Akram Rikhawi: “Volevo vivere con dignità”

15 FEB 2013

Akram Rikhawi non vedeva la figlia Rewan da quando aveva due anni. Così quando una ragazzina di 11 anni è apparsa di fronte a lui, ha avuto un colpo al cuore: “Hey, sei Rewan?”, ha chiesto.


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Akram Rikhawi nel quartiere dove vive a Rafah, Striscia di Gaza (Foto: Anne Paq/Activestills)

Alla fine, Rikhawi è tornato nella casa della sua famiglia nel quartiere di Keir, a Rafah, città al confine tra Gaza e l’Egitto. È stato rilasciato da Israele dopo uno sciopero della fame ripreso e interrotto varie volte, a partire dall’aprile 2012. In totale, ha passato 104 giorni senza mangiare.

“Adesso penso solo ad una cosa: riunirmi alla mia famiglia, specialmente ai miei figli – dice – Ci pensi, ancora non riesco a ricordare le differenze di età dei miei bambini. Proverò a compensare gli anni che abbiamo perso e spero di vivere normalmente come ogni padre del mondo”.

Rikhawi ha otto figli e si prende cura dei cinque bambini del fratello.

Il momento più triste

Durante questi dieci anni dietro le sbarre israeliane, Rikhawi è stato autorizzato a ricevere solo una visita dalla madre e la moglie. Il momento più triste della prigionia è stato sapere della morte della madre: “Non ho saputo che era morta fino al mese dopo, quando ho sentito la notizia in una radio locale”.

Dopo essere stato arrestato nel giugno 2004, Rikhawi è stato condannato a nove anni di prigione da un tribunale militare israeliano. Era stato arrestato ad un checkpoint, mentre guidava tra Gaza City e Rafah. “I soldati israeliani hanno fermato la mia auto e mi hanno chiamato per nome: ‘Akram Rikhawi, esci fuori’. Mi hanno subito trasferito in un centro per l’interrogatorio nella prigione di Ashkelon (Sud di Israele, ndr)”.

Pressione psicologica

Nelle successive sei settimane gli sono state fatte domande sulle attività dell’unione degli studenti nell’Università Islamica di Gaza (Rikhawi ha una laurea in Studi Islamici e Arabo). “Mi hanno fatto enormi pressioni psicologiche, insultandomi con parole molto rudi e trattandomi come un animale, invece che un essere umano”.

Nonostante soffra di asma e altri problemi di salute, non ha mai ricevuto trattamenti medici adeguati. Nel gennaio 2005, è stato trasferito nell’ospedale di Soroka, nel deserto del Negev: “Sono rimasto in coma per dieci giorni”. Secondo Rikhawi, il medico gli ha iniettato qualche sostanza: “Ho cominciato a soffrire di altre complicazioni a causa di quella medicina, compresi diabete e pressione alta, oltre a problemi alla vista. Ho avuto quattro operazioni agli occhi”.

Sempre nel 2005, Rikhawi è stato portato anche nella clinica militare di Ramle, nota ai palestinesi come “il mattatoio” a causa della disumanità dello staff.

Complicazioni di salute

“Mentre le mie sofferenze aumentavano, cresceva in me sempre di più il sogno di essere libero. Le mie condizioni di salute, i maltrattamenti in prigione e l’essere lontano dai miei figli e dalla mia famiglia sono state le ragioni che mi hanno spinto a cominciare lo sciopero della fame. Ero determinato: o vivere con dignità o morire in pace”.

Rikhawi si è ispirato all’esempio di Khader Adnan, a digiuno per 66 giorni lo scorso anno prima di ottenere da Israele il rilascio. Rikhawi ha cominciato lo sciopero il giorno in cui Adnan lo ha terminato. E da quanto è rientrato a Gaza, Rikhawi riceve continue visite. La figlia Rewan dice di aspettare che la situazione si calmi, così da avere il padre tutto per sé: “È un sentimento meraviglioso, avere finalmente mio padre”.

La figlia più grande, Yasmine, ricorda di come l’assenza del padre sia stata per lei penosa: “Quando mi sono sposata, lo avrei voluto accanto. La sola connessione tra noi era la posta: mi inviava parole affettuose, piene di congratulazioni, insieme d una grande emozione paterna”.

Guardando al futuro, Rikhawi dice: “Ho un sogno speciale che voglio dirvi. Sogno di pregare alla Moschea Al Aqsa a Gerusaelle prima di morire”.

Rami Almeghari
The Electronic Intifada

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