ÁGNES HELLER – di Francesco Comina

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The Hungarian philosopher Agnes Heller posing
before the opening event of the Philosophy Festival ‘phil.cologne’ at the WDR broadcasting center in Cologne, Germany, 17 May 2016. Photo by: Thilo Schmülgen/picture-alliance/dpa/AP Images

Francesco Comina

Si è spenta la grande filosofa ungherese. Testimone di avvenimenti che hanno infuocato la storia del Novecento in Europa, libera pensatrice sugli eventi della vita: dalla filosofia all’amicizia, dal nuoto all’amore, dalla libertà alla democrazia.

 

Se n’è andata a novant’anni nel modo che per lei era più bello: nuotando. Se avesse potuto Ágnes Heller avrebbe vissuto nell’acqua. Non so cosa la spingesse così istintivamente verso i laghi, il mare e perfino i fiumi. Forse vi trovava il senso delle cose, il fondale marino della vita: la pace interiore. Pochi anni fa le venne la bella idea di tuf-farsi nel Rio delle Amazzoni dove non è difficile imbattersi in temibili coccodrilli (scherzando commentava: “Ma cosa avrei dovuto temere?Con tutto il ben di Dio che c’è in quel fiume i coccodrilli si scomodano per me?”).

In generale lei si tuffava. Amava il lago di Caldaro al punto che cinque anni fa lo fece a nuoto quasi fino all’altra riva. Il lago di Garda lo ha sperimentato da ogni punto.

Ricordo le sue nuotate a Riva del Garda, a Malcesine, a Lazise e Desenzano. Alle terme di Merano fece solo la piscina olimpionica esterna: “Per me nuotare significa nuotare e non galleggiare al caldo” mi disse.

Ma la nuotata più bella l’ha fatta al mare quando andammo a Fano per tenere una conferenza. Sparì oltre gli scogli per almeno due ore.

In Puglia, lo scorso anno, fu tentata tantissimo ma il tempo non prometteva nulla di buono. Nuotava Ágnes, come si deve, ossia da sola.

L’ho sentita due giorni prima del fatidico bagno. Era felice: “Ti saluto dal Balaton dove trascorro, come sempre, le mie vacanze nella casa per le ferie dell’Accademia ungherese per le scienze. Non vedo l’ora di fare il nostro tour a settembre e godere ancora una volta delle bellezze dell’Italia. Sono contenta del lavoro che abbiamo fatto sul tema dell’amore, una bella idea ricostruire la storia di questo sentimento che infiamma”.

Il libro si intitola Il demone dell’amore. La grande filosofa al cospetto di un sentimento che infiamma (Gabrielli editori).

Un libro nato dall’amicizia, ma anche dall’affetto, che ci teneva legati da più di quindici anni.

A marzo ci siamo incontrati nella cornice del monastero del bene comune di Sezano, uno dei luoghi che lei amava di più, un convento immerso nel verde delle colline della Valpantena subito sopra Verona. Insieme a Genny Losurdo, traduttrice e mediatrice dei conflitti, abbiamo dialogato per quattro giorni ricostruendo la storia dell’amore da Platone ai giorni nostri attraverso il pensiero, l’arte, la letteratura, il teatro, la musica: “L’amore – diceva la Heller –è quel sentimento che scalda il cuore degli innamorati ed è sempre presente nella letteratura come una costante, perché senza amore non c’è movimento, non c’è storia, non c’è passione, non c’è vita. L’amore ci sarà sempre finché vivrà l’uomo su questa terra”.

Forse è proprio per questa idea di amore che la Heller è sopravvissuta alla Shoà e al regime comunista sovietico. Il libro si chiude con un testo inedito della filosofa dedicato a Anna Frank, di cui era coetanea.

A quindici anni entrambe vissero il triste destino della persecuzione degli ebrei in Europa. Ágnes venne rinchiusa, con la mamma, nel ghetto di Budapest. Anna si dovette nascondere nel sottotetto della casa di Amsterdam.

Una si salvò, l’altra venne uccisa nel campo di Bergen Belsen: “Rileggendo il suo diario ho rivissuto le mie gioie di allora e le mie paure. Ho ricordato l’uccisione di mio papà ad Auschwitz a cui ero molto legata come Anna al suo Pim. E mi sono anche stupita delle speranze che battevano nel cuore di Anna, le sue fantasie per i possibili giorni del dopoguerra in un momento in cui non ero certa che saremmo mai sopravvissuti”.

Ma è l’amicizia che segna fortemente la vita della Heller.

Tutto si fermava dinanzi alla vera amicizia, che veniva sempre prima. Prima delle conferenze, dei libri, degli impegni accademici. Per la Heller l’amicizia era forse più importante dell’amore.

Pochi erano per lei i veri amici: “Per amico – diceva – io intendo un amico stretto, vicino. Ci dev’essere fiducia, reciprocità, onestà, intimità, possibilità di rimanere in silenzio, un po’ di trasparenza, un po’ di attrazione erotica, rispetto reciproco, sincerità e capacità di risolvere i conflitti e i fraintendimenti”.

Negli anni di insegnamento alla New School di New York tenne un corso accademico proprio sull’amicizia insieme a Jacques Derrida (suo visiting professor). E che non sia stato soltanto un tema teorico io l’ho sperimentato in tante occasioni. Di fronte a situazioni difficili la Heller abbandonava ogni cosa non necessaria per farsi carico del problema altrui.

Il nostro incontro ha un padre.

Fu Arturo Paoli, agli inizi degli anni Duemila a parlarmi dell’importanza che il famoso libro della Heller, La teoria dei bisogni in Marx, ebbe in America Latina per la teologia della liberazione e per i movimenti sociali impegnati per la liberazione del continente dall’oppressione:

“Quel libro – spiegò Paoli – fu decisivo perché la Heller ci riconsegnava un Marx libero dall’ideologia, un Marx a partire dai bisogni umani. E dunque quel Marx poteva essere ripreso e riletto con passione anche sul versante cristiano”.

L’anno dopo la incontrai al Festival di Mantova e da lì nacque una amicizia profonda che è durata fino all’ultimo. Andammo anche a trovare Arturo Paoli nella sua casa di Lucca che era oramai quasi centenario.

Fu un momento bello e gioioso. Paoli prese per mano la Heller e la accompagnò a visitare la sua casa immersa nel bosco subito sopra Lucca.

In questi quindici anni abbiamo macinato chilometri e chilometri. Ci teneva che la portassi con la macchina perché sapeva che ero solito deviare dai percorsi diretti per trovare luoghi dove ci si poteva fermare a contemplare i paesaggi, bere un aperitivo su qualche spiaggia, mangiare del buon pesce fritto.

A Berlino abbiamo girato musei e mostre d’arte, a Budapest chiacchieravamo nei luoghi dove si incontrava la Scuola di Budapest e l’Italia era per lei un polmone dove respirare la bellezza.

A Firenze si sentiva al centro del mondo ed è successo che a Palazzo Vecchio fosse lei a spiegarci le opere che si trovavano all’interno (uno dei suoi primi e più bei libri che ha scritto è un viaggio nel Rinascimento italiano, L’uomo del Rinascimento), a Roma era di casa ma ogni volta cercava una mostra nuova da visitare. E poi Napoli che amava tantissimo dagli anni in cui tenne alcune lezioni all’Università, Milano, Torino, Lecce, Palermo, Taormina.

Insomma, un amore sconfinato per l’Italia.

A Bolzano venne molte volte e fece anche degli incontri “storici” come quello con il suo vecchio amico Zygmunt Bauman con il quale dialogò sulla bellezza: “La bellezza – diceva – non ci salverà perché non ha poteri taumaturgici. Ma la promessa della bellezza, quella sì che ci salverà”.

Non vedeva l’ora di partire nuovamente a settembre dopo la pausa estiva. Avevamo fissato dieci date: il 12 a Bolzano, il 13 a Trento e Rovereto, il 15 al Meis di Ferrara, il 16 a Verona, il 17 a Cremona, il 18 a Modena, il 19 a Bologna il 20 a Fano e il 21 a Venezia.

Ora il tour avrà l’amore come il solo argomento, per riprendere De Andrè. Quello era il desiderio di Ágnes, ricondurre il sentimento che infiamma nella dinamica di una relazione concreta fra un io e un tu.

Con i versi del suo poeta preferito, l’ungherese Attila Joszef, volle chiudere così quel lungo dialogo:

“Metti la mano / sulla mia fronte / come se fosse / mia la tua mano / Fammi la guardia / come chi uccide / come se fosse tua la mia vita / Amami, come se / fosse bene / come il mio cuore / fosse il tuo cuore”.

 

ÁGNES HELLERdi Francesco Comina

tratto da MOSAICO DI PACE settembre 2019

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