AMIRA HASS: I VOLONTARI PALESTINESI AIUTANO I RACCOGLITORI DI OLIVE IN MODI CHE L’AUTORITÀ PALESTINESE NON PUÒ ADEMPIERE

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tratto da: https://frammentivocalimo.blogspot.com/2020/10/amira-hass-i-volontari-palestinesi.html

Di Amira Hass – 23 ottobre 2020

Decine di migliaia di giovani palestinesi si addestrano nelle arti marziali e nell’uso delle armi per il reclutamento delle forze di sicurezza palestinesi, compresa la polizia. In base agli accordi con Israele (ora sospesi), devono aiutare il servizio di sicurezza Shin Bet e l’esercito a monitorare i palestinesi, arrestarli e interrogarli.

Ci si aspetta che evitino qualsiasi danno ai cittadini israeliani, ma non possono proteggere i civili palestinesi dagli attacchi di criminali che sono cittadini israeliani.

Tutto ciò che l’Autorità Palestinese può fare è “condannare” la violenza. Le sue agenzie di sicurezza possono passare le denunce dei cittadini palestinesi aggrediti alla polizia israeliana (prima che il coordinamento venisse interrotto a maggio), e scrivere i dettagli delle aggressioni.

All’inizio del mese, i media palestinesi hanno riferito della costituzione del gruppo Faz3a per la raccolta delle olive 2020. Hanno citato uno dei suoi fondatori, Mohammed al-Khatib di Bil’in, dicendo che il faza’a, in arabo una risposta o una richiesta di aiuto durante una guerra, è una tradizione palestinese per soccorrere la popolazione in tempi di difficoltà.

Le operazioni di Faza’a nel 1948 sono impresse nella memoria collettiva palestinese, quando i residenti dei villaggi palestinesi raccolsero le armi dai loro nascondigli e uscirono per aiutare i combattenti palestinesi organizzati nella lotta contro i membri armati delle milizie sioniste.

La raccolta delle olive non è solo un’attività stagionale o una fonte di reddito. È un evento familiare culturale, multigenerazionale e festoso che tutti aspettano con impazienza. Partecipano intere famiglie, giovani e meno giovani, e il metodo è un’abilità insegnata dai nonni.

In decine di villaggi della Cisgiordania, la raccolta delle olive e l’agricoltura in generale, sono diventate attività pericolose, persino per l’incolumità, a causa della vicinanza degli avamposti in continua espansione e degli insediamenti che generano questi avamposti. La violenza dei coloni e il rifiuto delle autorità israeliane di fermarla hanno avuto un effetto devastante: non tutti osano correre il rischio, non tutti vogliono portare con sé donne e bambini, per paura di metterli in pericolo.

A differenza della faza’a del 1948, i volontari oggi non hanno armi, solo determinazione, coraggio e consapevolezza politica. Sanno che l’abbandono delle coltivazioni e dei villaggi contribuisce alla disintegrazione sociale.

Khatib è stato tra i fondatori del comitato di coordinamento della resistenza popolare contro la barriera di separazione israeliana all’inizio degli anni 2000 e per questo è stato arrestato, processato e imprigionato. Se vogliamo trarre qualche conclusione dalla sua esperienza, i volontari tengono conto della possibilità che l’esercito li arresti. Quando si tratta di palestinesi, anche l’autodifesa può essere considerata un crimine in Israele e motivo di arresto.

Faz3a dice che circa 200 volontari si sono uniti finora, e si aspettano di lavorare per circa tre settimane fino alla fine del raccolto, ma la violenza non è stagionale. È un problema tutto l’anno, e gli agricoltori palestinesi sono soli nella battaglia, come se fosse un problema personale, non uno dei metodi diretti e indiretti di Israele per ridurre lo spazio palestinese.

La violenza durante la raccolta delle olive è solo una delle tante tattiche israeliane che hanno avuto un effetto intimidatorio o frenato la volontà di coltivare. In alcune regioni l’esercito nega regolarmente ai palestinesi l’accesso alla loro terra “per evitare qualsiasi contatto” con i coloni violenti, tranne che per tre volte all’anno, pochi giorni ogni volta: per piantare, arare e raccogliere il grano, per raccogliere, potare e arare.

Questi agricoltori hanno dovuto rinunciare all’usanza di coltivare ortaggi tra gli alberi per il consumo privato o per la commercializzazione su piccola scala. Dieci o anche venti giorni di accesso all’anno non sono sufficienti, anche se alcuni proprietari di terreni oltre la barriera di separazione si sono trasformati, contro la loro volontà, in agricoltori di dieci giorni all’anno.

Un esempio di questo può essere visto in villaggi come Biddu e Beit Ijza, i cui frutteti sono circondati e delimitati dalla vasta distesa israeliana creata dagli insediamenti di Givat Ze’ev e Givon.

“Un tempo i frutteti erano un luogo in cui l’intera famiglia si rilassava il venerdì”, ha detto un residente di Biddu mentre aspettava che i soldati aprissero un cancello per consentire agli abitanti del villaggio di raggiungere la loro terra. “Venivamo a lavorare qui un paio di volte a settimana. Ora accedere all’area è come visitare un prigioniero in carcere”.

Migliaia di famiglie palestinesi possiedono decine di migliaia di dunam di fertili terreni agricoli che sono stati imprigionati oltre la barriera di separazione israeliana. La barriera ha 74 cancelli che consentono agli agricoltori di passare per raggiungere la loro terra. 46 sono definiti “stagionali” e sono aperti solo pochi giorni all’anno. Si suppone che 28 aprano tutti i giorni o almeno tre volte a settimana.

I soldati arrivano, aprono e chiudono i cancelli poco dopo, tre volte al giorno. Da quando è stata costruita la barriera, Israele ha gradualmente irrigidito i termini per ottenere un permesso di accesso ai terreni agricoli. Il numero di permessi è diminuito e, di conseguenza, anche il numero di familiari che raggiungono i frutteti. I giovani, in particolare, mostrano sempre meno propensione a sopportare l’umiliazione.

Ogni permesso viene rilasciato solo dopo una trafila da un ufficio dell’amministrazione civile israeliana a un altro. La carenza di manodopera che lavora è evidente nel numero di rovi tra gli alberi, così come nelle foglie decomposte e nei frutti non raccolti. A volte i contadini devono attraversare un cancello lontano e poi raggiungere i propri appezzamenti a piedi, perché non tutti ricevono il permesso di entrare con un trattore o asino e carro.

Oltre l’orario fisso di apertura dei cancelli, gli agricoltori non hanno alcun controllo su ciò che accade sulla loro terra. I raccolti e le attrezzature vengono rubati. La spazzatura viene scaricata lì. Ci sono incendi, sia per negligenza, sia per qualche granata stordente o lacrimogeno sparati dai soldati; gli agricoltori palestinesi dipendono dalla buona volontà dei vigili del fuoco israeliani per spegnere questi incendi.

Qui i volontari di Faz3a non possono essere d’aiuto. Sebbene sia terra palestinese pubblica e privata, parte della Cisgiordania, non gli è possibile raggiungerla. Solo israeliani e turisti stranieri possono accedere liberamente a questa terra palestinese .L’atteggiamento dei palestinesi di fronte a questa situazione è a metà strada tra il dispiacersi per l’Autorità palestinese e arrabbiarsi deridendola. “Cosa possiamo fare?” si chiedono gli agricoltori quando l’accesso alla loro terra è bloccato dalla violenza dei coloni o dalle regole dell’Amministrazione Civile.

Alcune persone concludono da questo stato di impotenza che “a loro non importa nulla dell’Autorità Palestinese”. È così che Israele amplia il divario e il senso di alienazione e sfiducia tra il cittadino palestinese e un autogoverno palestinese menomato.

 

Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolte dei suoi articoli.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Liberamente

Fonte: https://www.haaretz.com/…/.premium-palestinian…

 

 

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