Agnelli sacrificali

admin | June 2nd, 2012 – 12:22 pm

 

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«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.» La classica citazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dal suo Gattopardo, può essere banale, ma di certo calzante, dopo il verdetto di questa mattina al processo contro Hosni Mubarak e un pezzo del regime che ha governato e distrutto l’Egitto negli scorsi trent’anni.

Hosni Mubarak è stato condannato all’ergastolo. Una vita in prigione. O meglio, in prigione l’ultimo scorcio della sua vita, la vita di un ultraottantenne. Ergastolo anche per il suo fedele ministro dell’interno, Habib el Adly. Entrambi ritenuti colpevoli dai giudici per essere stati complici dell’assassinio di coloro che protestavano contro il regime, durante l’inizio della rivoluzione egiziana. Fin qui, sembra una sentenza su cui si potrebbe avere poco da dire. I giudici hanno trovato le prove di un loro coinvolgimento come mandanti dell’assassinio di centinaia, migliaia di morti. Quello che non torna, nella sentenza, è l’assoluzione per chi stava immediatamente sotto Mubarak e Adly. I capi della sicurezza, coloro che erano ai diretti ordini di Mubarak e Adly. Assolti. Assolti almeno sei tra i più importanti dirigenti della macchina della sicurezza in Egitto. I mandanti sono chiari, e sono stati condannati all’ergastolo. Gli organizzatori e gli esecutori, invece, non si trovano. Le prove portate di fronte ai giudici non sono state bastanti a condannare gli organizzatori e gli esecutori.

Pensare a Tomasi di Lampedusa, a questo punto, viene spontaneo. Hosni Mubarak e Habib el Adly sembrano, a molti degli avvocati delle famiglie delle vittime, così come a molti degli attivisti egiziani, gli agnelli sacrificali in una storia – quella della rivoluzione e della controrivoluzione – che è lungi dall’essersi conclusa. I primi slogan nella corte chiedevano una lustratia della magistratura egiziana, un’epurazione di coloro che gli attivisti ritengono parte dell’ingranaggio del vecchio regime.

La lettura immediata, dunque, è che il regime egiziano (quello che Mubarak ha guidato sino all’11 febbraio del 2011) provi a salvare se stesso. Sacrificando almeno due uomini divenuti il simbolo della repressione, ma non – nella sentenza – della corruzione. Le accuse di corruzione, contro Mubarak, ma anche contro i suoi figli Gamal e Alaa, sono cadute: gli imputati sono stati assolti. E sono liberi. Liberi alla vigilia di un ballottaggio, quello delle presidenziali egiziane, che diventa sempre più delicato, pericoloso. Da incubo, scriveva una delle attiviste più famose, stamattina. Cosa succederà, dopo l’uscita dalla galera di Tora dei figli di Mubarak, il businessman Alaa e il secondogenito che aveva studiato da presidente, Gamal, il viso emaciato dietro le sbarre, stamattina, e molti chili in meno? Riusciranno ad appoggiare Ahmed Shafik, l’ex generale, l’ultimo primo ministro di Hosni Mubarak, colui che riteneva il vecchio presidente un ‘modello’? Oppure la loro liberazione dal carcere spingerà anche i più riottosi tra gli attivisti della rivoluzione a turarsi il naso, e votare per Mohammed Morsy?

La nebbia è ancor più fitta, dopo questo verdetto che in un primo momento avrà dato sollievo a molti egiziani. Ergastolo a Hosni Mubarak, il presidente di cui molti, tutti i governanti europei erano convinti alleati ed estimatori. Ergastolo al dittatore, ergastolo al più importante dittatore arabo, condannato da un tribunale egiziano, giudicato in patria.  Dopo il primo singulto di commozione, però, è arrivato lo schiaffo. Vedere tutti gli altri assolti. Cambiare tutto perché nulla cambi. In una regia (di chi? Di chi non è stato neanche portato di fronte a un tribunale, neanche arrestato?) che sembra incredibilmente sapiente, l’Egitto è stato reso insicuro, senza sicurezza, senza polizia, per mesi, per un anno intero. Poi sono arrivate le elezioni, il ballottaggio tra un vecchio esponente del regime (rassicurante) e un alto dirigente dei Fratelli Musulmani. E gli egiziani hanno urgente bisogno di sicurezza, di law&order, di vecchie regole, di rassicurazioni… Immediatamente dopo, lo stato d’emergenza che per 31 anni aveva segnato la vita degli egiziani è stato tolto. Dopo 31 anni, immediatamente dopo il risultato del primo turno delle presidenziali. E poi, nella sequenza, questo verdetto in un processo che per gli egiziani doveva essere il processo del secolo.

Cosa succederà? Cosa deve ancora succedere, in un paese in cui tutti gli attivisti di punta hanno sulle loro spalle un procedimento giudiziario in sonno, pronto a esser tirato fuori dal cassetto e a essere presentato di fronte alla giustizia militare? Cosa succederà  oggi, domani, e poi al ballottaggio?

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