Ad un sud africano la soluzione dei due stati suona come apartheid

3 OTT 2012

 Persone in tutto il mondo sempre più d’accordo con i palestinesi che dicono di vivere in un sistema di apartheid

Il film documentario Roadmap to Apartheid, diretto da Ana Nogueira, una bianca sudafricana e Eron Davidson, un Ebreo israeliano, ha vinto numerosi premi nei festival cinematografici in tutto il mondo.

Il film guarda da vicino il confronto dell’apartheid spesso usato per descrivere il conflitto israelo-palestinese. Il film si basa sulle molte lezioni dall’esperienza sudafricana rilevanti per i conflitti in tutto il mondo e rompe l’analogia retorica in un confronto basato sui fatti, notando dove l’analogia è utile e opportuna, e dove on lo è.

Il film è sia un documento storico dell’ascesa e della caduta dell’apartheid, sia un film sul perché molti palestinesi sentono di vivere in un sistema di apartheid oggi, e perché un numero crescente di persone in tutto il mondo è d’accordo con loro.

Il conflitto israelo-palestinese è complesso. Tuttavia, l’esperienza del conflitto del Sud Africa ci dice che c’è sempre una  speranza. Il nostro governo si è posto come facilitatore nel processo di pace essendo uno dei primi paesi ad avere relazioni diplomatiche con Israele e Palestina.

Le iniziative non-governative intraprese in questo paese sono: le campagne in corso da parte dei gruppi di solidarietà palestinesi, la presentazione della terza sessione del Tribunale Russell sulla Palestina e la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni volto a creare una crescente pressione sul governo israeliano per negoziare; una strategia che ha avuto successo in Sud Africa. Il Tribunale Russell ha tenuto udienze a Città del Capo e ha concluso che Israele ha commesso crimini di apartheid, come definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sull’apartheid. La Convenzione del 1973 sull’apartheid era l’ultimo passo nella condanna dell’apartheid dichiarando criminale l’apartheid stesso.

Feci la mia introduzione al conflitto alla conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne a Nairobi nel 1985, dove hanno avuto luogo accesi dibattiti. Eravamo molto più preoccupati per la nostra lotta e allors non ho ottenuto molto più di un atto di comprensione. Quando sono arrivata al parlamento guidavo la delegazione sudafricana presso l’Unione Interparlamentare e scoprii che, mentre Israele ne era un membro, la Palestina era solo un osservatore.

Il dibattito se ammettere o meno la Palestina come membro infuriò per molti anni. E ‘stato solo nel 2008, quando il Sud Africa, come paese ospitante sotto la guida del nostro ex presidente del Parlamento, Baleka Mbete, che la Palestina è stata finalmente ammessa nella IPU.

Intimidazione

Nel 2008 mi sono unita ad una delegazione di attivisti sudafricani per i diritti umani per visitare Israele / Palestina. L’invito alla delegazione sudafricana per i diritti umani erano venuto da organizzazioni israeliane e palestinesi che lavorano insieme per la pace. L’obiettivo era quello di offrire l’opportunità di vedere personalmente la situazione nella Cisgiordania occupata. L’altro obiettivo è stato quello di sostenere quello che abbiamo capito essere un piccolo e nuovo movimento di palestinesi e israeliani coinvolti nella comune lotta nonviolenta per la pace, che mostra una grande promessa.

Il nostro primo assaggio di ciò che sarebbe accaduto è stato veder trattenere per l’interrogatorio l’avvocato Fatima Hassan all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Tra le domande che le sono state fatte c’era l’origine del suo nome musulmano. A parte il pregiudizio apparente, non sembrava esserci una logica per questo comportamento, se non quella di intimidire la nostra delegazione. L’intimidazione si è ripetuta quando abbiamo visitato Hebron, dove sono stati arrestati tre ospiti locali nelle celle della polizia, mentre i coloni israeliani, che ci stavano minacciando, venivano ignorati. Questo mi ha ricordato gli arresti arbitrari e la detenzione in Sud Africa ai quali ci eravamo  abituati sotto l’apartheid.

Mio marito, che faceva parte della delegazione, aveva condiviso la sua esperienza di vita in villaggi palestinesi, che aveva visitato per sei mesi come “accompagnatore ecumenico” con un programma del Consiglio Mondiale delle Chiese. Gli accompagnatori supportano attivisti palestinesi e israeliani che lavorano per la pace, osservano la situazione in Palestina e lavorano al loro rientro a casa per influenzare l’opinione pubblica e la politica estera affinchè venga messa fine all’occupazione.

In visita al campo profughi di Balata a Nablus, sono rimasta colpita dal modo in cui i soldati israeliani trattavano la gente, e cioè mancando di rispetto alla loro dignità. La mia preoccupazione in particolare era per le generazioni di bambini palestinesi che crescevano e crescono in queste condizioni. Visitando il museo dell’Olocausto allo Yad Vashem, era difficile immaginare come i sopravvissuti dell’Olocausto potessero essere così insensibili agli stenti e al trattamento inumano dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana.

Confronto convincente

Il confronto tra l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza e l’apartheid in Sud Africa, è avvincente. Il confronto tra i requisiti per una soluzione pacifica è sorprendentemente simile per due popoli che vivono sulla stessa terra, la necessità di fornire la libertà per il popolo che non ce l’ ha,e di garantire la sicurezza per le persone che detengono il potere, ma che si sentono minacciate dal processo di pace. Quando guardiamo i problemi che abbiamo in Sud Africa oggi, impallidiscono in confronto a quelli che abbiamo avuto nel 1980, e non è nemmeno immaginabile cosa sarebbe potuto accadere se non avessimo raggiunto una soluzione. Guardando al futuro in Israele / Palestina, si può solo chiedersi quale potenziale si potrebbe liberare se venisse raggiunto un accordo.

Roadmap to Apartheid si conclude con le parole del poeta sudafricano, Don Mattera, che quando si discute il sogno di una società libera ed equa nella Palestina storica, dichiara ottimisticamente: “E ‘possibile. E ‘possibile”. Questo mi ha fatto pensare, come le immagini delle mappe di estensione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, mi ha reso chiaro quanto sia difficile il raggiungimento di una soluzione a due stati. Questa è la base degli unici piani che vengono discussi in questo momento, la “roadmap (tabella di marcia)” del Quartetto per il Medio Oriente (Stati Uniti, Nazioni Unite, Unione Europea e Russia) e il piano di pace arabo.

Per un sudafricano la soluzione dei due Stati non può che suonare come l’apartheid. Forse ci vuole un poeta per convincerci che abbiamo bisogno di guardare alla nostra comune umanità per trovare la soluzione. La collaborazione dei comuni cittadini palestinesi e israeliani in cerca di pace ispira speranza.

Nozizwe Madlala-Routledge *

Questo articolo è apparso nell’edizione di stampa del Sud Africa Sunday Tribune e viene ripubblicato con autorizzazione.

* Nozizwe Madlala-Routledge è una politica sudafricana, è stata vice-ministro della difesa dal 1999 al 2004 e vice ministro della salute da aprile 2004 ad agosto 2007.

Fonte: Electronic Intifada

Traduzione a cura di PalestinaRossa

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/ad-un-sud-africano-la-soluzione-dei-due-stati-suona-come-apartheid

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