Ahed Tamimi offre agli israeliani una lezione all’altezza di Gandhi

 

22/1/2018

 

Counterpunch.org. Di Jonathan Cook.

La sedicenne Ahed Tamimi potrebbe non essere ciò che gli israeliani avevano in mente quando, nel corso degli anni, hanno criticato i palestinesi per non produrre personalità come il Mahatma Gandhi o Nelson Mandela. Alla fine, i popoli colonizzati hanno richiamato l’attenzione su una figura adatta a sfidare i valori corrotti che sono nel cuore della società che li opprime. Ahed è ben qualificata per questo obiettivo.

Ahed è stata accusata di aggressione e incitamento dopo aver preso a schiaffi due soldati israeliani armati che si erano rifiutati di andar via dal cortile della sua casa natale nel villaggio di Nabi Saleh, vicino Ramallah. Sua madre, Nariman, è in stato di detenzione per aver filmato l’incidente. Il video è diventato subito virale. Ahed ha attaccato i soldati subito dopo che essi hanno sparato a suo cugino quindicenne in faccia, ferendolo gravemente.

I commentatori occidentali hanno largamente negato ad Ahed il tipico supporto che viene solitamente offerto a chi manifesta per la democrazia in paesi come la Cina e l’Iran. Tuttavia, questa studentessa palestinese – che probabilmente dovrà scontare un lungo periodo in carcere per aver sfidato gli oppressori – è rapidamente diventata un’icona sui social media. Se prima Ahed era probabilmente sconosciuta a molti israeliani, è comunque conosciuta tra i palestinesi e agli attivisti in giro per il mondo. Per anni, lei e gli altri abitanti dei villaggi hanno avuto settimanalmente dei momenti di confronto con l’esercito israeliano che rafforzava la presenza dei coloni ebrei nel territorio di Nabi Saleh. Questi coloni hanno espropriato con la forza i terreni del villaggio e le antiche sorgenti, una fonte vitale di acqua per una comunità che dipende dall’allevamento. Inconfondibile per la sua capigliatura bionda e ribelle e per i suoi occhi blu, Ahed è stata ripresa regolarmente dalle telecamere da quando era una piccola ragazza che si confrontava con i soldati molto più alti di lei. Queste scene hanno ispirato un attivista israeliano per la pace a consacrarla come la “Giovanna d’Arco della Palestina”.

Ma pochi israeliani la ammirano. Non solo sfida gli stereotipi israeliani sui palestinesi, ma ha anche segnato un punto contro l’autoinganno di una cultura altamente militarizzata e maschilista. In aggiunta, Ahed ha dato una forma scomoda ai bambini palestinesi finora rimasti anonimi e che sono accusati da Israele di lanciare pietre.

I villaggi palestinesi come Nabi Saleh sono regolarmente invasi dai soldati. I bambini sono trascinati fuori dai letti nel mezzo della notte, come è accaduto anche ad Ahed in occasione del suo arresto lo scorso mese, in risposta al suo comportamento. Gruppi che difendono i diritti umani documentano come i bambini sono quotidianamente picchiati e torturati sotto detenzione. Centinaia di bambini finiscono dentro le carceri israeliane ogni anno, accusati di lanciare pietre. Con il tasso di condanne che supera il 99% nei tribunali militari israeliani, la colpevolezza e l’incarcerazione di questi bambini è una conclusione scontata. Ma sono “fortunati”. Negli ultimi 16 anni, l’esercito israeliano ha ucciso in media 11 bambini al mese.

Il video di Ahed, riprodotto ripetutamente dalla televisione israeliana, ha minacciato di ribaltare l’immagine di sé di Israele come Davide che combatte un Golia arabo. Questo spiega la rabbia e l’indignazione che hanno afferrato Israele da quando il video è stato mandato in TV.

Come ci si aspettava, i politici israeliani erano furibondi. Naftali Bennett, ministro dell’Educazione, ha chiesto che Ahed passasse il resto della sua vita in prigione. Il ministro della Cultura, Miri Regev, precedente portavoce dell’esercito, ha detto di sentirsi personalmente umiliata e colpita da Ahed. Ma più preoccupante è il dibattito mediatico che ha caratterizzato il fallimento dei soldati nel picchiare Ahed in risposta ai suoi schiaffi come una “vergogna nazionale”. Il presentatore TV Yaron London ha espresso il suo stupore dinanzi al fatto che i soldati abbiano evitato di utilizzare le loro armi contro di lei, chiedendosi se abbiano esitato per codardia. Ancora più losche sono state le minacce provenienti da Ben Caspit, importante analista israeliano. In una colonna di un giornale ebraico ha detto che le azioni di Ahed hanno fatto ribollire il sangue di ogni israeliano. Ben ha proposto di punire la ragazza “al buio, senza testimoni e telecamere”, aggiungendo che la sua forma personale di vendetta condurrebbe certamente alla sua detenzione. Questa fantasia – di violare a sangue freddo una bambina incarcerata – avrebbe dovuto far arrabbiare ogni israeliano. E invece Caspit è ancora al sicuro nel suo posto di lavoro.

Il caso di Ahed, oltre che mostrare la malattia di una società dipendente dalla disumanizzazione e oppressione dei palestinesi, inclusi i bambini, innalza anche la preoccupante domanda su quale tipo di resistenza gli israeliani pensano che sia permessa ai palestinesi.

La legge internazionale, almeno, è chiara. Le Nazioni Unite hanno affermato che i popoli sotto occupazione possono utilizzare “tutti i mezzi a loro disposizione”, inclusa la lotta armata, per liberare se stessi. Ma Ahed, gli abitanti di Nabi Saleh e molti palestinesi come loro, hanno preferito adottare una strategia diversa: la disobbedienza civile militante di confronto con la forza occupante. La loro resistenza sfida l’assunto della potenza occupante di comportarsi come “signore” sui palestinesi. Il loro approccio contrasta fortemente con i costanti compromessi e la cosiddetta “cooperazione sulla sicurezza” accettata dall’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas.

Secondo il giornalista israeliano Gideon Levy il caso di Ahed dimostra che gli israeliani non solo negano ai palestinesi il diritto di utilizzare missili, pistole, coltelli o pietre, ma anche quella che lui chiama beffardamente “la rivolta degli schiaffi”. Ahed e Nabi Saleh hanno mostrato che la resistenza popolare senza armi – che mette a disagio Israele e il mondo – non può permettersi di essere passiva e gentile. Deve essere senza paura, antagonista e dirompente. Più di tutti, deve reggere uno specchio di fronte all’oppressore. Ahed ha messo allo scoperto il “bullo armato di pistola” che si nasconde nell’anima di troppi israeliani. E questa è una lezione all’altezza di Gandhi o Mandela.

Traduzione di Martina Di Febo

 

© Agenzia stampa Infopal
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