Amira Hass // GIORNATA DELLA MEMORIA DELL’OLOCAUSTO QUEST’ANNO: UNA CONFRATERNITA DI INFERMI

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tratto da: https://frammentivocalimo.blogspot.com/2021/04/amira-hass-giornata-della-memoria.html

Archived version: https://archive.is/7r5zN

7 aprile 2021

Questi sono i giorni per fermarsi a pensare alla gente comune che si è abituata. Questi sono i giorni per pensare alle persone che non erano a favore, che non partecipavano attivamente, ma non potevano emigrare, e vivevano mentre i loro vicini ebrei venivano banditi prima dai marciapiedi, poi dalle cliniche e dalle biblioteche, poi dalla strada e dalla città e, alla fine, dalla mente.

Nei prossimi due giorni gli schermi, i siti web e le trasmissioni radiofoniche in Israele crolleranno quasi sotto l’effusione visiva, verbale ed emotiva dei ricordi del numero sempre minore di sopravvissuti all’Olocausto. Tuttavia chiunque sia nato da una famiglia sopravvissuta ai vagoni bestiame non ha bisogno di questi due giorni per ricordare. La nostra conoscenza non ha bisogno di nuovi dettagli. È impresso in noi, anche se non vogliamo che lo sia.

Le gambe aperte di ufficiali armati e in uniformi che ridevano mentre guardavano le donne nude in piedi accanto alla fossa, sono evocate dalla nostra memoria acquisita ogni giorno. I binari della ferrovia e le camicie a righe suscitano sempre la nausea, anche se i nostri occhi vedono normali binari ferroviari e camicie a righe insignificanti. I nostri genitori sono morti molto tempo fa, ma di giorno in giorno diventiamo meno capaci di capire come hanno resistito al gelo, su assi insieme ad altri cadaveri viventi, bruciati dal tifo. Nessun nuovo studio e nessun memorial day risponderanno alle domande che non abbiamo potuto formulare, o che non abbiamo insistito nel porre, nella nostra infanzia.

Il cuore va ai sopravvissuti, che sono commossi dall’attenzione che ricevono un giorno all’anno. Il cuore è ammalato dalla commercializzazione; perché il Giorno della Memoria dell’Olocausto è uno dei più efficaci modellatori dell’ethos nazional-sciovinista israeliano. Tra interviste e film e la sirena si sentiranno discorsi carichi di pathos e insincerità, disseminando veleno demagogico.

Ancora una volta useranno le nostre famiglie assassinate per glorificare l’esercito israeliano e il suo eroismo contro Gaza e contro il villaggio di Bilin, a difesa dell’avamposto di Esh Kodesh e dell’insediamento della Sussia. Ancora una volta tracceranno una linea retta, come un serpente tra gli assassini tedeschi e ucraini e i palestinesi, che nel 1948 cercarono di difendere la loro patria da coloro che venivano a espropriarla.

I nostri cuori vanno a loro. Il loro anonimato è molto personale ed è presente in ogni succulento fico d’India ai lati della strada, nelle case in pietra con archi di 90-150 anni e nella dolce collina dove si possono ancora vedere le rovine di un villaggio.

Nei prossimi due giorni sarà difficile sfuggire al rumore rauco del vittimismo bellicoso e commercializzato. Un possibile rifugio è pensare alla gente comune che taceva perchè avevano figli da crescere e nutrire, un lavoro e una madre anziana, persone che non hanno appoggiato, ma si sono abituate.

La sopravvivenza in una marcia della morte è difficile da comprendere. Nessuna cellula del nostro corpo può capire la catena di montaggio dell’omicidio e degli assassini. D’altronde tutti condividiamo e conosciamo il meccanismo dell’abitudine al rumore della strada, all’edificio che ci blocca la vista, alle rughe, alle direttive sul coronavirus. L’abitudine fa parte della nostra esperienza quotidiana.

Nei 12 anni compressi della sua esistenza, la Germania nazista riuscì ad attuare parte del suo piano di genocidi. Israele, diventato un rifugio per gli ebrei fuggiti nel tempo, e per i sopravvissuti, esiste ormai da 73 anni. La sua occupazione militare esiste da 54 anni. Con la sua condotta Israele dimostra quotidianamente che l’espropriazione e l’espulsione del popolo palestinese dalla loro patria è parte integrante della sua identità.

Gli oppositori del regime nella Germania nazista rischiarono la prigionia, la tortura e la morte. Non c’erano informazioni e foto accessibili sui social network. Il potere di realizzare il cambiamento non era nelle loro mani.

Qui il potere di realizzare il cambiamento è nelle nostre mani. Proteste, opposizioni e denunce non comportano un prezzo particolarmente alto: una risposta piena di odio su Internet, bugie di un’organizzazione di coloni, percosse da parte di teppisti timorati di Dio, licenziamento dalla scuola. Niente di tutto questo è sufficiente a spiegare la scarsità di attivisti israeliani che si oppongono alla politica di espropriazione ed espulsione o al fatto che coloro che non si dichiarano razzisti, si sono abituati alla realtà razzista e al costante deterioramento.

In questo giorno gli israeliani che si sono abituati e quelli che tacciono devono almeno mostrare comprensione, persino empatia, per i comuni tedeschi di quei tempi.

 

 

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