Al checkpoint

di Manuel Disegni

“«Visa». Pronuncia una sola parola, la giovane soldatessa bionda. Ma cosa vuole che faccia? Non capisco, non rispondo, aspetto ulteriori istruzioni. «Visa, visa», ripete, decisamente seccata. A giudicare dal viso, direi che è di origine russa. Che cosa mai vorrà? Le porgo un documento, non è quello giusto. Si arrabbia e strilla «Visa!». Guardo nella borsa senza sapere cosa cercare. Lei ormai urla a squarciagola «VISA! VISA! VISA!», tutti mi stanno guardando ma non so davvero come uscire dall’imbarazzo. Comincio a sbagliare movimenti elementari. «VIIISA! VIIIIIIIIIISA!». L’agitazione sale, la soldatessa ormai è paonazza, in preda a una crisi isterica. Alla fine un signore in fila dietro di me mi spiega, in inglese, che devo mostrare la pagina del passaporto con il timbro israeliano”.

La protagonista di questa situazione kafkiana è Gigliola Belforte, la quale ha voluto vedere l’altra faccia di Israele. Dopo esser stata al Muro del Pianto a Gerusalemme e aver passeggiato sul lungomare di Tel Aviv ha deciso di percorrere strade meno battute dai turisti americani e europei. È andata a Ramallah, Nablus, Hebron. E a Gaza. È facile andarci? “Per andare in Cisgiordania si passa una lunga trafila burocratica – spiega – ma alla fine si può. Gaza invece è off limits. Io ho ottenuto un permesso perché avevo un incarico ufficiale: in quanto anestesista dovevo fare delle valutazioni su un progetto di terapia intensiva per conto di un’ong spagnola”.

Gigliola sapeva di non andare a fare un gita di piacere. Gaza è una realtà disastrata, inquinata, affollata, malata, disperata; ma quel che più l’ha colpita e turbata è stato l’attraversamento della frontiera. Chiunque voglia entrare o uscire deve passare dal checkpoint. “Siamo arrivati in macchina – racconta – abbiamo dovuto parcheggiarla in un grande spiazzo e metterci in coda. Tre, quattro ore di coda sotto il sole cocente. Quando ho fatto per spostarmi sotto una tettoia per ripararmi dalla calura sono stata scacciata come un insetto. Dovevo tornare in riga”. Insieme a Gigliola c’era sua madre, un’anziana signora. “Giunti all’aeroporto gli uomini della sicurezza hanno avuto premure squisite nei confronti di mia madre. Al posto di blocco il trattamento è stato diverso: nessun riguardo, lei si è fatta le tre ore di coda in piedi al sole come tutti gli altri”. L’accesso al checkpoint è stato ulteriormente prolungato dal fatto che nelle borse dei compagni di viaggio di Gigliola c’era un apparecchio elettromedicale atteso con urgenza per pazienti critici. Dopo discussioni e telefonate ai superiori, il responso: l’apparecchio di qui non passa. “Poi siamo entrati: una struttura enorme, come un aeroporto, i soffitti altissimi. Ci sono dei tornelli imperiosi, sbarre di ferro alte e possenti la cui apertura è molto stretta: circa sessanta centimetri. Una persona grassa fa molta fatica a passarci”. Non avresti una fotografia? “Secondo te…?”.

Ciò che di questo posto ha più inquietato Gigliola, al di là dell’architettura alienante, sono le relazioni umane. “I soldati mantengono un atteggiamento tra l’asettico e lo sprezzante. E sono maleducati, ostentatamente maleducati”. Un esempio: “Dopo l’attesa sfiancante sono passata al primo controllo: un soldato seduto dietro alla scrivania, stravaccato, con la camicia aperta, mi ignorava, masticava una gomma e digitava qualcosa sul cellulare. Mi veniva da dirgli: «Giovanotto, potrei essere sua madre, onori la divisa che indossa». Gigliola si è convinta che non sia casuale la scelta di mandare al checkpoint i militari meno professionali, “i più zotici”. “Il confronto col personale della sicurezza all’aeroporto non è neanche da farsi”. “Sembra che ogni particolare sia studiato per rendere il passaggio da e per Israele il più disagevole e umiliante possibile, per scoraggiare ogni forma di comunicazione tra Gaza e il mondo esterno”. “La noncuranza dei soldati raggiunge livelli incredibili – continua Gigliola, indignata -. Ricordo un uomo, magro e alto, la faccia grigio-verde. Era visibilmente un malato terminale, con ogni probabilità tornava da una seduta di chemioterapia. Barcollava. Era solo (anche volendo i suoi cari non avrebbero potuto accompagnarlo) e in difficoltà, e nessun militare si è sognato di dargli una mano”.

“Quando arrivi ai tornelli, spesso si chiudono davanti a te e non sai perché, né per quanto. Né hai nessuno a cui chiederlo, devi solo aspettare. Aspettare che la luce diventi verde. Ci sono delle vetrate oscurate, in alto, da cui qualcuno controlla tutto, tu però non vedi nessuno. Un ragazzo stanco si è sdraiato su tre sedie: immediatamente una voce dagli altoparlanti gli ha ordinato di alzarsi in piedi”. Chissà se qualcuno, da una parte o dall’altra del vetro, ha letto Kafka. “Chissà quanto si rendono conto? Ma se lo chiedono qual è il limite?”

“La cosa più terribile è immaginare questa esperienza nella quotidianità dei lavoratori palestinesi che ci passano metà della loro giornata, o degli studenti che hanno un percorso di studi accidentato perché perdono esami e lezioni. Quando entri al checkpoint non sai quante ore ci passerai, sai solo che non c’è motivo, che non hai nulla di sospetto”. Qual è l’atteggiamento di quegli studenti e lavoratori? “Assolutamente docile, nessuna polemica, nessun segno di stizza o insofferenza”. Mai uno scatto d’ira, solo rabbia che si sedimenta.

Manuel Disegni

http://www.hakeillah.com/2_11_12.htm

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