ALLEANZE VECCHIE E NUOVE IN MEDIO ORIENTE

Di Rebecca Gordon

20 luglio 2018

Mio padre e io avevamo un tacito accordo: “Non parleremo mai di Quella Parte del Mondo.” Era cresciuto in un famiglia ebrea ortodossa a Norfolk, in Virginia. Suo padre, profugo dai pogrom dell’inizio del ventesimo secolo, in quella che è ora l’Ucraina, era stato presidente della sua organizzazione sionista locale. Liberale nella maggior parte delle cose (compresa la sua appassionata opposizione ad entrambe le guerre degli Stati Uniti in Iraq), mio padre è rimasto un sionista fino al giorno della sua morte. Sapevamo entrambi che se mai avessimo avuto una vera conversazione su Israele/Palestina, sarebbero state dette cose imperdonabili.

Da bambina, negli anni ’50, ho assorbito la convinzione dell’ambiente che lo stato di Israele era stato creato dopo la II Guerra mondiale come regalo di scuse da parte del resto del mondo agli Ebrei europei che erano sopravvissuti all’Olocausto. Sono stata allevata a pensare che se il peggio dovesse accadere e gli Ebrei dovessero ancora una volta diventare obiettivi di rabbia genocida, la mia famiglia avrebbe potuto sempre emigrare a Israele, dove saremmo stati al sicuro. Come giovane donna, ho sviluppato una linea diversa (e, vista in retrospettiva, stupida) su Quella Parte del Mondo: c’è assolutamente troppo sole lì, e li ha resi tutti pazzi.

Soltanto quando sono arrivata ai miei 30 anni, ho cominciato a prestare seria attenzione alla zona che è variamente nota come Medio Oriente, mondo arabo, o Grande Medio Oriente* e Nord Africa. E quando l’ho fatto, ho scoperto quanto realmente  fosse profonda la mia ignoranza (come quella di così tanti Americani), e quanta storia, geografia, politica c’è per cercare di  capire. Quello che segue è il mio tentativo di capire come la presidenza Trump ha influenzato la politica e le azioni degli Stati Uniti in quella parte del mondo.

Vecchie alleanze…

Gli Stati Uniti hanno una profonda alleanza di lunga data con Israele. Durante la Guerra Fredda, Washington considerava quel paese come il suo baluardo nella regione ricca di petrolio contro sia un crescente nazionalismo pan-arabo che incursioni sovietiche reali o immaginarie. Infatti, secondo il Servizio Congressuale di Ricerca della Biblioteca del Congresso, “Israele è il più grosso destinatario cumulativo dell’assistenza straniera degli Stati Uniti, fin dalla II Guerra mondiale. Fino a oggi, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele 134,7 miliardi di dollari attuali o non adeguati all’inflazione, dollari per l’assistenza bilaterale e per il finanziamento della difesa missilistica.”

La vasta maggioranza di questa generosità è stata in aiuti militari che hanno permesso a Israele, un paese che ha poco più di 8 milioni di abitanti, di diventare la 14° o 15°

Potenza militare  del pianeta. E’ anche l’unica potenza nucleare nella regione che ha un arsenale di almeno 80 testate nucleari operative (anche se il governo non ha mai ufficialmente ammesso questa realtà. Al paragone, l’Iran, il suo attuale nemico numero uno,  è al 21° posto, avendo una popolazione 10 volte maggiore.

La storia dell’occupazione da parte di Israele della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan – territori presi nella guerra del 1967 – è troppo lunga e complessa anche soltanto per un breve riepilogo qui. Basti dire che gli Stati Uniti sono spesso stati l’unico alleato di Israele, quando, con diretta violazione  della legge internazionale, quel paese ha usato i suoi propri insediamenti per tagliare il territorio palestinese  in un puzzle  di pezzi diversi, rendendo quasi impossibile la creazione di uno stato palestinese adiacente.

L’allora Primo Ministro Ariel Sharon ha spiegato il piano di Israele per i Palestinesi nel 1973, quando ha detto: “Ne faremo un sandwich pastrami”. Promettendo di inserire una “striscia di insediamenti ebraici tra i Palestinesi e poi un’altra striscia di insediamenti ebraici proprio in Cisgiordania,” ha insistito che “tra 25 anni né le Nazioni Unite né gli Stati Uniti, nessuno, saranno in grado di farlo a pezzi.”

Quarantacinque anni dopo, questa strategia è stata completamente attuata, come si dice  che Barack Obama abbia appreso  con sgomento quando, nel 2015, ha visto una mappa del Dipartimento di Stato dei resti fatti a brandelli della terra dove ai palestinesi è permesso esistere in Cisgiordania.

La strategia del “sandwich pastrami” (un panino tipicamente americano, n.d.t.) ha effettivamente ucciso qualsiasi speranza di una soluzione con due stati. Ora, dato che il numero di non-Ebrei comincia a superare quello degli Ebrei a Israele, la Cisgiordania, Gaza, quel paese ancora una volta affronta la contraddizione intrinseca di uno stato che mira a essere sia democratico che, in qualche modo, ebraico. Se chiunque vive in Israele/Palestina oggi avesse pari diritti politici ed economici, il governo di maggioranza non sarebbe più ebraico. Di fatto, come sostengono alcuni Israeliani, Israele può essere ebrea o democratica, ma non tutte e due le cose.

Una soluzione a questo dilemma  demografico, appoggiato dall’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu – è di regolamentare una disuguaglianza permanente per mezzo di quella che si chiama “la legge fondamentale su Israele come stato-nazione del popolo ebraico,” la quale viene ora discussa nel parlamento del paese, la Knesset. Tra le altre disposizioni, quella legge “fondamentale” (se fosse approvata avrebbe l’equivalente di status costituzionale) permetterà ai cittadini “di stabilire comunità ‘pure’ sulla base della religione e dell’etnicità.” In altre parole, introdurrà una struttura ufficiale di segregazione razziale legalizzata.

Nell’era di Trump, l’alleanza di Washington con Israele è diventata soltanto più stretta. Dopo aver riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele – malgrado obiezioni internazionali quasi universali – Trump ha convalidato l’accordo in maggio, andando a Gerusalemme insieme a una cricca di Cristiani evangelici sionisti e, il Giorno dell’Indipendenza, per aprire lì una nuova ambasciata. Quel giorno, il 14 maggio, era la vigilia del 70° anniversario di quella  che i Palestinesi chiamano la nabka (la catastrofe della presa del sequestro delle case e delle terre Palestinesi da parte di Israele, nel 1948).

Donald Trump non avrebbe potuto inviare un segnale più chiaro al mondo circa la posizione esatta degli Stati Uniti nel conflitto Israelo-Palestinese. Quello stesso giorno, come ha riferito il Times, “le video camere hanno ripreso il caos mentre i soldati israeliani  “abbattendo”  metodicamente circa 2.700 Palestinesi, 60 in modo fatale, mentre marciavano verso la recinzione che separa Israele dalla Striscia di Gaza.” I Gazawi, nel caso lo aveste dimenticato, sono stati soggetti per anni a un blocco brutale, sia letterale che economico che ha trasformato le loro case in quella che è stata definita la più grande prigione del mondo all’aperto. Inoltre,  tenete a mente che Israele ha anche dato il via a importanti operazioni militari contro quel minuscolo territorio nel 2008-2009, 2012 e 2014 e sembra che stia avviandone un’altra.

E’, a dir poco,  improbabile, che il nuovo “accordo di pace” che il mondo si aspetta dal genero del Presidente Trump, Jared Kushner, offrirà ai Palestinesi molto di più che un altro morso di quel sandwich pastrami.

…E nuove

La geopolitica (e un nemico comune) possono essere una strana coppia. In un recente articolo sul New Yorker, Adam Entous indica che si era formato un nuovo ménage a quattro nella regione nel periodo precedente all’elezione di Donald Trump, avvicinando sempre più Israele, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e gli Stati Uniti. In realtà, c’era anche un quinto protagonista inaspettato, nascosto nell’ombra: la Russia. Entous riferisce che Mohammed bin Zayed, il principe della Corona di Abu Dhabi e uno degli uomini più potenti degli EAU, aveva suggerito a un amico americano che il Presidente russo Vladimir Putin “poteva essere interessato a risolvere il conflitto in Siria in cambio della revoca delle sanzioni imposte come reazione alle azioni della Russia in Ucraina.”

Lo scopo di questa nuova alleanza non è stato tanto la fine del brutale regime siriano di Bashar al-Assad quanto una fine della presenza militare iraniana in Siria. L’alleanza non ufficiale dei Sauditi, degli EAU, e degli Israeliani, era intesa, soprattutto, a respingere  anche a porre fine all’attuale governo in Iran. Questa sembra essere stata la genesi di un incontro del 2016 alle Isole Seychelles, tra Erik Prince, fondatore della famigerata compagnia militare privata, la Blackwater, *e confidente dell’allora consigliere di Trump, Steve Bannon e anche fratello della Segretaria all’Istruzione, Betsy De Vos e un personaggio che poteva servire come intermediario tra Russia ed EAU. Endous suggerisce che il patto si è dimostrato “irrealizzabile” perché la Russia non ha né il desiderio né la capacità di “sfrattare” l’Iran dalla Siria.

Cionondimeno, il 10 luglio, Primo Ministro israeliano Netanyahu è volato a Mosca per incontrarsi con Putin per una discussione della situazione siriana in cui i  russi sono ora, naturalmente, profondamente invischiati. Allo stesso tempo, anche un importante consigliere di politica estera del supremo leader iraniano, l’Ayatollah Ali Kamenei era diretto in Russia per parlare con Putin. Netanyahu è tornato da Mosca con meno di quanto aveva sperato, ma almeno con “un impegno a mantenere le forze iraniane a diecine di chilometri da Israele,” secondo il New York Times. Il fatto che questi incontri si svolgessero la settimana prima che i presidenti Trump e Putin si sedessero insieme, a Helsinki a discutere della Siria, tra altri argomenti, è, tuttavia, allusivo. L’agenzia di stampa Bloomberg News* ha riferito che Putin ha incrementato gli sforzi per negoziare un accordo sul ritirare le milizie favorevoli all’Iran dal confine della Siria con Israele, quando si preparava per il summit con Trump.

Il Presidente americano è già arretrato rispetto all’insistenza del suo predecessore che l’allontanamento  del leader siriano Assad fosse una precondizione per un accordo di pace in quel paese. Da parte sua, Netanyahu ha chiarito che Israele può accettare Assad al potere, a condizione che le unità militari in quel paese vengano ritirate. Prima di partire per Mosca, ha detto ai giornalisti: “Non abbiamo avuto problemi con il regime di Assad; per 40 anni non è un solo proiettile è stato sparato sulle Alture del Golan.” Presumibilmente Trump e il suo  genero inetto, la pensano allo stesso modo.

Alla fine, l’obiettivo di tutte queste macchinazioni rimane l’Iran. I pericoli rappresentati da un conflitto tra l’amministrazione Trump e l’Iran (e con il potenziale coinvolgimento di Israeliani, Sauditi ed EAR) rischiano di far sembrare blandi  l’invasione dell’Iraq e gli avvenimenti successivi, paragonati a quelli. Ed è difficilmente fuori questione. Come osserva Juan Cole, professore di storia all’Università del Michigan ed esperto di Medio Oriente, adombrato da altre assurdità nella pomposa conferenza stampa di Trump tenutasi dopo il vertice con la NATO, c’era questo avvertimento: “Direi che potrebbe esserci un’escalation tra noi e gli Iraniani.”

Nel frattempo in Siria…

Nel frattempo, se non fosse per lo Yemen, sarebbe difficile immaginare un luogo più infelice della Siria nel 2018. Fin dal 2011, quando un movimento non violento per spodestare Assad si è trasformato in una feroce guerra civile, più della metà della popolazione del paese di prima della guerra, di 22 milioni sono diventati sfollati all’interno del paese o rifugiati, secondo le cifre dell’Alta Commissione dell’ONU per i Rifugiati. Le cifre reali delle vittime sono impossibili da determinare con esattezza. Nell’aprile 2018, però, il New York Times ha riferito che l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani di base in Gran Bretagna, ha fissato il numero di morti causate direttamente a 511.000, compresi i combattenti e i civili.

La morte e la distruzione sono arrivate da tutte le parti: i gruppi terroristici collegati ad al-Qaida e lo Stati Islamico che uccide i civili; le forze armate siriane che attualmente stanno spingendo le forze di opposizione fuori dalla città meridionale di Dara’a, dove è iniziata la rivolta iniziale (creando un quarto di milione di rifugiati che non hanno, letteralmente, nessun posto dove andare), le bombe e altre munizioni degli Stati Uniti – 20.000 che hanno ridotto in macerie la città di Raqqa durante la campagna per liberarla dai militanti dell’ISIS. Sommate tutto e la guerra ancora in corso, ha distrutto milioni di case e di aziende commerciali, insieme a infrastrutture fondamentali in tutto un paese sempre più impoverito.

Così tante forze militari – straniere e nazionali – stanno lottando in Siria che è difficile tenerne il conto. La lista di Wikipedia di quei combattimenti riempie uno schermo dopo l’altro. Dalla parte del governo di Assad ci sono le forze armate siriane, elementi della milizia del partito libanese Hezbollah (parte del governo in quel paese), alcune forze delle Guardie iraniane della Rivoluzione Islamica, e, naturalmente, le forze armate russe. Dall’altro lato ci sono vari gruppi terroristici combattenti, compreso ciò che resta dello Stato Islamico, e un’ampia varietà di gruppi anti-Assad appoggiati dagli Stati Uniti, compresi quelli che provengono dalla Federazione Democratica della Siria Settentrionale, che è un’area semi-autonoma, multi-etnica nel nordest del paese. Aggiungeteci i combattenti curdi, compresi i siriani nativi e i Kurdi della Turchia, e le stesse forze armate turche (nel loro tentativo  di soffocare qualsiasi nazionalismo curdo vagante), almeno 2000 membri del personale militare statunitense, e l’aeronautica militare israeliana che attacca gli obiettivi iraniani nel paese; anche con un futuro accordo di pace, la Siria, il luogo di nascita dell’alfabeto, sarà una nazione disperata ancora per decenni.

Di chi è la colpa di tutto questo?

C’è molto da recriminare e molti protagonisti che si devono accollare la colpa di questo. Quando, però, si comincia a fare quella lista, si deve essere sicuri di includervi i cosiddetti neoconservatori di Washington che, già nel 1996 avevano offerto a Benjamin Netanyhau (anche allora primo ministro di Israele) la loro strategia del “Taglio Netto” per ricostruire il Medio Oriente. Quel piano iniziava con la destituzione dell’autocrate iracheno Saddam Hussein e continuava con la destabilizzazione della Siria. Molti di questi neoconservatori, compresi Dick Cheney e Paul Wolfowitz, divennero allora i massimi funzionari nell’amministrazione Bush che hanno  invaso loro stessi l’Iraq, per assicurarsi che si avverasse il loro sogno per gli israeliani. E che incubo si è dimostrato. Inoltre, non dovremmo dimenticare che uno dei sostenitori più forti di quel piano, durante l’amministrazione Bush – John Bolton – è ora il consigliere di Trump per la sicurezza nazionale. In altre parole abbiamo tutti le nostre colpe e c’è molto di cui preoccuparsi.

Qualcuno si ricorda lo Yemen?

Se esiste un posto nel Grande Medio Oriente anche più disperato della Siria, questo è lo Yemen. Con il sostegno logistico e finanziario degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita ha intrapreso una crudele guerra aerea contro gli Houthi, un movimento locale che nel 2015 ha rovesciato il governo del presidente Ali Abdullah Saleh. Quale è l’interesse saudita in Yemen? Come nel caso del loro appoggio a una potenziale alleanza in Siria tra Emirati Arabi Uniti-Israele-Russia-Stati Uniti in Siria, sono determinati a  combattere una guerra per procura forse tramite gli Stati Uniti e Israele, una vera guerra, con l’Iran.

In questo caso, tuttavia, sembra che l’altra parte in quella guerra, non è stata visibile. Anche se, come il governo iraniano e la maggior parte degli Iraniani, gli Houthi sono Musulmani Sciiti, ci sono poche prove del coinvolgimento iraniano in Yemen. Questo non ha impedito ai Sauditi (con il supporto americano) di trasformare quel paese nella “peggiore crisi umanitaria del mondo.” La distruzione da loro compiuta delle infrastrutture nelle aree nelle mani dei ribelli, ha fatto crollare una sistema di sanità pubblica una volta funzionante, provocando un’epidemia di colera riguardo alla quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce un totale di 1.105.371 casi sospetti tra l’aprile 2017 e il giugno 2018. Il tasso di infezione è ora di 934 su 10.000 persone.

Ancora peggiore della diffusione  del colera in gran parte incontrollata, è, tuttavia, la carestia dello Yemen creata dall’uomo. Le fotografie del paese mostrano la solista iconografia di fame diffusa: bambini con gli arti simili a bastoncini e gli occhi vuoti e infossati. Questa carestia, però, non è stata causata da siccità o da qualche altro disastro naturale. E’ la conseguenza diretta di una brutale campagna aerea e di un blocco navale mirato direttamente alla vita economica del paese.

Prima della guerra, lo Yemen importava l’80% del suo cibo e perfino oggi, malgrado una continua disastrosa  campagna Saudita e degli Emirati Arabi Uniti per bloccare e prendere il porto di Hodeida, il principale centro economico dello Yemen, in realtà c’è un sacco di cibo nel paese, che però, semplicemente, costa di più di quanto la maggior parte degli Yemeniti possono pagare. Dato che la guerra ha distrutto quasi tutta l’attività economica nelle zone controllate dagli Houthi, la gente di lì non ha il denaro con cui comprare il cibo. In altre parole, l’offensiva saudita contro Hodeida sta facendo morire di fame la gente in due modi: direttamente, impedendo la distribuzione degli aiuti alimentari internazionali, e indirettamente, facendo in modo che il cibo in Yemen sia inavvicinabile per le persone comuni.

Dobbiamo parlarne

Dato che ora il Presidente Trump e il suo segretario di stato stanno parlando apertamente di una possibile “escalation tra noi e gli Iraniani,” c’è il rischio reale che una qualche combinazione di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita potrebbe iniziare una guerra con l’Iran. Se c’è una lezione che deve essere imparata dalle guerre degli Stati Uniti fin dall’11 settembre, è: “non cominciatene un’altra.”

Per oltre 70 anni, gli Americani hanno in gran parte ignorato gli effetti della politica estera degli Stati Uniti nel resto del mondo. Maceri in Siria? Carestia in Yemen? E’ terribilmente triste, certo, ma, ci chiediamo ancora, che cosa ha a che fare con noi?

Quella Parte del Mondo non si chiede in che modo le azioni e le politiche degli Stati Uniti le influenzano. Quella Parte del Mondo sa, e quello che conosce è devastante. E’ ora che il vero dibattito sulla futura della politica degli Stati Uniti lì, diventi anche parte del nostro mondo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Grande_Medio_Oriente

http://www.repubblica.it/esteri/2017/04/04/news/blackwater-162156757/

https://it.wikipedia.org/wiki/Bloomberg_News

Nella foto: devastazione provocata dagli attacchi aerei della coalizione saudita appoggiata dagli USA, in Yemen.

Rebecca Gordon, collaboratrice di  TomDispatch insegna al dipartimento di filosofia all’Università di San Francisco. E’ autrice di: American Nuremberg: The U.S. Officials Who Should Stand Trial for Post-9/11 War Crimes. I suoi precedenti libri comprendono: Mainstreaming Torture: Ethical Approaches in the Post-9/11 United States e Letters from Nicaragua.

Questo articolo è apparso per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni di Tom Engelhardt per lungo tempo direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, e autore di The End of Victory Culture [La fine della cultura della vittoria]e anche di un romanzo The Last Days of Publishing [Gli ultimi giorni dell’editoria]. Il suo libro più recente è: A Nation Unmade By War(Haymarket Books).

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/middle-east-alliances-old-and-new

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

ALLEANZE VECCHIE E NUOVE IN MEDIO ORIENTE

http://znetitaly.altervista.org/art/25493

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