Aeroporto Ben Gurion: “Benvenuti in Israele”

Interrogatori di 8 ore, domande imbarazzanti e richieste ai limiti della decenza. Tutte azioni conformi alla legge. Ecco il racconto di quanto capitato a dei cittadini americani che hanno avuto a che fare con l’accoglienza israeliana.

Traduzione a cura di Stefano Nanni

Il servizio di sicurezza israeliano, lo Shin Bet, sta richiedendo da qualche tempo l’accesso agli account personali di posta elettronica ai turisti con nomi arabi, secondo la testimonianza di alcuni cittadini americani che sono stati interrogati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e a cui è stato negato, di conseguenza, l’ingresso in Israele.

Najwa Doughman, un architetto di 25 anni di New York, è atterrata in Israele il 26 maggio.

La donna, che aveva visitato il paese in passato altre tre volte, aveva programmato un giro turistico di dieci giorni con un’amica, Sasha Al-Sarabi, che al contrario arrivava per la prima volta in Israele.

Entrambe provengono da famiglie palestinesi espulse da Haifa e Akko nel 1948.

Intorno alle 17h, circa un’ora dopo l’atterraggio, è iniziato l’interrogatorio di Doughman.

Le domande le sono state rivolte da un’agente di sicurezza, donna, che non ha voluto divulgare la sua identità né la sua posizione. Era presenta anche una sua collega.

Nella prima parte le hanno chiesto: “Ti senti più araba o americana?” (domanda alla quale l’interrogante suggeriva la risposta: “Di sicuro ti senti un po’ più araba.”).

“Andrai ad Al-Aqsa” e “Perché stai tornando qui per la terza volta proprio ora? Potevi andare in Venezuela, Messico, Canada. Sono tutti posti molto più vicini a New York, e molto meno cari!”.

Quando Doughman ha risposto: “Non avete altri turisti che vengono qui in Israele più di una volta?”, l’agente le ha replicato: “Sto facendo questa domanda a lei, qui, in questo momento”.

In seguito, secondo Doughman, l’agente ha detto: “Okay, ora faremo qualcosa di molto interessante!”.

Dalla sua descrizione, lo sguardo severo della donna della sicurezza lasciò il posto ad un mezzo sorrisetto.

Ha digitato www.gmail.com sul suo computer, girato la tastiera verso Doughman, chiedendole di accedere al suo account personale.

Anche se stupita, Doughman ha capito subito che non le conveniva rifiutare, nonostante questa non fosse affatto una richiesta ragionevole.

Secondo un articolo scritto dalla stessa Doughman diversi giorni dopo sul blog Mondoweiss, la donna della sicurezza ha letto tutte le mail che contenevano parole chiavi tipo “Palestina”, “Israele”, “Cisgiordania” e “International Solidarity Movement”), leggendo qualche rigo ad alta voce così come degli scambi di messaggi tra lei ed una sua amica circa il suo prossimo viaggio.

Infine l’agente ha preso nota di alcuni nomi, indirizzi e-mail e numeri di telefoni dei suoi contatti.

Dopo circa cinque ore di continue domande, Doughman e la sua amica sono state obbligate ad aspettare altre tre ore, dopo le quali è stato detto loro che il visto di ingresso per Israele era stato rifiutato.

Accompagnate da un corposo organico di agenti di sicurezza esse sono state condotte in un altro punto dell’aeroporto, dove sono state fotografate e le loro valigie ispezionate meticolosamente, inclusi gli oggetti e le tasche più piccole. I loro computer e I-paid sono stati fatti passare, due volte, attraverso un rilevatore di esplosivo.

Ed in seguito sono state perquisite dietro una tenda.

Quando il metal detector è suonato mentre passava su un bottone dei jeans di Doughman le è stato  chiesto di togliersi i pantaloni.

Lei a questo punto è crollata, scoppiando a piangere, e si è rifiutata.

Il team della sicurezza ha risposto minacciandola che glieli avrebbero tolti con la forza.

Invece, per fortuna,  le è stato concesso di indossare un paio di pantaloncini presi dalla sua valigia al posto dei jeans.

Le due donne americane hanno passato la notte in una struttura detentiva dell’aeroporto e sono state rimpatriate negli Stati uniti con un volo passante per la Francia, circa 14 ore dopo essere arrivate in Israele.

Il 21 maggio il copione si è ripetuto con un’altra cittadina americana, Sandra Tamari, 42 anni proveniente da S. Louis.  

Il personale di sicurezza israeliano le ha chiesto di accedere al suo account di posta elettronica prima che le venisse negato il visto d’ingresso.

Il suo interrogatorio è durato 8 ore.

Quando si è rifiutata di aprire la sua posta elettronica, le è stato detto che allora probabilmente stava nascondendo qualcosa.

Tamari, anch’ella discendente da una famiglia palestinese, è stata molto attiva nelle campagne di boicottaggio e sanzioni contro Israele.

Anche la sua versione degli eventi è stata pubblicata su Mondoweiss.

Una terza cittadina americana, che ha preferito che il suo nome non venisse pubblicato, è stata bloccata a maggio all’aeroporto dopo essersi rifiutata di dare accesso al suo account e-mail al personale di sicurezza.

Il visto d’ ingresso non le è stato concesso ed anche a lei è stato detto che stava nascondendo qualcosa.

Un ennesimo caso è datato ottobre scorso.

Ronit Eckstein, il portavoce dell’Autorità aeroportuale israeliana, ha spiegato ad Haaretz che la responsabilità sull’ingresso dei turisti in Israele ricade sul ministero degli Interni, e che gli ufficiali di sicurezza che hanno interrogato le donne non facevano parte del personale dell’aeroporto.

Il ministro ha fatto sapere che tali controlli vengono effettuati dal servizio di sicurezza dello Shin Bet.

Quest’ultimo ha infine confermato che Doughman e Tamari sono state interrogate da dei loro agenti dopo essere atterrate in Israele, precisando che le azioni intraprese durante l’interrogatorio si sono svolte nel pieno rispetto della legge israeliana.  

7 giugno 2012

http://www.osservatorioiraq.it/aeroporto-ben-gurion-benvenuti-in-israele

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