ALL’OMBRA DI UN ULIVO

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tratto da: http://reteitalianaism.it/reteism/index.php/2020/10/20/allombra-di-un-ulivo/

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17 ottobre 2020, Gaza, di Huda Hussam Soboh

Di recente ho letto il romanzo Ogni Mattina a Jenin di Susan Abulhawa. Una delle trame del romanzo è ambientata nella bellissima Palestina, prima della Nakba del 1948. C’è una scena particolare che si svolge durante la stagione del raccolto, con una famiglia felicemente riunita che si rilassa all’ombra di un ulivo. Ho trovato questa scena strana e poco familiare. Vivo nello stesso paese, ma la mia storia è molto diversa.

Mentre passo attraverso una strada stretta fiancheggiata da edifici bombardati e senza vita, vedo un flashback della guerra del 2014. I muri di cemento pallido e incolore potrebbero sembrare ordinari a molte persone nel mondo, ma quando sei palestinese il grigio rappresenta speranze perdute, bambini perduti, case perdute e un futuro perduto. È distruttivo ripassare davanti agli scenari in cui un tempo il sangue copriva il terreno, quando i bambini hanno perso i genitori davanti ai loro occhi, eppure sono questi ricordi che mi spingono a lottare per i nostri diritti e dedicare il mio futuro alla Palestina. Quella parola, “futuro”, spaventa la mente di ogni adolescente palestinese. Affoghiamo nei nostri pensieri pieni di paura. Potrei essere la prossima ad essere perduta.

Quando facciamo degli incubi sulla possibilità di perdere la nostra famiglia ci svegliamo nella notte in un bagno di sudore, con il cuore che batte incessantemente. Trascorriamo ogni secondo della nostra vita, giorno e notte, con la paura di perdere ancora più parti della nostra famiglia e della nostra casa. Non abbiamo un solo ricordo di esserci mai sentiti al sicuro. Che cosa significherà mai “al sicuro”? Fingo di saperlo, ma per esperienza non ne ho una definizione chiara. Sicuramente non significa dormire con il ruggito dell’F16 armato sopra di me. Sicurezza non significa subire una ferita o una malattia senza l’accesso al cancello di Erez e l’assistenza medica oltre di esso. Sicurezza non è vedere la tua famiglia separata e dispersa in tutto il mondo alla ricerca di una vita reale, cioè una vita con la cosa più essenziale di tutte: la libertà.

Artista: Sliman Mansour
Cortesia di: Palestine Poster Project Archives

Ho 16 anni e non ho ancora assaggiato il knafeh di Nablus, o fatto il bagno nel Mar Morto, o scattato una foto della spiaggia di Jaffa. Non mi sono accampata sulle montagne di Haifa, non ho festeggiato il nuovo anno a Betlemme o pregato presso la Tomba dei Patriarchi a Hebron. Soprattutto, sono stata respinta tre volte nel tentativo di visitare la capitale del mio paese, Gerusalemme.

Nel luglio 2019 ho avuto la fortuna di essere stata scelta dal Consolato francese per visitare Gerusalemme. Ho guadagnato questa possibilità come ricompensa per il mio punteggio elevato nell’esame Delf, una valutazione internazionale che verifica la conoscenza della lingua francese. Dovrei sempre avere il diritto di andare dove voglio nel mio paese, ma la decisione non è stata mia. Il consolato francese ha cercato di coordinare la mia visita più volte, ma tutto ciò che hanno fatto è stato vano, poiché le autorità israeliane hanno rifiutato la mia richiesta di permesso. Aspettavo questa possibilità da diversi anni. Avevo lavorato così duramente per guadagnarmela, ma alla fine la decisione se visitare o meno Gerusalemme è stata presa per me da uno sconosciuto, che non sa nulla di me e che ha distrutto il mio sogno tanto atteso.

L’occupazione israeliana è costantemente in agguato nei cuori di coloro che vivono sotto il suo peso. Ogni aspetto della nostra vita è influenzato dall’occupazione israeliana. Qui a Gaza potrei riunirmi con gioia con la mia famiglia. Potremmo provarci a riunirci all’ombra di un ulivo, a sorridere e stare insieme. Ma non ci sentiamo al sicuro; non siamo al sicuro sotto occupazione e sotto l’assedio. Non siamo liberi.

 

 

All’ombra di un ulivo

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