Aed Abu Amro, simbolo della gioventù palestinese che corre il rischio, resiste e non si arrende! – di Patrizia Cecconi

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di Patrizia Cecconi

Betlemme, 6 novembre 2018

Aed Abu Amro,  il ragazzo divenuto icona della “Grande marcia del ritorno” – facilmente identificabile dopo che il memorabile  scatto di Mustafa Hassouna ha riempito i social e i mezzi di informazione di massa – è stato colpito da un cecchino israeliano durante la manifestazione del lunedì, quella che si svolge lungo la spiaggia a nord di Gaza per rivendicare la fine dell’assedio via mare, oltre che dell’assedio tout court.

Era abbastanza normale aspettarselo e Aed ovviamente se lo aspettava, ma se resistere non è un gioco di società è anche normale correre il rischio, e Aed lo ha corso.

Ora è ricoverato in ospedale, ferito da uno dei proiettili con cui Israele ha azzoppato una buona percentuale della gioventù palestinese. I medici dicono che non dovrebbe riportare danni permanenti il che significa che il proiettile non è esploso frantumandogli l’osso. Chi conosce un po’ i gazawi sa che non sono facilmente “addomesticabili”, né da Hamas, né dall’assediante e sa che le decine di migliaia di manifestanti che in questi mesi hanno seguitato a marciare  lungo il confine, non si sono fatti fermare neanche dopo aver perso una o entrambe le gambe. Lo sa bene anche Israele che, infatti, nell’archivio delle sue vergogne conta anche l’assassinio di diversi manifestanti invalidi.

Appena Aed uscirà dall’ospedale, siamo certi di ritrovarlo a manifestare per la rottura dell’assedio e l’applicazione della Risoluzione Onu 194 che Israele seguita a calpestare.

Le voci accreditate  di questi giorni parlano di accordi tra Hamas e Israele patrocinati dall’Egitto. Accordi che dovrebbero gradualmente bloccare la grande marcia rendendola soltanto una manifestazione di facciata fino al suo concludersi con la fine dell’anno.

Hamas – si dice – punirà chi contravverrà ai suoi ordini di non lanciare sassi né aquiloni fiammanti. Hamas, forse, dovrà punire molti manifestanti perché una cosa che il mondo mediatico ignora e ha “voluto” ignorare già dal primo giorno della marcia è che si tratta di un’iniziativa a “propulsione  popolare”  e non di un’iniziativa promossa da Hamas, sebbene Hamas ci stia mettendo il cappello. Esattamente come voleva Israele e inoltre, cosa importante, cercando in tal modo di riprendere l’autorevolezza d’immagine  che era andata  via via scemando grazie a una politica da una parte troppo repressiva e dall’altra non più capace  di fornire assistenza e servizi a due milioni di persone per la maggior parte povere e prive di lavoro.

La prova che sarà difficile bloccare i manifestanti la si è avuta sia ieri che venerdì, i due giorni dedicati alla marcia. L’una, quella del venerdì, iniziata il 30 marzo lungo l’assedio terrestre, e l’altra, quella del lunedì, iniziata successivamente, lungo l’assedio via mare.  C’è stata meno affluenza, è vero, ma c’è stata e lo dimostrano i gas e le pallottole sparate dagli snipers che seppur non hanno ucciso (immediatamente) i manifestanti, ne hanno feriti molte decine.

A Beit Lahya, lungo la spiaggia a nord di Gaza, è ancora più criminale la reazione dei cecchini alla marcia dei palestinesi, perché mentre questi dimostrano sulla spiaggia, i tiratori scelti dello Stato ebraico fanno il tirassegno senza che vi sia neanche l’ipotetico minimo rischio dei cosiddetti scontri che servono ai media per giustificare i numerosi assassinii e ferimenti di manifestanti palestinesi.

I dieci feriti di ieri sulla spiaggia di Gaza sono stati ricoverati allo Shifa e all’Indonesian hospital e tra questi c’è Aed che i medici considerano (al pari degli altri per fortuna) non particolarmente grave.

Il Comitato Nazionale per la Rottura dell’Assedio, ha comunque dichiarato: “Non fermeremo le marce di ritorno e le marce navali finché i nostri obiettivi non saranno raggiunti”. Gli obiettivi come ormai dovrebbero sapere anche i distratti, sono la fine dell’assedio (e gli accordi ne prevedono un notevole alleggerimento ma non la fine)  e  il diritto al ritorno nelle loro terre come da Risoluzione 194 e questo non sembra che Israele sia disposto a concederlo restando, di fatto e di diritto, fuorilegge, cioè al di fuori della legalità internazionale.

Il Comitato ha precisato che le marce hanno l’obiettivo di garantire ai palestinesi i diritti umani fondamentali che Israele comprime, tra cui la libertà, l’autodeterminazione e il diritto di stabilire uno stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come sua capitale. Questa specifica aggiuntiva mostra che gli obiettivi sono chiaramente legittimi e addirittura che si avvicinano, per la parte che concerne “lo Stato indipendente” alle posizioni dell’avversario interno, cioè dell’Anp, ma ogni osservatore politico sa che per quanto possano essere legittimi e addirittura moderati, questi obiettivi non saranno raggiungibili finché Israele seguiterà a non pagare sanzioni per le sue azioni illegali e criminose.

La marcia, anzi “le” marce intanto continuano e le prossime settimane si capirà se Hamas avrà ottenuto i risultati che i manifestanti auspicano, o se sceglierà un compromesso che renderà inutile il sacrificio di oltre 200 morti e di circa 21.000 feriti tra cui Aed Abu Amro, l’icona della Grande marcia.

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Aed Abu Amro, simbolo della gioventù palestinese che corre il rischio, resiste e non si arrende! – di Patrizia Cecconi

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