Allarme risorse idriche in Cisgiordania e Gaza: la colpa è di Israele

Saturday, 03 September 2011 10:06 Marta Fortunato, Alternative Information Center

La mancanza di acqua nei Territori Palestinesi Occupati è il risultato di azioni ed omissioni deliberate da parte di Israele. Questo è quanto emerge dal rapporto di settembre redatto da EWASH (Emergency Water, Sanitation and Hygiene Group) e dalla ong palestinese al-Haq.

La politica israeliana ha come scopo principale il furto di terra ed acqua ai palestinesi: chi trae profitto dalle fonti d’acqua sono gli israeliani e gli oltre 500.000 coloni che vivono negli insediamenti della Cisgiordania, illegali per il diritto internazionale. L’allocazione delle risorse idriche è sproporzionata e le autorità israeliane compiono continue violazioni per quanto riguarda il diritto e l’accesso all’acqua: si calcola che un cittadino che vive in Israele consumi una quantità d’acqua che è dalle 4 alle 6 volte maggiore di quella di un palestinese della Cisgiordania.
Questo forte squilibrio è stato raggiunto tramite una serie di ordini militari che hanno trasferito alle autorità occupanti la gestione dell’acqua.

“Israele utilizza per sé più del 90% delle risorse idriche condivise tra israeliani e palestinesi ed inoltre esercita un’influenza fortissima sul rimanente 10% a disposizione dei palestinesi” ha dichiarato Shaddad Attili, ministro delle risorse idriche dell’Autorità Nazionale Palestinese, durante la sessione finale della settimana mondiale dell’acqua tenutasi a Stoccolma a fine agosto.

Una minaccia concreta per il futuro e la sostenibilità delle vite dei palestinesi, i quali spesso sono costretti a vivere in situazioni estreme mentre le colonie vicine hanno accesso diretto alle risorse idriche. Secondo recenti statistiche effettuate da EWASH in cooperazione con l’UNICEF, più di 13.000 palestinesi che vivono in 99 comunità dell’area C sono considerate ad alto rischio per la mancanza di acqua: non ci sono allacciamenti alla rete idrica e non hanno adeguate cisterne. Alcune comunità vivono con meno di 25 litri d’acqua al giorno, valori ben al di sotto dei 100 litri, stabiliti come soglia minima dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“L’acqua è una questione umanitaria che dovrebbe essere tenuta fuori dalla politica” ha continuato Attili. Tuttavia, nella realtà il controllo delle risorse idriche è diventato un’arma politica ed economica che Israele utilizza contro le comunità palestinesi, soprattutto le più fragili. Sempre più spesso ai palestinesi viene proibito di costruire strutture idriche e sanitarie essenziali in Cisgiordania: attraverso il veto nel Comitato Congiunto per l’acqua molti progetti che i palestinesi presentano vengono rifiutati. I maggiori problemi avvengono in area C, circa il 60% della Cisgiordania poiché oltre al divieto di costruire nuove strutture, ci sono anche ordini di demolizione per strutture già esistenti. In questo modo ha luogo la politica israeliana del trasferimento silenzioso (quiet transfer): secondo il rapporto dell’EWASH nei primi sei mesi del 2011 la demolizione delle infrastrutture idriche, di case e di altri edifici ha costretto lo spostamento forzato di 755 persone e ha avuto conseguenze negative per altre 1400. Numeri altissimi, in netto aumento rispetto al 2010 (in 12 mesi, 606 individui cerano stati costretti ad andarsene).

Inoltre, i militari e i coloni israeliani sparano contro le cisterne poste sopra le case per impedire ai palestinesi di avere una riserva d’acqua.

“L’occupazione ha un impatto negativo sulla nostra necessità di soddisfare i bisogni idrici per l’uso agricolo, domestico ed industriale” ha aggiunto Attili. Infatti uno degli scopi dei posti di blocco, del muro di separazione e dei blocchi stradali, giustificati da Israele come misure di sicurezza, è proprio quello di separare le comunità palestinesi dai pozzi e dalle fonti d’acqua. Le aree ricche di fonti idriche sono sotto il totale controllo militare israeliano, pertanto l’Autorità Palestinese non può distribuire l’acqua in maniera equa all’interno del territorio della Cisgiordania.

La Valle del Giordano rappresenta un esempio chiarissimo delle pratiche e delle politiche discriminatorie che Israele attua per impedire ai palestinesi l’accesso alle risorse idriche: ai palestinesi è impedito l’accesso al 77% della Valle del Giordano, compreso l’accesso la fiume Giordano, ed essi possono usare solo il 30% delle risorse dell’acquedotto orientale. Il resto viene utilizzato da Israele per fornire di acqua le colonie.

Anche nella striscia di Gaza la situazione è critica a causa del blocco imposto da Israele dal 2007. E l’acqua spesso è contaminata o ci sono problemi di infiltrazioni nelle falde acquifere. “Abbiamo esaminato tutte le tecniche possibili – ha raccontato Attili – ma per motivi politici la maggior parte di queste non sono attuabili. Non possiamo importare materiali da costruzione di base e dobbiamo negoziare per ogni sacco di cemento che entra”.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php

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