AMIRA HASS // LA VERA SFIDA NELLE ELEZIONI PALESTINESI: CONVINCERE GLI ELETTORI DI GERUSALEMME A VOTARE

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto

lunedì 5 aprile 2021  22:25

I membri della Commissione elettorale centrale palestinese registrano gli elettori a Hebron a febbraio. Credito: Hazem Bader / AFP

Le molteplici liste di partito esprimono il desiderio palestinese di prendere parte al processo decisionale in una società divisa tra due regimi autoritari e inerme di fronte all’occupazione israeliana

Di Amira Hass – 4 aprile 2021

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Il nome singolare di uno dei 36 partiti che mirano a competere alle elezioni parlamentari palestinesi del 22 maggio potrebbe essere tradotto come: “Non Ne Possiamo Più”. Questa Lista si definisce come giovani dei movimenti di protesta attivi principalmente a Gaza negli ultimi anni contro la divisione interna palestinese e le sue ripercussioni economiche.

E mentre il suo nome rappresenta fedelmente lo stato d’animo generale, è solo uno dei 25 piccoli partiti indipendenti che sono nati negli ultimi mesi, i cui fondatori sono poco noti al pubblico ed è improbabile che ottengano i circa 28.000 voti necessari per un seggio o addirittura superare la soglia elettorale dell’1,5%.

La molteplicità delle liste di partito esprime il grande desiderio delle persone di far sentire la propria voce e prendere parte al processo decisionale in una società divisa tra due regimi autoritari e priva di autorità e potere di fronte al controllo e alle politiche di Israele.

Undici liste rappresentano movimenti politici noti o sono guidati da persone conosciute. Come richiesto dalla legge elettorale palestinese, le donne devono costituire almeno il 26% della lista e devono essercene almeno due tra i primi 10 candidati.

Fatah è diviso in tre: La Lista istituita dal Comitato Centrale di Fatah guidato dal presidente palestinese Mahmoud Abbas (chiamata Tempesta dopo la prima ala militare di Fatah); il Partito Della Libertà, guidato da Nasser al-Kidwa e da sostenitori del leader palestinese imprigionato Marwan Barghouti; e il Partito Futuro, collegato a Mohammed Dahlan.

Le numerose liste in corsa per il Consiglio Legislativo potrebbero effettivamente spezzare la natura ambigua della politica palestinese negli ultimi 15 anni e ovviare alla necessità per gli elettori di scegliere tra un movimento di governo (il Fatah ufficiale) e l’altro (Hamas). Nelle elezioni del 2006, le seconde dall’istituzione dell’Autorità Palestinese ma le prime a cui Hamas ha preso parte, molte persone hanno votato per Hamas per esprimere la loro delusione per Fatah e disgusto per la corruzione presente nell’Autorità Palestinese, anche se non appoggiavano la piattaforma politico-religiosa del movimento di resistenza islamico. Ora avranno altre alternative per un voto di protesta, rabbia o speranza.

La scorsa settimana, tutta l’attenzione dei media era incentrata sull’annuncio all’ultimo minuto, proprio prima della scadenza per la presentazione delle liste di partito mercoledì sera, che i sostenitori di Barghouti si sarebbero uniti a Kidwa, che Abbas ha rimosso dal Comitato Centrale dopo aver formato una Lista indipendente che chiedeva fondamentali cambiamenti nel Movimento e nelle politiche dell’Autorità Palestinese.

Ma ci sono altre sorprese: Il numero 2 del Partito Futuro di Mohammed Dahlan è Sari Nusseibeh, professore di filosofia ed ex presidente dell’Università Al-Quds. Nel 2002, Yasser Arafat nominò Nusseibeh rappresentante dell’OLP a Gerusalemme, e nello stesso anno scrisse, con l’ex capo dello Shin Bet Ami Ayalon, una dichiarazione di principi per un accordo di pace basato sulla creazione di uno stato palestinese accanto a Israele (in contrasto con gli accordi di Oslo, che non menzionavano uno stato palestinese). La sua stretta collaborazione con Dahlan, che ha vissuto negli Emirati Arabi Uniti da quando Abbas lo ha espulso dalla Cisgiordania, era nota a tutti.

Dal 2019, Nusseibeh è a capo del Consiglio di Gerusalemme per lo Sviluppo e la Crescita Economica, che ha ricevuto una donazione di 12 milioni di dollari dal Fondo per lo Sviluppo di Abu Dhabi e che fornisce sovvenzioni a istituzioni e individui a Gerusalemme. Anche coloro che non sono considerati sostenitori di Dahlan riconoscono il suo talento nel trovare finanziamenti e nell’incoraggiare i suoi simpatizzanti ad attivarsi in luoghi dove l’Autorità Palestinese è vistosamente assente: Gaza, Gerusalemme Est e nei campi profughi della Cisgiordania.

Il professore di filosofia attenua in qualche modo l’immagine torbida che può avere la Lista di Dahlan, dovuta al suo passato come capo del repressivo Servizio di Sicurezza Preventiva a Gaza, e al fatto che molti ex appartenenti al Servizio lo sostengono. Il numero 3 della lista, Nayrouz Qarmout, scrittrice e militante femminista, dona anch’essa una nuova immagine. È nata nel campo profughi di Yarmouk a Damasco e si è trasferita a Gaza nel 1994, all’età di 11 anni.

Il numero 1 della lista è infatti un veterano del Servizio di Sicurezza Preventiva, Samir Masharawi, che è recentemente tornato a Gaza dopo 14 anni di esilio. Dopo la breve e dolorosa guerra civile del 2007 in cui Hamas (il vincitore delle elezioni del 2006) ha assunto il controllo delle Forze di Sicurezza nella Striscia, i leader e i membri di Fatah sono fuggiti. Hamas ha permesso loro di tornare negli ultimi anni e molti sono tornati nelle ultime settimane per promuovere la Lista Futuro.

A capo della Lista ufficiale di Fatah ci sono cinque membri del Comitato Centrale del Movimento, nonostante la precedente dichiarazione di Abbas secondo cui non ci sarebbero stati funzionari delle istituzioni superiori di Fatah tra i candidati. Il numero 1 è Mahmoud Aloul, vice di Abbas. Jibril Rajoub, ex capo del Servizio di Sicurezza Preventiva in Cisgiordania, è il numero 4.

Con sorpresa di molti, il numero 7 della lista è Qadura Fares, uno stretto alleato di Barghouti. L’aspettativa generale era che sarebbe stato sulla Lista istituita da Kidwa dopo che Abbas e Rajoub si sono sforzati per anni di escluderlo dalla cerchia dei decisori di Fatah, nonostante e forse a causa del suo ampio consenso pubblico. Come richiesto ai candidati, ha rassegnato le dimissioni dalla carica di Capo del Club dei Prigionieri Palestinesi.

Sembra che gli elettori palestinesi ora attribuiscano più importanza ai candidati di ciascuna lista che alla sua base politica. E così, la sovra o sotto-rappresentanza di un certo distretto o la mancanza di una rappresentanza di Gaza, di prigionieri rilasciati o di persone nate nei campi profughi sono considerate penalizzanti.

Da mercoledì sera è stato riferito che i sostenitori di Fatah hanno protestato contro la composizione finale della Lista ufficiale, anche sparando in aria e contro gli edifici. I primi 10 candidati del Partito della Libertà di Kidwa rappresentano in gran numero i residenti del distretto di Ramallah (anche se alcuni di loro provengono da altri distretti come Nablus o Gerusalemme), sette su 10, due dei quali dal villaggio di Kobar, Fadwa Barghouti, moglie di Marwan Barghouti e Fakhri Barghouti, un ex prigioniero. Kidwa è originario di Gaza e ha una famiglia lì, ma ha vissuto all’estero per anni e ora vive a Ramallah, quindi nella Striscia la gente pensa che li abbia “abbandonati”, come ha detto un potenziale elettore.

Kidwa ei suoi sostenitori, che sottolineano di non ricevere denaro da paesi stranieri, si dovranno impegnare molto nelle prossime settimane per spiegare che la cosa più importante è il programma politico e le modalità per realizzarlo. Nel frattempo, a fine settimana, Kidwa è stata rimproverata da tutte le parti per aver osato criticare l’Islam politico in un’intervista alla rete televisiva France 24.

La Lista di Hamas si chiama Gerusalemme – La Nostra Promessa e, contrariamente alle prime valutazioni, il 55% dei suoi 132 candidati sono residenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Come l’esperienza ha dimostrato nel 2006, Israele potrebbe arrestare molti dei candidati se e quando saranno eletti in parlamento.

Lo Shin Bet ha già avvertito gli attivisti in Cisgiordania identificati con il Movimento di non candidarsi nella Lista. In cima alla lista c’è un membro anziano del movimento di Gaza, Khalil al-Hayya, la cui moglie e tre figli sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani nel 2014.

Il numero 2 è Mohammed Abu Tir, originario di Gerusalemme il cui status di residente è stato revocato da Israele, che lo ha anche espulso dalla città quando è stato eletto al Consiglio Legislativo Palestinese nel 2006. Ha trascorso 35 dei suoi 70 anni nelle prigioni israeliane, sia dopo la condanna al processo che come detenuto amministrativo senza processo. All’inizio di marzo è stato rilasciato dopo 11 mesi di detenzione amministrativa.

Il numero 3 della lista è Lama Khater, 45 anni, di Hebron. È nota per i suoi articoli di opinione sulla stampa e sui social media. Nel 2018, lo Shin Bet ha arrestato lei e altre donne perché sospettate di attività sociali e religiose con Hamas. Sebbene non vi fosse alcun sospetto di attività militare, lei e le altre donne furono duramente torturate.

La piccola ala sinistra palestinese è divisa in quattro fazioni. Di queste, due hanno la possibilità di entrare nel Consiglio Legislativo con pochi seggi; una è la Impulsò Popolare identificata con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, guidato dai prigionieri Ahmad Sa’adat e Khalida Jarrar (che sarà rilasciato quest’anno). Dei 65 candidati di questa fazione, 40 sono residenti nella Striscia di Gaza.

La seconda Lista si chiama Cambiamento e Fine Della Divisione, guidata dal Mustafa Barghouti, fondatore di Iniziativa Nazionale Palestinese. Un’altra lista con la possibilità di ottenere qualche seggio è Insieme Possiamo, guidata dall’ex primo ministro Salam Fayyad. Il numero 12 (che difficilmente entrerà in parlamento) è Mohammad Khatib del villaggio di Bil’in, fondatore e attivista del Movimento di Resistenza Popolare contro la barriera di separazione israeliana, che è stato arrestato e condannato per questa attività.

La legge elettorale palestinese richiede agli elettori di pre-registrarsi e circa il 93% degli aventi diritto al voto lo ha fatto. Tra i 5,5 milioni di palestinesi nel territorio occupato nel 1967, circa 2,5 milioni sono iscritti nelle liste elettorali: Circa 1 milione a Gaza e 1,4 milioni in Cisgiordania (compresa Gerusalemme). Circa la metà ha meno di 40 anni e la maggior parte vota per la prima volta.

Le preferenze degli elettori non sono ancora chiare. I giovani saranno attratti principalmente dalle nuove liste e non dai partiti tradizionali? Il voto sarà influenzato dalle promesse finanziarie? Quanti temono sconvolgimenti inutili e quindi voteranno per i due partiti al potere (Fatah ufficiale in Cisgiordania e Hamas a Gaza)? Quante persone sentiranno un patriottico impulso a votare per partiti i cui sostenitori sono per lo più perseguitati da Israele: Hamas e il Fronte Popolare?

Nonostante l’intensa preoccupazione per l’elezione al Consiglio Legislativo Palestinese, la gente continua a chiedersi se Abbas rinvierà o annullerà il voto e con quale pretesto. Alcuni credono che il processo sia già arrivato al punto di non ritorno e che poiché i funzionari israeliani hanno espresso opposizione alle elezioni, Abbas insisterà per tenerle.

L’ampia copertura mediatica della registrazione degli elettori ha sollevato il profilo delle elezioni. Annullarle o rinviarle ora farebbe sembrare Abbas e i suoi sostenitori ancora più ridicoli, un fatto di cui probabilmente sono consapevoli nonostante la resistenza che hanno sviluppato contro le critiche. I rappresentanti dell’Unione Europea, che contrariamente a quanto ipotizzato in precedenza non hanno esercitato pressioni sull’Autorità Palestinese per indire le elezioni, sono rimasti sorpresi quando Abbas ha annunciato a gennaio che il voto si sarebbe svolto. Hanno espresso il loro chiaro sostegno per continuare il processo. Se ora l’Autorità Palestinese lo revoca, ci si aspetta che gli europei trovino mezzi efficaci per esprimere il loro disappunto.

Ma sabato, l’ex governatore di Khan Yunis e uno dei fondatori di Fatah, Hosni Zurob, hanno apertamente raccomandato di rinviare o annullare le elezioni. Insieme alle sue preoccupazioni per una sconfitta di Fatah e del “Progetto Nazionale”, ha menzionato l’obiezione di Israele all’autorizzazione dei seggi elettorali a Gerusalemme per evitare la continua diffusione del coronavirus tra i palestinesi in Cisgiordania e nelle enclavi di Gaza.

Abbas ha dichiarato più volte che le elezioni non si terranno “senza Gerusalemme”. Vari sostenitori di Fatah hanno recentemente manifestato contro un’elezione “senza Gerusalemme”. Hamas ha avvertito che questo è un pretesto per annullare il voto e un membro del Partito Popolare (l’ex Partito Comunista) lo ha rimproverato per questo.

Secondo gli accordi di Oslo, Israele deve consentire ai palestinesi di istituire seggi elettorali nel maggior numero possibile di uffici postali a Gerusalemme Est. Non possono contenere più di 6.300 elettori per tutto il giorno delle elezioni.

La maggior parte degli elettori dovrebbe presentarsi nei quartieri oltre i confini municipali di Gerusalemme o oltre la barriera di separazione. Tra i distretti, la registrazione nel distretto di Gerusalemme è stata la più bassa, circa il 74% (meno di 89.000 elettori). Nel 2006 l’affluenza alle urne è stata inferiore (meno della metà negli uffici postali e circa il 18% in meno nei seggi elettorali alla periferia di Gerusalemme).

Pertanto, la vera sfida di tutte le fazioni palestinesi, in particolare Hamas e Fatah, non è solo il voto relativamente simbolico a Gerusalemme, ma garantire che tutti gli elettori di Gerusalemme possano uscire di casa attraversando un posto di blocco e la barriera di separazione per votare.

Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolte dei suoi articoli.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e persone in piedi
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