Adesso

“Personalmente non ero né favorevole né contrario, e quando su Facebook mi arrivò l’invito a partecipare alle manifestazioni, avevo cliccato “forse”. Le manifestazioni tutto sommato fanno sempre bene: sono belle occasioni per riunirsi…”

Ecco amici. Si comincia così. Con una consapevolezza forse blanda o comunque confusa di quello che si sta vivendo, di quello che si sta muovendo intorno, dentro e fuori la piazza più vicina alla nostra casa. Forse anche con una sorta di disincanto, del tanto-a-cosa-vuoi-che-serva che insinua nel nostro animo l’indecisione.

Eppure… eppure Ahmed Nagi, egiziano, classe 1985, scrittore e blogger, è uscito di casa quel 25 gennaio e ha capito in quella mattinata cairota l’aria che si respirava era diversa:

“La sera, raggiungendo Piazza Tahrir, mi trovai davanti una scena completamente diversa da tutto quello che avevo visto nella mia vita: nonostante i lacrimogeni e i proiettili di gomma, sembrava che in quella piazza la gente stesse vivendo i momenti più felici della sua vita: c’erano energie positive. In un giorno soltanto la speranza era cresciuta, si era radicata come un albero la cui crescita non poteva essere più fermata.
Sembrava che fossero decine di migliaia le persone che avevano ricevuto quell’invito e che tantissimi avessero cliccato “sì”, ma che anche tutti quelli che avevano cliccato “forse” avessero poi deciso di scendere in piazza.” (trad. di Ashraf Hassan e Serena Tolino)

Eppure… in Tunisia migliaia di giovani a dicembre, rischiando la galera se non la vita, scendono in piazza spontaneamente e ripetendo uno slogan tanto scontato quanto coraggioso: “via Ben Ali!”, in pochi giorni son riusciti a cacciare il dittatore. E ci credono davvero che è questa l’ora.

… Eppure altre migliaia di persone, giovani e adulti abituati da decenni a resistere e a sperare, sono scese in piazza a Ramallah, per festeggiare quando il dittatore egiziano ha finalmente compreso che il popolo aveva espresso la propria volontà (http://www.youtube.com/watch?v=Fgw_zfLLvh8 ):

“Nessuna bandiera di partito, tante bandiere egiziane e qualcuna palestinese. Omar Bhargouti, coordinatore della campagna BDS in Palestina, porta un cartello con lo slogan : “Freedom wins! 2 down, 20 to go!” (La libertà vince! Due giù, e ora gli altri 20!) con esplicito riferimento ad altri leader autoritari dei paesi arabi”(NenaNews).

Ma in questo convulso contesto di “inedita rivoluzione nonviolenta” in tutto il Nord Africa, che ripercussioni ci potranno essere sul conflitto israelo-palestinese?
Lo abbiamo chiesto ad un amico di BoccheScucite, Abdelkarim Hannachi, docente di lingua araba in alcune università siciliane, “cittadino delle due sponde”, come egli stesso ama definirsi:

“Le rivolte liberano i popoli e i popoli determinano i loro destini e le loro relazioni con gli altri popoli. Questo avviene e avverrà per ogni questione cruciale come è la questione palestinese per tutti gli arabi.
Fino ad oggi i dittatori dell’altra riva del Mediterraneo sono stati ottimi partner con i governi occidentali, Italia compresa, per fruttuosi rapporti economici e politici mai messi in discussione nonostante la continua violazione dei diritti umani fondamentali.
Venendo meno la complicità tra i governi occidentali, fedelissimi sostenitori di Israele, e i dittatori arabi loro alleati, che impediscono ai popoli di esprimersi e di decidere, la pace sarà sicuramente più vicina anche per la Palestina. Ma sarà una pace sofferta. Perché l’Occidente, perdendo i suoi alleati arabi, non potrà più staccare assegni in bianco all’arroganza israeliana, ma sarà costretto a tener conto delle legittime rivendicazioni di questi popoli riguardo proprio alla questione palestinese.
Certo che Israele è preoccupato per queste masse che oggi gridano “abbasso Ben Ali!”, “via Mubarak!”, perché domani grideranno: “basta con l’occupazione. Palestina libera!”

Eppure… Ahmed, 23 anni, studente e lavoratore a Gaza prende coraggio e… almeno sogna ancora. Maria Letizia Gualdoni, per BoccheScucite, gli ha chiesto di raccontarcelo:

“Potessimo partire… da qui!
Qualsiasi persona desiderosa di andare da qualsiasi parte potrebbe facilmente farlo. Tutto ciò che serve, è sbrigare le solite formalità, …scegliere il posto… poi, in poche ore, o giorni, sarà là! dove ha desiderato essere. Ma io, questo non lo posso fare. Negli ultimi 4 anni, ho tentato di uscire di qui, ma ogni tentativo, si è infranto contro un immenso muro…. Un muro fatto di occupazione, embargo. Non so proprio come si possa stare, retti, su questo muro, impedendo ai cittadini palestinesi di uscire da Gaza e di vivere liberi come ogni altra persona.
Il gattino del mio vicino di casa, ha più libertà di noi. Forse… alcuni di noi, possono sopportare di vivere con una libertà limitata… ma vivere in una prigione, la più grande del mondo…
Gaza: “la capitale dell’inferno”, come alcuni amici la chiamano.
E che altro possiamo dire se non: “Smile! You are in Gaza!”

… Eppure domenica scorsa, in 230 piazze d’Italia, un milione di donne soprattutto ma anche di uomini da Lecco a Vibo Valentia, da Milano a Venezia, a Napoli, Torino, Palermo e a Roma hanno pensato che ‘forse’ non bastava più. E, forse rincuorati dal coraggio di quelle sorelle e fratelli arabi che certamente hanno rischiato e sopportato in modo ben più duro, hanno sventolato sciarpe bianche e sana indignazione. In nome della dignità. Che come sempre deve essere di tutti.

La fatica di stare, di non lasciare quella piazza, promessa e sogno di una libertà agognata da troppo e da conquistare purtroppo a caro prezzo, è costata centinaia di morti ai nostri amici tunisini ed egiziani. Racconta ancora Nagi:

“Ho visto coi miei occhi donne fuggire coi loro figli.
Ho visto coi miei occhi bambini rischiare di soffocare.
Ho visto coi miei occhi un lacrimogeno colpire il viso di una donna sui trent’anni. Portava il velo ed è morta sul colpo.”(Nena News)

Adorniamo idealmente con i nostri veli bianchi il volto di questa giovane vittima senza nome, ma con la sua storia, e sappiamo che è anche grazie a lei e a tutti coloro che non hanno avuto timore di riconoscere che ‘se non ora, quando’, un popolo che ancora non vede riconosciuti i legittimi diritti ha ricominciato a sperare:

“Nonostante la coscienza di rimanere ancora sotto l’occupazione israeliana, si percepisce una forte sensazione positiva condivisa: che il processo di cambiamento nato in Tunisia e proseguito in Egitto investirà tutti i popoli arabi, inclusi i palestinesi. Visto che siamo in tema di rivoluzione, viene da dire: “ce n’est pas qu’un début”!

BoccheScucite

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