Amira Hass : Il difensore americano dello status quo

Scritto da Associazione     Creato Mercoledì, 03 Aprile 2013 19:57

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Il difensore americano dello status quo

Haaretz.com
20.03.2013

http://www.haaretz.com/opinion/america-s-defender-of-the-status-quo-s.premium-1.510578

Il difensore americano dello status quo (s)

Se un presidente nero non cambia la realtà interna americana, perché qualcuno dovrebbe aspettarsi che faccia qualcosa contro il regime di separazione ebraica che si è creato qui tra il fiume e il mare?

di Amira Hass

Ti verrà risparmiata la vista delle recinzioni di filo spinato e del muro che circondano Ramallah da sud, presidente Barack Obama. Ci si chiede se sulla tua strada verso la Chiesa della Natività vedrai il muro serpeggiante che sta soffocando Betlemme da nord. È  simile al muro che è tra te e il Messico, e tuttavia è molto diverso, se non altro per le sue dimensioni, anche se per i nativi americani, i Kumeyaay, per esempio, taglia brutalmente il paesaggio e i legami personali, culturali e familiari esattamente come avviene per i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. La violenza di ogni regime e delle sue classi dirigenti si riflette sul paesaggio e si presenta come auto-referenziale.

Il percorso che hai scelto con i padroni di casa equivale a ballare un tango sia con la violenza che con il suo ignorarla. In altre parole, le persone sul lato indiano del recinto qui sanno molto bene che il tuo arrivo è un altro strato di cotone per proteggere lo status quo. E qual è lo status quo? Che Israele divora sempre più terra palestinese, espelle, distrugge, arresta, ostacola, divide e si appropria. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a dichiarare che Israele ha il diritto di difendersi, lo finanzia perché continui il suo percorso e finanzia l’Autorità palestinese perché ricordi la sua posizione di inferiorità e non di allontani da essa.

La tua prevista visita a Yad Vashem solleva un pensiero su un olocausto diverso, anche quello frutto degli esseri umani e dei metodi che avevano ideato, anche se è un olocausto che non si è trasformato in uno stato vero e proprio, in una storia politica e militare come la nostra. L’America non ha ancora un museo nazionale in onore delle vittime della schiavitù (passate e presenti) che potrebbe essere un luogo di pellegrinaggio per centinaia di migliaia di persone che qui potrebbero ripercorrere i metodi storici con cui il loro paese ha accumulato la sua ricchezza. C’è un museo come quello per i Nativi Americani, forse perché sono così pochi e così deboli che la loro richiesta di diritti di terre e risorse naturali, in realtà non costituisce una minaccia per gli eredi dei responsabili della loro spoliazione.

E’ diverso per gli afro-americani, che costituiscono il 14 per cento della popolazione degli Stati Uniti. Nel 2010, il 27,4 per cento dei neri era povero (rispetto al 9,9 per cento dei bianchi e il 26,6 per cento degli ispanici). Nello stesso anno, il 38 per cento dei bambini neri viveva in povertà, la più alta percentuale di qualsiasi gruppo etnico, rispetto al 12 per cento dei bianchi e al 35 per cento degli ispanici (fonte: National Poverty Center, Università del Michigan).

Nel 2009, la ricchezza media delle famiglie bianche – intendendo per ricchezza il patrimonio meno i debiti – è stato di $ 113.149, per le famiglie ispaniche 6.325 dollari e per i neri 5.677 dollari, mentre il divario tra la ricchezza delle famiglie bianche e nere è quasi triplicato tra il 1984 e il 2009, come riportato in uno studio condotto dalla Brandeis  University. E non dimentichiamo: circa il 40 per cento dei detenuti negli Stati Uniti è di colore nero.

Il museo della schiavitù è solo un simbolo, ma la sua assenza testimonia quanta paura abbiano gli Stati Uniti e le sue classi dominanti di ammettere l’enorme debito che devono per il tipo di sfruttamento più crudele che si possa immaginare, quello degli esseri umani – le loro vite, corpi , anime, menti e forza. La paura non è di pronunciare parole di rammarico, ma quali potrebbero essere le conseguenze di quelle parole – per esempio, la decisione di cambiare le priorità della spesa nazionale. Ad esempio, fermare le spese enormi dei bombardare di paesi dimenticati per favorire i produttori di armi e per gli agglomerati che poi vengono ricostruiti sulle rovine e, invece, investire nell’istruzione dei propri cittadini e nella cura della salute.

In breve, se un presidente nero non cambia la realtà interna americana (anche se questo è quello per cui è stato eletto) perché qualcuno dovrebbe aspettarsi che faccia di tutto contro il regime ebraico di separazione che si è creato qui, tra il fiume e il mare ? Dopo tutto, Israele è una componente e un alleato importante nella strategia americana di controllo nella nostra regione. La sua sofisticata industria della sicurezza, che è coordinata con l’industria statunitense delle armi, beneficia direttamente dello status quo con i palestinesi. E si può sempre dire che sono i palestinesi che si rifiutano di riprendere i negoziati.

(tradotto da barbara gagliardi

Per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

 

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4114:il-difensore-americano-dello-status-quo&catid=23:interventi&Itemid=43

 

 

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