AMIRA HASS // FATAH SULL’ORLO DELLA SCISSIONE IN VISTA DELLE ELEZIONI PALESTINESI CHE POTREBBERO ANCORA ESSERE ANNULLATE

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tratto da https://frammentivocalimo.blogspot.com/2021/02/amira-hass-fatah-sullorlo-della.html

Il leader palestinese imprigionato Marwan Barghouti su un murale accanto a Yasser Arafat Credito: AHMAD GHARABLI / AFP

Nasser al-Kidwa, un critico di vecchia data della direzione di Abbas, ha rivelato il segreto di una lista alternativa in preparazione e ha invitato il carcerato Marwan Barghouti a unirsi a lui

Di Amira Hass – 21 febbraio 2021

https://archive.is/S4xuk

Il 31 marzo è l’ultima data utile per presentare le liste in corsa per l’elezione al Consiglio Legislativo Palestinese prevista per il 22 maggio. Presumibilmente in quel periodo il prestigiatore, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, e i suoi fedeli collaboratori faranno di tutto per impedire ciò che nelle ultime settimane sembrava inevitabile: una scissione all’interno di Fatah in due se non tre parti che si sfideranno tra loro contro una lista unita di Hamas.

Nasser al-Kidwa, un politico di alto livello il cui nome è stato associato a rapporti con una fazione che contestava la dirigenza di Abbas, ha rivelato il segreto, in un simposio on-line al quale ha partecipato, organizzato dall’Università Bir Zeit. Kidwa, un membro del Comitato Centrale di Fatah, negli ultimi anni è stato un critico interno del controllo autoritario di Abbas su Fatah e l’Autorità Palestinese. La scorsa settimana era assente alla riunione del Comitato Centrale, cosa che è stata vista come un preludio della conferma ufficiale del suo coinvolgimento in un’iniziativa per formare un’altra lista.

E infatti lo ha confermato per la prima volta, pubblicamente, giovedì. Ha anche chiesto direttamente a Marwan Barghouti, che è detenuto in una prigione israeliana, per sostenere la lista in competizione e non per “fuggire dalla responsabilità”, accontentandosi solo della sua intenzione di candidarsi alla presidenza. Amici intimi di Barghouti e altri attivisti di Fatah, appartenenti della generazione della Prima Intifada, sono stati in trattative per l’istituzione di questa lista. Sebbene abbiano affermato che una lista dovrebbe essere formata solo dopo aver sviluppato una piattaforma politica e un programma, la ricerca dei candidati è già iniziata.

Le osservazioni di Kidwa hanno spinto Abbas a invitarlo per un incontro urgente venerdì sera. Secondo Al-Araby Al-Jadeed, Kidwa ha detto ad Abbas che non avrebbe fatto marcia indietro, poiché si è stancato di qualsiasi tentativo di riformare Fatah.

Le persone coinvolte nella preparazione della lista speravano inizialmente che Barghouti l’avrebbe guidata. Kidwa, nipote di Yasser Arafat ed ex rappresentante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina alle Nazioni Unite, è una figura importante a Fatah, ma è meno noto al grande pubblico. Pertanto, il sostegno di Barghouti alla nuova lista attualmente in fase di formazione è considerato essenziale per attrarre più candidati, persuadere gli indecisi ed entusiasmare gli elettori. Kidwa ha detto al simposio che la lista non è solo per i fuggitivi di Fatah, ma anche per attivisti indipendenti, membri di ex partiti di sinistra, uomini d’affari patriottici e membri della società civile (ONG). Non è necessaria una riforma del governo palestinese, ha detto, ma un cambiamento.

L’appello pubblico di Kidwa a Barghouti a non sfuggire alle responsabilità suggerisce delusione per il ritardo di Barghouti nell’annunciare le sue intenzioni e il timore che possa cedere alle pressioni. Circa 10 giorni fa Barghouti è stato visitato in prigione da Hussein al-Sheikh, Ministro per gli Affari Civili dell’Autorità Palestinese, che è anche membro del Comitato Centrale di Fatah e molto vicino ad Abbas. Figure di alto livello nella Fatah ufficiale hanno insinuato che Barghouti ha accettato di sostenere una lista di Fatah unita. Gli stretti collaboratori di Barghouti hanno detto ad Haaretz che nulla è cambiato nella sua posizione dopo la visita e che non si è mosso dalla sua intenzione di candidarsi alla presidenza, che non è ufficiale ma è stata dichiarata prima della visita dello sceicco.

Collaboratori di Barghouti credono che Fatah ufficiale riciclerà il suo messaggio paternalistico, comprensibilmente perché il suo prigioniero più famoso cercherà qualsiasi mezzo per uscire di prigione, cioè, che le sue motivazioni sono personali. Barghouti e i suoi collaboratori non si fanno illusioni riguardo al potere di una presidenza di liberarlo.

Eppure, la possibile contesa tra Abbas e chiunque decida di correre contro di lui rende le elezioni presidenziali, che si terranno il 31 luglio, particolarmente interessanti. L’elezione di un prigioniero di sicurezza a presidente potrebbe cambiare le regole del gioco e promuovere una dinamica sconosciuta negli equilibri di potere con Israele. Potrebbe trattarsi di una mossa creativa e sovversiva, del tipo estraneo all’immobile dirigenza di Fatah, ma solo se fatta allo stesso tempo come parte di un cambiamento di base voluto dai creatori della nuova lista. Perché il problema non è solo in Abbas e nell’autocrazia interna che ha promosso, ma anche nei problemi strutturali di Fatah e dell’Autorità Palestinese come prodotto degli accordi di Oslo, che hanno reso possibile questa autocrazia.

La creazione della lista non è una questione personale derivante dal risentimento per i candidati non nominati al Consiglio Legislativo Palestinese (come era nel 1996 e 2006), ma piuttosto una manifestazione di fondamentali differenze di opinione. “Hanno dirottato il movimento da noi”, hanno dichiarato alcuni sostenitori della nuova lista ad Haaretz. La lista, hanno detto, ha lo scopo di offrire strategie di ritorno alla lotta per la libertà e l’indipendenza invece dell’illusione del governo e del radicamento nello status quo che fornisce stipendi ai funzionari governativi e amministra l’enclave sotto l’occupazione israeliana. Alcuni sostenitori hanno inoltre affermato che la lista deve garantire la fine della corruzione associata a Fatah come movimento dirigente e riportare lo spirito di pluralismo e devozione patriottica “che conoscevano” in Fatah. Ma dalle osservazioni di Kidwa al simposio si può concludere che la lista alternativa non è un fatto compiuto; le sfide, in poche parole, sono ancora molto grandi.

Il motto dei rappresentanti di Abbas è: “una lista di Fatah unita”. Cioè, una lista la cui composizione, ora decisa da un comitato, sarà accettata da tutti. A tal fine, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e la Striscia di Gaza sono state divise in cinque distretti e alcuni membri del Comitato Centrale di ogni distretto selezionano i nomi e decidono chi sono i candidati. Barghouti e i suoi amici a Fatah affermano che “il processo democratico deve essere assicurato” nel comporre la lista e che, se i loro desideri saranno soddisfatti, sosterranno una lista unita. Propongono che un forum più ampio di centinaia di membri del movimento che sono stati eletti nelle sue istituzioni e consigli in vari organi civili (come il consiglio studentesco, l’associazione degli avvocati, i consigli locali, le ONG, ecc.) si riuniscano ed eleggano i candidati ufficiali o la maggior parte di loro. La preoccupazione fondata è che il comitato che organizza la lista operi secondo le istruzioni di Abbas, e che avrà l’ultima parola.

Nella riunione del Consiglio Rivoluzionario di Fatah circa tre settimane fa, Abbas ha minacciato chiunque avesse intenzione di istituire una lista separata. “Sparategli, uccideteli”, ha detto, secondo i membri di Fatah. Indubbiamente lo intendeva metaforicamente, ma ha certamente reso chiaro il suo atteggiamento nei confronti dei potenziali “separatisti”. Dicono che abbia anche minacciato direttamente Kidwa. In quella stessa riunione, Abbas dichiarò di proibire ai membri delle massime istituzioni di Fatah (il Comitato Centrale e il Consiglio Rivoluzionario) di presentare la loro candidatura per la lista. Anche i suoi sostenitori sono rimasti sorpresi perché l’attività parlamentare richiede esperienza politica e professionale e perché il movimento ha impedito a lungo l’avanzamento e una maggiore importanza agli attivisti più giovani e popolari.

Nel frattempo è stato riferito che questo ordine è in fase di rivalutazione e potrebbero esserci alcune “eccezioni”. I cinici dicono di essere certi che le eccezioni saranno tra i lealisti del presidente. Un nuovo emendamento da gennaio di quest’anno alla legge elettorale (in realtà, un ordine presidenziale del 2007) sta destando preoccupazione anche tra gli avversari di Abbas: come l’ordine iniziale, chiunque si iscrive come candidato in una qualsiasi lista deve dimettersi dal proprio impiego. Ora, secondo l’emendamento, coloro che diventano candidati devono ricevere il consenso dalle loro sedi per dimettersi. Le condizioni delle dimissioni di per sé potrebbero scoraggiare le persone in posizioni di ricerca, insegnamento e dirigenza in istituzioni accademiche, ONG e aziende. Il capo del comitato elettorale generale, la dottoressa Hanna Nasser ha già espresso le sue riserve al riguardo. Alcuni in Fatah temono che la necessità di ottenere il permesso dalla sede di impiego di un potenziale candidato consentirà di esercitare pressioni per rifiutare le dimissioni di persone che Abbas non vuole candidare.

Secondo un rapporto di Al Jazeera, in un incontro tra i capi dei servizi segreti giordani ed egiziani con Abbas circa un mese fa, hanno cercato di persuaderlo a fare la pace con Mohammed Dahlan, che Abbas ha allontanato da Fatah nel 2011, in modo che una lista unificata di Fatah sarebbe corsa contro Hamas. Abbas ha rifiutato. Alcune persone coinvolte nella creazione della lista per competere contro Fatah hanno dichiarato ad Haaretz che Abbas non si rende conto che la lista identificata con lui perderà le elezioni. Anche le figure di alto livello intorno a lui hanno l’illusione che una vittoria di Fatah sia assicurata. I sostenitori di Dahlan (l’ex capo della Forza di Sicurezza Preventiva di Gaza) speravano che lui e la sua gente si sarebbero uniti a una lista guidata da Kidwa e dai collaboratori di Barghouti, ma ciò che era stato detto in precedenza in conversazioni a porte chiuse, Kidwa ha detto ad alta voce al simposio: Non c’è posto per lo stesso Dahlan nella lista. Ci sono già notizie da Gaza sull’organizzazione di un gruppo di sostenitori di Dahlan del Blocco per le riforme democratiche, che egli guida, per stabilire la propria lista.

Sebbene il 93% degli elettori iscritti si sia già registrato al comitato elettorale come richiesto (2,6 milioni su 2,8 milioni di persone), che dimostra il grande desiderio di prendere parte al processo democratico, si parla ancora di annullare le elezioni. Un alto dirigente di Fatah ha detto ad Haaretz che il servizio segreto civile di Fatah si oppone alle elezioni perché ritiene che i risultati saranno negativi per Fatah. E infatti Kidwa ha detto al simposio che non è affatto certo che le elezioni si svolgeranno, anche se ha preferito non entrare nei dettagli circa le ragioni di questa preoccupazione. Forse questa sarà “la soluzione” all’inevitabile scissione.

Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolte dei suoi articoli.
Traduzione: Beniamino Rocchetto

 

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