Alla disperata ricerca della quotidianità

30 gennaio 2013
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Quella che segue è una testimonianza dalla Siria, raccolta in una conversazione telefonica e tradotta. Uno sfogo a cuore aperto da una siriana come tanti che assiste, suo malgrado, alla progressiva rovina del suo Paese per mano di quelli che si ergono falsamente a baluardo della “libertà”.

Pierangela Zanzottera

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Un mese fa mio figlio ha compiuto un anno. E’ il frutto di questa arida primavera, concepito nel marzo 2011 e cresciuto insieme alle tensioni. La mia famiglia non l’ha ancora mai visto. E pensare che abitiamo a soli 80 chilometri di distanza. Una distanza impercorribile da 20 mesi ormai. Per me, che vivo in un piccolo villaggio nella provincia di Hama, attraversare le zone che ci circondano, con cinque figli piccoli, è un’impresa impensabile.

Mi manca, la mia famiglia. Mi mancano i nostri viaggi avanti e indietro ad ogni festività o una volta al mese nei giorni di chiusura delle scuole, verso la casa natale. Arrivare nello smog cittadino per me, quasi assuefatta all’aria di campagna, era come tornare a respirare. Mi mancano le giornate passate con le mie sorelle, a confrontarci sulle nostre vite da adulte e ricordare quelle da bambine. Mi mancano le nostre litigate, il nostro diverso modo di affrontare il mondo. Mi mancano i miei genitori, che ora vivono soli nella loro grande casa, senza nessuno che li possa assistere o proteggere da vicino. Mi manca non sapere quando potrò riabbracciarli.

Da qui, insieme a mio marito che lavora un giorno sì e due no, seguiamo le notizie del Paese. Nei mesi che abbiamo passato in completo isolamento, senza rete telefonica o internet, solo la tv – nelle ore in cui non era interrotta la corrente elettrica – e il passaparola ci tenevano collegati al resto del Paese. E’ così che siamo venuti a conoscenza di Hula, a pochi chilometri da noi, e così abbiamo scoperto di Aqrab.

E, ogni volta pensavo, eccoci qui, ci siamo, questa volta ci siamo salvati, ma la prossima potrebbe toccare a noi e cosa accadrà allora? Capita spesso, soprattutto la notte, quando i rumori si spengono e le voci dei bambini non riempiono più i pensieri, che la mente inizi a vagare. Penso a cosa potrebbe accaderci se uno di questi gruppi estremisti dovesse arrivare da noi, in questa zona ricca di villaggi cristiani e abitati dalle minoranze, penso ai miei figli, a come poterli difendere, a mio marito, a questa casa in mezzo alle campagne che abbiamo da poco finito di costruire dopo anni di sacrifici e risparmi. Il compito di un genitore dovrebbe essere quello di proteggere la propria famiglia ed io ero pronta a farlo, lo sono sempre stata. Ma come poterli proteggere da questi criminali? Come sopravvivere ai loro assalti insensati e incontrollabili? Potevo solo affidarmi a Dio, che altro mi sarebbe rimasto? All’inizio dell’inverno ci siamo riuniti e abbiamo deciso di mettere uno striscione all’ingresso del paese, un monito per i terroristi: “Non abbiamo paura di voi, siamo pronti alla resistenza”. Forse non servirà a molto, ma almeno ci rassicura.

Da casa guardo le montagne che ci separano dalla tanto ambita costa siriana e non posso fare a meno di pensare alle bellezze della mia patria: la terra scura e fertile che circonda la casa, le montagne ventose che ci danno frescura nelle estati più torride, il mare poco più in là, Apamea con il suo colonnato greco e i resti archeologici, i tanti santuari cristiani e musulmani, … ci piaceva con tutta la famiglia nelle giornate di festa visitarli e stare insieme. Accadrà di nuovo? E quando? Poi guardo i miei piccoli. Che futuro avranno? Che Paese erediteranno da noi? Come cresceranno? Resterà loro ancora un briciolo d’infanzia quando tutto questo sarà finito? Potranno ancora giocare spensierati nei prati e per le vie poco affollate? Riusciranno ancora a sognare? Per quanto avranno ancora incubi?

 E se accadesse anche a me, un giorno, di venire presa da questi gruppi insieme alle mie vicine, sottratta alla mia famiglia, disonorata, come le donne di Aqrab, costrette a camminare nude per le vie della città? Se accadesse a mia figlia? Se decidessero di prelevarci da casa e usarci come scudi umani? Che ne sarà di noi? E che ne sarà del mio piccolo fiore primaverile, l’unico vero frutto per me di questa assurda “primavera”? Chi si potrà occupare di lui?

E’ per me un dolore sapere che lui, unico tra i miei figli, non ha mai avuto il privilegio di vedere il vero volto della Siria. Lo ritroverà mai? E quanto ci metteranno i suoi fratelli per dimenticarlo?

Riusciremo noi, poveri adulti incoscienti, a tenerlo vivo in loro? Il mio piccolo fiore non cresce e non riesco a placare il suo pianto. Sarà forse a causa dello stress e delle tensioni che sente intorno? E’ per via del freddo? Non mangia a sufficienza? O forse c’è qualcosa di più?

Normalmente l’avrei preso e, insieme a mio marito, saremmo andati a Damasco. Là di certo qualche medico ci avrebbe aiutato e avremmo potuto curarlo nel migliore dei modi anche con i nostri poveri mezzi. Ma ora, che possiamo fare? Non ci sono ospedali attrezzati o specialisti qui da noi e la città più vicina è distante un percorso tortuoso tra i posti di blocco degli armati: un viaggio troppo pericoloso per noi. Se solo ci lasciassero stare, se solo quelle maledette sanzioni non avessero bloccato la nostra economia, se i gruppi islamisti non impedissero ai beni di prima necessità di raggiungerci e non chiudessero le nostre strade principali.

 Resisti, piccolo mio, fatti bastare il nostro amore, fatti bastare la nostra fiducia nel futuro, i nostri ricordi del passato, fatteli bastare. Fatti bastare queste povere coperte e il pane che arriva ogni tre giorni, fatteli bastare. Presto il vento cambierà e ci troverà pronti a ricostruire la nostra Siria. Ancora insieme, ancora forti, ancora fieri.

 

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1281

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