Amira Hass : IL SACRO COMPITO DI IMPEDIRE AI PALESTINESI DI RAGGIUNGERE IL POSTO DI LAVORO

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tratto da: FRAMMENTI VOCALI IN MO

Articolo in lingua originale qui

Sintesi personale

Dal 2016 Israele ha revocato i permessi di ingresso alle persone che hanno  cognomi identici a quelli degli assalitori palestinesi. Si chiama deterrenza.

C’è un ufficiale responsabile della libertà di informazione presso il Coordinatore delle attività governative nei Territori, ma non ha familiarità con la Legge sulla libertà di informazione. Circa un mese fa lo ha ribadito in un’audizione giudiziaria. Una  petizione chiedeva  al Ministero della Difesa di chiarire i criteri utilizzati per revocare i permessi di ingresso  ai  parenti di aggressori contro israeliani.

L’autrice della petizione, l’avvocato Tamir Blank, ha chiesto all’agente se aveva considerato la sua richiesta di informazioni a tal proposito. La sua risposta è stata: “Non lo so. Non ho familiarità con la legge.

Questa strana rivelazione non fa che peggiorare l’ordine fuori dal comune dell’allora ministro della Difesa Avigdor Lieberman nell’agosto 2016: cancellare i permessi di ingresso in Israele ai parenti di aggressori palestinesi. La petizione, ai sensi della legge sulla libertà di informazione, è la ciliegina sulla cima di una battaglia legale – che non ha ricevuto pubblicità – ma alla fine ha ridotto l’arbitrarietà della direttiva di Lieberman e la sua applicazione..

Coloro che hanno attuato la direttiva nell’ottobre 2016 sono stati COGAT e l’Amministrazione di collegamento ad esso subordinato. I soldati delle unità di collegamento inizialmente hanno chiamato questo tipo di revoca di permesso: “Operazioni Branch Prevention: Sanction”. Nel 2018 hanno modificato il termine in: “Sanction” in “Deterrence”. Operation Branch Prevention, di natura amministrativa, in contrasto con lo stesso Shin Bet, che definisce chiaramente quando una persona è “un rischio per la sicurezza”.

Durante il primo anno di attuazione della direttiva di Lieberman (fino alla fine del 2017), ai lavoratori che possedevano permessi  con nomi identici a quelli dei palestinesi che avevano attaccato o erano sospettati di aver compiuto azioni contro gli israeliani, non era permesso passare attraverso i checkpoint.

In realtà tali  le autorizzazioni, che permettono ai datori di lavoro di assumere lavoratori palestinesi – non sono state mai effettivamente revocate  e, se scadute, venivano rinnovate  senza alcun problema.

Questo, tuttavia, non era il caso dei commercianti, che ricevono i loro permessi direttamente dagli uffici di collegamento. Quando hanno cercato di chiedere la rimozione dell’ostacolo, spesso con l’aiuto delle donne  di  Machsom Watch, è emerso che non esisteva nemmeno un modulo di domanda adeguato. Alla fine, le donne di Machsom Watch hanno capito che in ogni ufficio di collegamento il decreto era attuato in modo diverso: non esisteva una procedura uniforme.

Il 14 dicembre del 2017 un gran numero di permessi sono stati revocati tutti in una volta, danneggiando centinaia di persone  appartenenti allo stesso clan. La loro connessione familiare con l’autore dell’attacco o del tentativo di attacco era molto distante o addirittura inesistente. Solo  il cognome era identico.

Nel marzo 2018 gli avvocati hanno iniziato a presentare alla corte distrettuale di Gerusalemme (nella sua qualità di tribunale amministrativo) petizioni di palestinesi che erano stati danneggiati dalla direttiva e dalla sua attuazione.

La Procura della Repubblica ha rivelato la confusione esistente nella legge, nulla era previsto per la revoca di un permesso. L’accusa ha ripetutamente richiesto il rinvio delle audizioni, spiegando che la posizione delle autorità in materia non era ancora stata formulata.

Inizialmente i giudici hanno aderito alle richieste di rinvio. Quando non hanno aderito, lo stato non ha presentato una dichiarazione in risposta ai firmatari e ha semplicemente annullato la revoca dei permessi di ingresso dei firmatari che  sono tornati al lavoro.

La diga è stata aperta nel luglio 2018 con la cancellazione delle “Operazioni Branch Prevention”. Ciò è stato ripetuto in dozzine di petizioni . Alla fine i tribunali hanno stabilito che lo stato doveva pagare le spese processuali.

Nell’ ottobre 2018, due anni dopo che la burocrazia militare ha negato l’ingresso in Israele a migliaia di titolari di permessi palestinesi, in modo radicale e arbitrario, il procuratore generale ha annullato la giustificazione per la revoca di molti permessi. Questo è un risultato notevole per i firmatari e gli avvocati.

Finalmente, dopo aver presentato nuove petizioni, l’avvocato Blank ha ricevuto la risposta dello stato: “La persona in questione è parente di un aggressore e quindi non soddisfa i criteri per l’ingresso in Israele“, ma non ha  trovato alcun criterio  sul sito web  del COGAT.

Nel novembre 2018 ha presentato a COGAT una richiesta ai sensi della legge sulla libertà di informazione, chiedendo dove fosse stato pubblicato il criterio, quale fosse la sua esatta formulazione, da quando era in vigore, quale era la procedura per presentare un ricorso e per quanto tempo il divieto di ingresso sarebbe durato e quali erano i criteri per abolirlo

Ha ricevuto una risposta che non ha risposto alle sue domande.

Nel frattempo, all’inizio di febbraio 2019 la Procura distrettuale di Gerusalemme ha dichiarato che le autorità stavano elaborando i criteri e alla fine di quel mese ha annunciato che i lavori erano stati completati. Quindi, più di tre anni dopo l’inizio dell’attuazione della direttiva di Lieberman.

Nell’agosto 2019 presso il tribunale del distretto di Tel Aviv, Blank, in rappresentanza di 18 volontarie di Machsom Watch, ha presentato una petizione per la pubblicazione dei criteri.
Solo una volta presentata la petizione, l’ufficiale COGAT incaricato della libertà di informazione ha dato una risposta parziale a tale richiesta.

Sottolinea Blank.Vedo che i criteri tengono conto della gravità del caso. Vedo che i criteri distinguono tra un cugino che vive vicino all’assalitore e qualcuno che vive in un’altra città e non ha alcun legame con lui. Si vuole  sapere come tutte queste variabili influenzano il periodo di prevenzione dell’ingresso del parente”.

Ha aggiunto che le ordinarie prevenzioni di ingresso sono valide per sei mesi. “E’ come mettere una persona in una stanza non illuminata, dove viene calpestato e non sa da chi. In molti casi che conosciamo, le persone che hanno lavorato per 10 o 20 anni in Israele sono state danneggiate. Non erano mai stati in precedenza in questa cerchia di problemi sulla sicurezza e all’improvviso una procedura mette in conflitto un’intera famiglia”.

La procura del distretto di Tel Aviv ha respinto le accuse di denigrare la legge sulla libertà di informazione ritardando la presentazione di una risposta. “Un’autorità non è obbligata a creare nuove informazioni su richiesta di un richiedente o ad adattare le informazioni esistenti alle sue esigenze”, ha scritto l’ufficio in una sintesi presentata al tribunale questa settimana.

L’ufficio ha aggiunto che la definizione di aggressore rispecchia “la definizione di  attacco terroristico  e  tutte le informazioni che non sono state fornite, incluso il periodo di prevenzione, sono prodotte dallo Shin Bet“.

La legge sulla libertà di informazione, ha osservato l’ufficio del procuratore, esonera tutte le informazioni che Shin Bet ha raccolto, prodotto o detenuto, quindi in conformità con la legge la petizione deve essere respinta. Per quanto riguarda la testimonianza dell’ufficiale COGAT responsabile della legge: “Non è un avvocato e il fatto che non abbia ricordato il numero delle disposizioni della legge non significa che non sia competente nel suo lavoro.”

Già prima della pubblicazione della sintesi dalla procura, Haaretz ha chiesto a COGAT come spiega che “la persona, nominata responsabile della legge sulla libertà di informazione, non ha familiarità con la legge?”

Questa è la  risposta a questa singola frase: “Contrariamente a quanto è stato affermato, l’ufficiale in questione svolge le sue funzioni fedelmente tutto il giorno e con la professionalità richiesta nell’ambito della sua area di responsabilità.  I  valori delle forze di difesa israeliane costituiscono un faro per tutti gli ufficiali  delle attività governative nei territori che vedono il loro servizio militare come una missione e agiscono per preservare la sicurezza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini. Anche se non consideriamo favorevolmente il tentativo di rappresentare l’incidente con derisione, ignorando il quadro completo e la pressione di quel momento, il verbale della riunione sarà esaminata a fondo dai professionisti interessati.
Ci rammarichiamo per la scelta di infangare la reputazione di un ufficiale dell’unità che fa tutto ciò che è in suo potere per far avanzare il diritto del pubblico a conoscere e ad applicare rigorosamente le leggi. Sottolineiamo che il Dipartimento per le indagini pubbliche continuerà  nel sacro compito.”

Amira Hass

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