Al-Whalaje: col nostro corpo, contro l’esercito

Domenica 8 gennaio, nel villaggio palestinese di Al Walaja (area di Betlemme), nove attivisti israeliani sono riusciti a bloccare i lavori di costruzione della barriera di separazione. Si sono seduti e hanno ritardato per più di un’ora le attività dell’esercito. Una vera e propria azione di resistenza non violenta. Questo è il resoconto in prima persona di uno degli attivisti israeliani.

09:30
L’abbiamo sentito tutti. La maggior parte di noi l’ha quasi toccato. E’ il rumore che fa la scavatrice quando rompe la roccia. Un ritmo rapido, assordante. Il suo suono martellante che porta via con sé i diritti dei palestinesi. La sua potenza. Proprio come l’occupazione israeliana: ripetitiva, costante, opprimente. Ma domenica mattina, per un’ora intera, abbiamo portato il silenzio.

Al Walaja è un villaggio di 2.000 abitanti a nord-ovest di Betlemme e a sud-ovest di Gerusalemme. Alcune aree del villaggio si trovano all’interno della municipalità di Gerusalemme (dalla parte di Gerusalemme) mentre le aree B e C cadono all’interno della Cisgiordania. Il Consiglio del villaggio di al-Walaje si è rivolto più volte alla Corte Suprema israeliana per chiedere il cambiamento del percorso del Muro, che non segue la Linea Verde ma annette grandi aree di terre della Cisgiordania.
In una recente decisione sulla sezione occidentale del Muro (dalla parte della Cisgiordania), la Corte Suprema ha emesso un provvedimento provvisorio che consentiva i lavori di costruzione del muro in quell’area a partire dal 28 dicembre 2010. La decisione ha respinto una proposta di modifica del percorso del Muro, il che significa che una vasta area di terreni agricoli di proprietà dei residenti di al-Walaja rimarrà dalla parte di Gerusalemme e sarà accessibile solo tramite cancelli agricoli ed un sistema di permessi.

Il villaggio verrà completamente circondato dal muro e trasformato in un ghetto. A dieci minuti di auto dal villaggio, dall’altra parte della barriera, sorge il lussuoso centro commerciale di Gerusalemme.

10:30
L’azione non violenta è stata del tutto pacifica. Intorno a noi è calato il silenzio, nessuno ha gridato, non abbiamo reagito con la violenza. Ci siamo solo rifiutati di obbedire. Ci hanno preso uno alla volta. Hanno separato le nostre braccia legate con forza una all’altra, ci hanno spostato dalla terra che avevano sfregiato e distrutto e ci hanno lasciato cadere per terra fino a quando l’ultimo di noi è stato preso e poi quel rumore, quel suono di oppressione ha iniziato di nuovo come se noi non fossimo mai stati lì.

Adagiati sul lato, intorno a noi erano sparpagliati molti olivi sradicati, ormai senza vita. Le dimensioni enormi di alcuni di essi dimostravano quanto antichi erano e quanto grandi sarebbero potuti diventare. Ho alzato lo sguardo per vedere i nostri compagni di lotta che ci stavano guardando: solidali, calmi, riconoscenti e persino fieri della nostra azione. E questo mi ha spezzato il cuore. Ho pensato a quanto piccola è stata la nostra azione. Ho pensato alla vita che i palestinesi sono costretti a condurre sotto occupazione.

11:00
Alla fine, dopo aver effettuato numerose soste al check-point di Malha, siamo stati portati alla stazione della polizia di frontiera di Atarot per essere interrogati.

13:00
Ci eravamo già preparati a passare ore lì dentro, avevamo portato con noi libri e cibo ed un favoloso gruppi di sostenitori esterni che ci hanno portato cibo, sorrisi ed uno striscione attaccato alle auto che inneggiava al boicottaggio. Siamo stati detenuti per 8 ore e abbiamo visto molti lavoratori palestinesi che erano stati arrestati dalle autorità israeliane. Abbiamo parlato con loro, condiviso il nostro cibo ed assistito alle urla di un ufficiale che li costringeva a togliere le batterie dai loro cellulari, mentre a noi è stato consentito l’uso dei telefoni. Poco prima di essere rilasciati, i palestinesi arrestati ci hanno raccontato di essere stati picchiati nelle jeep militari. Mentre eravamo vicino alla porta di uscita, bloccandola e discutendo sul da farsi, un rude ufficiale ci ha minacciato con lo spray al peperoncino, spray che eravamo riusciti ad evitare per tutta la giornata.

Qualsiasi sensazione di soddisfazione per la nostra azione è venuta meno. Viviamo in uno stato razzista ed oppressivo, in un sistema di apartheid con delle regole diverse per “loro” e per “noi”. E non siamo noi quelli penalizzati. Abbiamo una grande responsabilità nel continuare, sostenere, aiutare e portare avanti questa lotta.

22:00
Siamo stati rilasciati con una multa di NIS 500 (equivalenti a 100 euro) ed un divieto di recarci ad al-Walaje per due settimane.

Tradotto in italiano da Marta Fortunato per l’Alternative Information Center (AIC)

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