più tardi sono divenuti cittadini dello Stato di Israele; quelli che vivono nei cantoni isolati della West Bank; ed ora quelli che sono separati dalla frammentazione della West Bank e della Striscia di Gaza. Tutti questi gruppi di persone costituiscono la nazione palestinese, ma la negazione della loro caratterizzazione unitaria è stata la logica prevalente della colonizzazione da prima del 1948. Sia la sinistra sionista che la destra concordano con questa logica e hanno agito all’unisono per restringere la “questione” palestinese a frammenti isolati della nazione nel suo complesso. Questa logica è pure quella accettata di tutto cuore dall’Autorità Palestinese ed è incarnata nella sua visione di una “soluzione a due Stati”.

Oslo potrebbe essere morto, ma il suo cadavere putrido non dovrebbe essere quello che ogni palestinese dovrebbe sperare di resuscitare. Ciò che serve è un nuovo orientamento politico che rifiuti la frammentazione dell’identità palestinese in zone geografiche disperse. E’ incoraggiante vedere il coro montante di appelli a un riorientamento della strategia palestinese, sulla base di un unico Stato in tutta la Palestina storica. Tale risultato non si potrà ottenere solo grazie agli sforzi dei palestinesi. Esso richiede una più ampia sfida alle relazioni privilegiate di Israele con gli Stati Uniti e alla sua posizione di perno chiave del potere degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Ma la strategia a uno Stato presenta per la Palestina una visione che conferma l’essenziale unità di tutti i settori del popolo palestinese, indipendentemente dall’aspetto geografico.

Fornisce, inoltre, un percorso per giungere al popolo israeliano che rifiuta il sionismo e il colonialismo attraverso la speranza in una società futura che non discrimina sulla base di un’identità nazionale, e in cui tutti possano vivere indipendentemente dalla religione o dall’etnia. E’ questa visione che fornisce un percorso per raggiungere sia la pace che la giustizia.

(tradotto da mariano mingarelli)
www.amiciziaitalo-palestinese.org
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