Amira Hass : l’Autorità palestinese sta collassando

lunedì 24 marzo 2014

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sintesi personale


Solo il raggiungimento della condizione di Stato potrebbe salvare la Cisgiordania da un’incombente ondata di violenze, crimini, caos, malattie, sostiene un importante rapporto palestinese.

21 marzo 2014
di Amira Hass – Ha’aretz

Il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese trasformerebbe la Cisgiordania in un luogo violento e caotico, ad alto tasso di criminalità e a rischio per la salute. Ma, anche se la maggioranza dei palestinesi volesse la sopravvivenza dell’A.N.P., sia per amore di un fondamentale ordine sociale o per interesse personale, e nonostante i timori di Israele di dover farsi carico di tre milioni di palestinesi della Cisgiordania, il regime del presidente Mahmoud Abbas crollerebbe in poco tempo se Israele continuasse a ostacolare l’aspirazione palestinese all’indipendenza.
Queste sono le conclusioni a cui è arrivato un consistente studio durato 6 mesi e condotto dal rinomato Centro Palestinese di Analisi e Ricerca Politica (Palestinian Center for Policy and Survey Research) di Ramallah, diretto dal Dr. Khalil Shikaki.
Un gran numero di palestinesi ha un ben radicato interesse nel fatto che l’ANP continui ad esistere, sostiene Shikaki. I rapporti con l’ANP comportano “vantaggi di carattere finanziario, status politico e sociale, e ci sono ambienti che dipendono dai propri rapporti con l’ANP. Qualunque cosa dovesse succedere all’ANP li priverebbe di questi privilegi. Si tratta di organizzazioni, di gruppi economici o individui che hanno posizioni di potere che gli permettono di distribuire favori ai propri sostenitori.
“Se ne avessero il potere, farebbero del loro meglio per evitare [il crollo dell’ANP],” dice Shikaki, “Ma persino quelli che hanno un interesse personale a soddisfare le richieste di Israele, con lo scopo di salvare l’ANP, non lo potranno fare ancora per molto.” Se il palestinese medio ancora sostiene l’ esistenza dell’ANP è perché desidera un certo livello di ordine pubblico, aggiunge. “ La gente non vuole trovarsi senza un potere centrale che sia in grado di evitare il caos e l’anarchia per le strade, anche se è molto critica nei confronti dell’ANP e del suo modo di operare. Ma i palestinesi sono disposti a rischiare che collassi completamente, se ciò accadesse nel contesto di una lotta per cambiare lo status quo. Se ci fosse una buona ragione perché crolli, allora [l’atteggiamento è] lasciamo che succeda.”

L’ANP ha compiuto 20 anni, ma critiche nei confronti della sua efficacia si sono sentite già all’inizio della seconda Intifada, nel 2000. Sono tornate ed intensificate negli ultimi due o tre anni, quando è apparso chiaro che l’ANP non è stata in grado di ottenere nessuno dei due obiettivi per i quali è stata creata: la condizione di Stato e la fornitura di servizi pubblici. Se a questo si aggiungono le sempre più acute difficoltà economiche e la rottura con la Striscia di Gaza, il quadro del fallimento è completo.

Un rapporto senza precedenti.

“Il rapporto finale ‘The Day After’: le possibilità, le conseguenze e le implicazioni politiche di un collasso o dissoluzione dell’ANP” non ha precedenti per quanto riguarda la portata e l’impegno a fare i conti con la questione. Più di 200 professionisti palestinesi hanno partecipato alle discussioni che hanno portato a un rapporto di 250 pagine.

Lo studio conclude sostenendo che l’ANP potrebbe collassare in uno dei seguenti tre modi. Il primo, lo scenario meno probabile, sarebbe la decisione volontaria della dirigenza palestinese di sciogliere l’ANP. Il secondo avverrebbe in conseguenza del potere di Israele di punirla economicamente, militarmente e politicamente, insieme alla pressione politica ed economica, soprattutto americana, in risposta a passi da parte palestinese che violino l’attuale status quo, come ad esempio far ricorso alla Corte Penale Internazionale o dirigere una sollevazione non armata. La terza possibilità sarebbe il crollo risultante da una agitazione e ribellione interna palestinese.

Tra i partecipanti [alla discussione n.d.t.] ci sono coloro che vedono la disintegrazione dell’ANP come un fatto certo nel breve periodo, dato il rifiuto di Israele ad accettare la soluzione “dei due Stati” in linea con i principi e le decisioni internazionali. In base a quanto sostiene Shikaki, coloro che considerano positivamente il crollo dell’ANP per il momento sono in minoranza, e tendenzialmente sono persone favorevoli a uno Stato unico binazionale. Ma è evidente che i tre principali attori – la stessa ANP, Israele e la comunità internazionale – non sono interessati alla scomparsa dell’ANP.

Shikaki sostiene di aver chiesto agli Israeliani “in base a quali circostanze Israele potrebbe perdere interesse nel preservare l’ANP, e la loro opinione è stata che i palestinesi non sono stupidi e non vogliono arrivare al punto da far cambiare a noi [israeliani] le nostre priorità.” Questa prospettiva di Israele sembra confermare la posizione dei palestinesi critici che sostengono che l’ANP è asservita agli interessi di Israele. In effetti Shikaki afferma:” Tutti i palestinesi che hanno partecipato alla discussione condividono l’idea che Israele e l’ANP hanno un comune interesse a che l’ANP continui a funzionare. Nel complesso la società palestinese capisce che l’ANP è in grado di esistere finchè Israele ne è soddisfatta, e finchè i palestinesi ritengono che è utile a loro.”

Gli israeliani intervistati sono consci del fatto che le politiche di Israele sarebbero in grado di rovesciare l’ANP? Sì, secondo Shikaki:”Pensano che [la politica di Israele] possa peggiorare notevolmente le condizioni, ma che Israele entrerà in campo all’ultimo momento ed eviterà un crollo.”

Shikaki ha rilevato che tutti i partecipanti ritengono che “ci sarebbe un tentativo a tutti i livelli di prevenire un collasso.” Paradossalmente, egli dice:” Ciò offre ad ognuno degli attori il conforto di credere di poter fare molto danno alla controparte senza rischiare che essa imploda.” In questo modo, i rapporti Israele-ANP diventano come una competizione per dimostrare la propria capacità di resistenza, un’analogia usata nelle discussioni focalizzate sui modi in cui i palestinesi potrebbero obbligare gli israeliani a cedere per primi.

Se c’è una decisione di smantellare volontariamente l’ANP, “i palestinesi possono cercare di obbligare Israele a rendere più dura l’occupazione, tornando alla situazione prevalente prima del 1994, oppure a cambiare politica e arrivare a negoziati seri per porre termine all’occupazione, o a ritirarsi unilateralmente dalla maggior parte della Cisgiordania, “in base al documento finale del Centro. Oppure, nel caso di un collasso dovuto a pressioni esterne o interne, “ la prevedibile mancanza di sicurezza potrebbe obbligare Israele a riconsiderare le sue opzioni.”

Il rapporto conclude che i risultati di un fallimento dell’ANP dipenderebbero soprattutto da se i vari membri della dirigenza palestinese romperanno o meno le consolidate abitudini di scarsa pianificazione, di mancanza di trasparenza, di eccessiva centralizzazione, di mancanza di organi consultivi e di gratificazione immediata di interessi privati e di fazione. Piuttosto, i dirigenti palestinesi potrebbero decidere di rinnovare lo status dell’OLP e di includere nei suoi ranghi i movimenti islamisti; decentralizzare la pianificazione e la gestione e trasferire queste responsabilità alle organizzazioni e istituzioni civili; mettere in piedi un meccanismo di gestione alternativo; oppure formare un governo in esilio.

Hamas sarebbe il grande vincitore.
Questi sono alcuni dei passi preliminari che i partecipanti alla ricerca hanno raccomandato per ridurre le gravi ripercussioni di un crollo dell’ANP. Queste comprendono danni economici per il settore pubblico e privato; povertà molto diffusa; frammentazione sociale e politica; l’aumento delle malattie, con particolare danno per la salute dei bambini; saccheggio delle infrastrutture; rafforzamento delle tribù e dei clan; accentuazione della spaccatura tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania; nascita di bande armate e caos della sicurezza pubblica; e un ritorno alla violenza come mezzo di lotta. Un risultato certo è che Hamas, ed in particolare il governo di Hamas a Gaza, risulterebbe rafforzato.

Tra i partecipanti alla ricerca vi erano docenti universitari, attuali o ex ministri, parlamentari di ogni fazione, uomini d’affari e dirigenti di organizzazioni non governative. Hanno preso in considerazione gli effetti di un fallimento dell’ANP sulla sicurezza, sull’economia, sui rapporti tra Fatah e Hamas e sulla vita politica, sulla salute, sull’educazione, sulle infrastrutture, sulla telefonia e le comunicazioni, sulle amministrazioni locali, sul potere giudiziario e sul futuro della lotta per l’indipendenza.

Il Centro ha anche realizzato 180 interviste a palestinesi per avere una percezione più profonda dei punti di vista prevalenti. Oltre a ciò, Shikaki ha intervistato 12 israeliani tra i militari, l’amministrazione civile, alcuni esponenti di gruppi politici diversi (ma non dell’estrema destra) e istituti di ricerca, anche se Shikaki non li ha voluti specificare.

( traduzione di Amedeo Rossi)

Pubblicato da 

Amira Hass : l’Autorità palestinese sta collassand…

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2014/03/amira-hass-lautorita-palestinese-sta.html

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ARTICOLO ORIGINALE

The Palestinian Authority is on the brink of collapse 

Only achieving statehood could save the West Bank from an impending wave of violence, crime, chaos, disease, says major Palestinian report.

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(Photo: Ahmad Gharabli/AFP/Getty Images)

By Amira Hass – Ha’aretz

The breakdown of the Palestinian Authority would turn the West Bank into a violent, criminal, chaotic, disease-ridden place. But even though most Palestinians want the PA to survive, either for the sake of basic social order or personal interest, and although Israel dreads having to resume responsibility for 3 million West Bankers, President Mahmoud Abbas’ regime will collapse before too long if Israel continues to thwart Palestinian aspirations for independence.

This is the conclusion of a massive six-month study by the highly-regarded PalestinianCenter for Policy and Survey Research in Ramallah, directed by Dr. Khalil Shikaki.

A great many Palestinians have a deeply vested interest in the PA’s continued existence, Shikaki notes. Connections with the PA bring “financial well being, social and political status in society, and there are circles that depend on their relation to PA. Anything that happens to the PA will take all of that away from them. These could be organizations, business interests or individuals who have positions of power that allow them to reward sympathizers.

“If they could call the shots, they would do their best to prevent [the PA’s collapse],” Shikaki said, “But even those who have a vested interest in satisfying Israel, for the sake of preserving the PA, cannot do it for too long.”

If ordinary Palestinians still support the existence of the PA, it’s because they have a need for some kind of order, he adds. “People do not want to see themselves without a central authority that prevents chaos and anarchy in the streets, even if they have a lot of criticism of the PA and its functioning. But the Palestinians are willing to risk it collapsing completely, if it happens in the midst of a struggle for a change in the status quo. If there is a good reason for it to collapse, then [the attitude is] let it be.”

The PA is 20 years old, but voices questioning its efficacy were already being heard at the start of the second intifada in 2000. They’ve returned and intensified over the past two or three years, as it has become clear that the PA is not delivering on either of the two goals it was established to achieve: statehood and the provision of public services. Add to this the increasing economic difficulties and the rupture with the Gaza Strip, and the picture of failure is complete.

Unprecedented report

“The ‘Day After’ Final Report: The Likelihood, Consequences and Policy Implications of a PA Collapse or Dissolution” is unprecedented in its scope and willingness to grapple with this issue. More than 200 Palestinian professionals participated in the discussions that led to the 250-page report.

The PA could break up in one of three ways, the study concluded. One, the least likely scenario, is a voluntary decision by the Palestinian leadership to dissolve it. The second is collapse as the result of Israel’s punishing economic, military and political power, and political and economic pressure, mostly American, in response to Palestinian steps that violate the status quo, such as petitioning the International Criminal Court or leading a non-militarized uprising. The third possibility is a breakup that results from internal Palestinian unrest and rebellion.

Among participants, there are those who view the disintegration of the PA as a near certainty, given Israel’s refusal to reach a two-state solution in line with international principles and decisions. According to Shikaki, those who see the collapse of the PA as a positive thing are in the minority for now, and tend to be those who support a single, binational state. But it’s clear that the three main players – the PA itself, Israel, and the international community – are not interested in the PA’s disappearance.

Shikaki said he asked the Israelis “under what circumstances Israel might lose interest in preservation of the PA, and their assumption was that Palestinians are not stupid and don’t want to go too far so that we [Israel] would change our priorities.” This Israeli perspective seems to reinforce the position of Palestinian critics who claim that the PA serves Israel’s interests. Indeed, Shikaki says, “All Palestinians who participated in the discussion shared the view that Israel and the PA have a common interest in keeping the PA functioning.Palestinian society in general understands that the PA is able to exist as long as Israel is happy with it, and as long as Palestinians find it useful to them.”

Did the Israeli interviewees understand that Israeli policies were liable to topple the PA? Yes, Shikaki said. “They think that [Israeli policy] could worsen conditions significantly, but that Israel will step in at the last minute and prevent a collapse.”

Shikaki noted that all the participants assumed that “at all levels there will be an attempt to prevent a collapse.” Paradoxically, he said, “This gives each of the actors the comfort to believe that they can do a lot of harm to the other party without risking that other party’s collapse.” Thus, the Israeli-PA relationship becomes like a game of chicken, an analogy used in the discussions which focused on ways the Palestinians could force the Israelis to blink first.

If there is a voluntary decision to dismantle the PA, “Palestinians might seek to force Israel to either deepen its occupation, reverting to the situation that prevailed before 1994, or change its policies by seriously negotiating the end of its occupation, or unilaterally withdraw from most of the West Bank,” according to the center’s final document. Alternatively, in the event of a collapse resulting from external or internal pressures, “This expected [security] instability might force Israel to re-examine its options.”

The report concludes that the results of a PA shutdown would depend largely on whether the various components of the Palestinian leadership break long-time habits of poor planning, lack of transparency, excessive centralization, lack of consulting bodies and the immediate gratification of personal and sectarian interests. Preferably, the Palestinian leadership would decide to restore the status of the PLO and include Islamic movements in its ranks; decentralize planning and management and transfer those responsibilities to civil organizations and institutions; build an alternative management mechanism; or establish a government in exile.

Hamas would be big winner

These are some of the preliminary steps that participants in the study recommended to mitigate the severe repercussions of the PA’s collapse. These include economic damage to the public and private sector; widespread poverty; social and political disintegration; the spread of disease, with particular harm to children’s health; looting of infrastructure facilities; strengthening of tribes and clans; deepening of the rift between the Gaza Strip and West Bank; rise of armed gangs and security chaos; and a return to violence as the primary avenue of the struggle. One certain result is that Hamas, and in particular the Hamas government in Gaza, would be strengthened. 

Participants in the study included university professors, current and former government ministers, legislators from all the factions, business people and executives of nongovernmental organizations. The looked at the effect of a PA shutdown on security, economy, Fatah-Hamas relations and political life, health, education, infrastructure, telephony and communications, local government, the judiciary, and the future of the struggle for independence.

The center also conducted interviews with 180 Palestinians to gain a deeper understanding of prevalent attitudes. In addition, Shikaki interviewed 12 Israelis from the military, Civil Administration, various political factions (though not from the extreme right) and research institutes, though Shikaki declined to name them.

– See more at: http://nena-news.it/palestinian-authority-brink-collapse/#sthash.EKwmInM9.dpuf

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