ALTRE DONNE

Detto francamente, vorrei parlare delle donne italiane, oggi. Delle ragazze e giovani donne italiane che non vanno a letto o in discoteca o in festini di dubbissimo gusto con uomini sopra i 70 anni, che – alla loro età – dovrebbero semmai curare, se sapessero farlo, i propri nipotini. Vorrei parlare delle ragazze che fanno le volontarie, da anni, nei Territori Palestinesi; di quelle che, appena laureate, se ne sono andate nel Kivu, località non proprio amena del Congo-ex Zaire. Di quelle che da anni studiano, tra laurea, stage, dottorato, e che si sentono dire “Ma non parliamo del suo curriculum (più che qualificato). Mi dica invece se è flessibile”. Di quelle che fanno le maestre a 80 km di distanza dalla casa e da due figli piccoli, senza lamentarsi. Di quelle che lavano le scale. Di quelle che lavano il culo dei nostri anziani, ultrasettantenni, e curano i nostri figli disabili.

Non posso parlare di loro, che avrebbero bisogno – come dice la mia giovane amica Luna – di non stare più in apnea e di imparare la lezione dei loro coetanei tunisini. E mi tocca parlare di altre donne, che in questi ultimi giorni hanno dimostrato che la diplomazia femminile usa gli stessi schemi della più antica diplomazia maschile. Non ne vorrei fare, intendiamoci, una questione di genere. E’ che in questi giorni particolari (per l’Italia e non solo) mi sono saltati all’occhio due esempi che dicono molto su quello che non sappiamo cambiare di un certo qual cinismo della diplomazia – diciamo così – classica.

Primo esempio. Il segretario di stato americano Hillary Clinton è intervenuta nel dibattito – ancora abbastanza sotterraneo – sulla risoluzione contro le colonie che i paesi arabi hanno presentato all’Onu e che dovrebbe essere discussa dal consiglio di sicurezza. La Clinton, invece di essere impegnata a capire se l’amministrazione Obama ha ancora intenzione di porre il veto sulla risoluzione, anche dopo le pressioni interne per non farlo, lancia piuttosto un avvertimento ai palestinesi. Dice che la risoluzione non aiuta il processo di pace. Forse perché costringe gli USA a esprimere una parola (finalmente) chiara sulle colonie? O forse perché il fronte europeo si sta complicando, riguardo alla risoluzione, con Gran Bretagna e Francia che oggi si dicono forse possibilisti riguardo alla sua approvazione? Meglio far le cose dietro le quinte, negoziando, dice in sostanza Hillary Clinton, dimenticando che i negoziati sono – per ora – saltati, e che il piano Obama per il processo negoziale è morto prima ancora di essere cominciato.

C’è poi un altra donna a capo di un ministero degli esteri, ed è Michel Alliot Marie. Oggi è stata contestata (con lancio di scarpe) al suo ingresso subito dopo il valico di Erez, in procinto di visitare Gaza. Nota positiva: un ministro degli esteri di uno dei paesi euroei più importanti va a visitare Gaza, dove la Francia ha progetti importanti e soprattutto, a differenza di altri paesi europei, una presenza costante, mai interrotta, sempre curata. La manifestazione, che a dire il vero non sembra proprio essere spontanea, era contro le parole di Alliot Marie durante il suo incontro con i genitori del caporale Gilad Shalit, da anni sequestrato a Gaza. Forse i manifestanti (e Hamas) non hanno gradito l’intromissione francese in una mediazione facilitata dai tedeschi, in cui c’è in gioco la liberazione di Gilad Shalit, in cambio della liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, una percentuale dei circa 10mila palestinesi che sono nelle carceri israeliane. Ma Alliot Marie, ne sono quasi certa, rischia di essere più famosa a Gaza per quello che l’internet arabo ha riportato delle sue dichiarazioni durante la rivoluzione tunisina, quando – esattamente a due giorni dal 14 gennaio e dalla fuga di Ben Ali – mise a disposizione l’expertise francese per aiutarlo a risolvere la questione della sicurezza.

Queste le sue parole, riportate dal sito di le Monde.

“On ne doit pas s’ériger en donneurs de leçons” face à une situation “complexe”, a-t-elle expliqué. Tout en invitant les dirigeants à “mieux prendre en compte les attentes” des populations, elle a suggéré que “le savoir-faire, reconnu dans le monde entier, de nos forces de sécurité, permette de régler des situations sécuritaires de ce type”. “C’est la raison pour laquelle nous proposons effectivement aux deux pays [l’Algérie et la Tunisie] de permettre dans le cadre de nos coopérations d’agir pour que le droit de manifester puisse se faire en même temps que l’assurance de la sécurité.”

Parla la blogger, la donna, e non la giornalista, in questo caso. Ma è mai possibile che le donne non sappiano esprimere altro tipo di proposte diplomatiche, e che debbano riprodurre uno schema peraltro fallito tante di quelle volte dall’essere ormai non più proponibile? Possibile mai che lo schema della miope Realpolitik (non di quella lungimirante, voglio dire) debba ancora essere il pilastro di strategie di politica internazionale che non ce la fanno a superare lo scoglio non delle settimane, ma dei giorni? Non sappiamo proporre qualcosa che sappia durare di più, e magari risolvere qualche situazione difficile?

La bella foto è di Andrea Merli, all’interno del suo progetto InsideOut. Shada, giovane donna cieca di Betlemme, e il suo Muro.

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