AMIRA HASS // A DIFFERENZA DELLA TERRA RUBATA, IL TEMPO RUBATO AI PALESTINESI NON PUÒ ESSERE RESTITUITO

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

lunedì 23 novembre 2020   21:46

I checkpoint sono una strategia il cui risultato diretto è limitare la vita attiva dei palestinesi. Il raffinato sadismo dell’esercito israeliano

Di Amira Hass – 23 novembre 2020

https://archive.is/wC1xd

L’IDF addestra i suoi soldati anche a un raffinato ed efficace sadismo, non di tipo fisico ma psicologico. Ogni giorno la missione di decine di soldati di età compresa tra 18 e 20 anni è rubare il tempo a centinaia di palestinesi di tutte le età, logorandoli con incontri mancati, riunioni perse, incertezza, appuntamenti medici annullati, ritardi per cenare con la famiglia. Questa tattica viene implementata attraverso l’uso di posti di blocco interni in Cisgiordania, quelli con un’infrastruttura permanente e quelli mobili e volanti. (Il furto di tempo ai checkpoint di uscita dalla Cisgiordania è un sadismo di una forma leggermente diversa.)

I posti di blocco sono una deliberata strategia Militare il cui risultato diretto è limitare le vite attive e creative dei palestinesi, diciamo, di mezz’ora o un’ora ogni giorno. Il tempo rubato è invisibile. È impossibile da toccare e non sanguina. Il tempo perso dai palestinesi in attesa non è quello degli israeliani, quindi la sospensione della loro esistenza non fa “notizia”. Ancora di più quando si tratta di una normale prassi, l’esatto opposto della novità. Dopo tutto, a parte il sangue, la stampa ama le “eccezioni” e tutto ciò che è fuori dall’ordinario.

Ma scrivere dell’ordinario è l’intento di questo articolo. Per esempio: Martedì 10 novembre, alle 21:30, una lunghissima fila di auto era in attesa al posto di blocco militare permanente all’uscita nord-orientale di Ramallah – El Bireh. La colonna arrivava fino alla piazza centrale, su Nablus Road, l’inizio era sotto il capannone del checkpoint, tra i suoi blocchi di cemento, lungo circa 400 metri. Le luci delle auto fisse. Stavo viaggiando in direzione di Ramallah. La corsia d’ingresso attraverso il posto di blocco era sgombra. Ho visto da lì, nella corsia di uscita, un’auto ferma e due soldati accanto. Non si muoveva e tutte le auto dietro di essa erano bloccate.

Non ho accostato fino a quando la fila di macchine non ha cominciato a muoversi. Non sono scesa dall’auto per chiedere ai soldati armati cosa stesse succedendo. Questo è un checkpoint che i pedoni non possono attraversare. Non volevo espormi per accertare se i soldati rispettavano la procedura nel fermare un sospetto (gridando “stop” e non sparando immediatamente al pedone). Ma anche senza informarmi, sapevo per esperienza che una fila così lunga che non avanza, in un momento che non è l’ora di punta, rimane bloccata così per molto tempo. Nessun guidatore ha osato suonare il clacson per esternare la propria esasperazione. Il silenzio delle auto gridava una sorta di sottomissione e di apparente rassegnazione. Sotto l’apparenza c’era una frustrazione esplosiva.

Tre giorni dopo, venerdì 13 novembre, verso le 16:15, stavo guidando sulla strada Bir Zeit – Nabi Saleh. All’ingresso del piccolo villaggio di Atara c’erano due file di auto: una verso l’uscita e l’altra verso il villaggio. Due soldati armati stavano nel mezzo. Se ci fosse stata una jeep militare non me ne sarei accorta. Le auto, incolonnate, non si muovevano.

Anche questa volta non mi sono fermata. Avevo fretta, e inoltre temevo che i soldati si sarebbero vendicati sugli autisti palestinesi e avrebbero allungato il loro ritardo se avessi iniziato a fare domande. Ho proseguito verso ovest. All’ingresso del villaggio di Nabi Saleh si poteva vedere la stessa scena: due file di auto, due soldati e le auto in perenne attesa. Lo stesso giorno in Cisgiordania furono allestiti 16 posti di blocco volanti. In uno di questi una persona è stata arrestata, secondo il rapporto del Dipartimento Negoziale dell’OLP. Il 15 novembre c’erano 18 posti di blocco volanti e due giorni dopo 12. Quanto potere di nuocere nelle mani di due soldati armati di fucili.

Ho inviato le seguenti domande al portavoce dell’IDF: Riguardo al checkpoint permanente, era un’auto specifica che è stata controllata a lungo, e di conseguenza si è formata la lunga fila, o era il normale controllo di di ogni singola auto? È stato effettuato un arresto sulla scena? Quando è stato “eliminato” l’ingorgo? Perché, quando un’auto è in ritardo a questo checkpoint, per qualsiasi motivo, non viene fatta accostare su un lato (ad esempio, come al checkpoint di Hizma dove passano i coloni e altri israeliani), in modo che decine di altri automobilisti non subiscano lo stesso ritardo?

Per quanto riguarda i due checkpoint volanti, ho chiesto: “Questi checkpoint sono normalmente in questa zona il venerdì? In caso contrario, c’era una ragione speciale per collocarli in questi due villaggi il venerdì, e quale era? Da quando e fino a quando furono collocati quei posti di blocco quel giorno? Sono stati effettuati arresti?”

E questa è la non risposta dell’ufficio del portavoce dell’IDF alle mie domande: “Le forze dell’IDF svolgono una serie di attività operative allo scopo di garantire la sicurezza dei residenti (si legge coloni) nella regione della Giudea e Samaria. Nell’ambito di queste attività, le forze di volta in volta posizionano posti di blocco mobili sulla strada ed eseguono controlli in base alle valutazioni della situazione e alle informazioni di sicurezza. Si tratta di uno strumento operativo efficace e spesso sospetti e armi vengono individuati grazie a queste attività operative. Va sottolineato che oltre alla necessità operativa di queste attività, le forze dell’IDF compiono tutti gli sforzi possibili per preservare la normale quotidianità di coloro che viaggiano sulle strade”.

La normale attività di un regime militare straniero occupante comporta anche l’abuso psicologico della popolazione occupata e la sua umiliazione. Il controllo sul tempo dei soggetti completa il controllo sulla loro terra, solo che il tempo non può essere recuperato.

Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolte dei suoi articoli.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
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