Amira Hass: NON HA ANCORA SEI ANNI, MA ISRAELE NON LO AUTORIZZA A LASCIARE LA STRISCIA DI GAZA ASSIEME ALLA MADRE

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Ad agosto Adam Hemo compirà 6 anni. Nel corso degli ultimi due anni e mezzo Israele non lo ha autorizzato a lasciare la Striscia di Gaza insieme a sua madre e i suoi tre fratelli e sorelle e a tornare, assieme a loro, in Cisgiordania.

La nonna, il nonno, le zie e gli zii desiderano festeggiare il suo compleanno nella loro casa, nel villaggio di Kafr Malika est di Ramallah. Vorrebbero che il bambino si iscrivesse in prima elementare nella scuola del villaggio. Sperano che, in seno alla sua famiglia e nella quiete rurale, la loro figlia e sorella, Kawthar –la madre di Adam– potrà tornare alla sua condizione normale e sottrarsi alla depressione di cui soffre, nonostante i farmaci che sta assumendo.

 “Sono sicura che il suo ritorno a casa la farebbe migliorare del 50%” mi ha detto questa settimana Kifaya, sua sorella minore – “Qui, a Ramallah, potrebbe trovare lavoro”.

All’inizio del 2017, Kawthar Hemo, che vive separata da suo marito (si sono sposati nel 2000 e, qualche anno dopo, si sono trasferiti nella città natale di lui, Rafah), ha deciso di tornare a vivere con la sua famiglia, nel villaggio in collina della Cisgiordania. Israele ha autorizzato lei e i suoi quattro figli maggiori a lasciare Gaza, ma a una condizione: che Adam, che allora aveva tre anni e mezzo, rimanesse nella Striscia di Gaza.

La spiegazione della burocrazia israeliana è semplice: nel registro della popolazione palestinese è scritto che Kafr Malik è il domicilio della madre e dei suoi quattro figli maggiori. Ma il domicilio di Adam è a Rafah. Non importa che abbia tre anni mezzo, deve rimanere all’indirizzo che si legge negli elenchi del computer, ha dichiarato l’impiegato dell’Ufficio Distrettuale di Coordinamento e Collegamento dell’IDF al checkpoint di Erez.

Naturalmente Kawthar, la madre, ha rifiutato di abbandonare Adam. Hanno deciso che suo figlio maggiore, che è nato a Ramallah, sarebbe tornato in Cisgiordania a vivere a casa dei nonni. Questa settimana infatti ha completato i suoi esami di immatricolazione a Kafr Malik.

Kawthar e il resto dei suoi figli sono tornati nel loro appartamento di Rafah, ormai vuoto, dal momento che lei aveva già dato via tutto ciò che non potevano portare con loro. Sono tornati a un’estenuante e frustrante battaglia burocratica che non è ancora finita, nel tentativo di ottenere un permesso di uscita per Adam. Sono passati due anni e mezzo e “Adam sa solo che, a causa sua, non possiamo lasciare Gaza, e questo è quello che gli dicono anche i fratelli”, racconta sua madre, parlando al telefono da Rafah. “Adam chiede continuamente: è arrivato il permesso per farmi uscire? È arrivato il foglio che mi lascerà andare con la nonna e il nonno?”

Il giorno dopo il loro ritorno forzato a Rafah, il 2 marzo 2017, Kawthar, assistita da un parente di Kafr Malik, ha presentato una richiesta per cambiare l’indirizzo di Adam in modo che corrisponda a quello di sua madre e dei suoi fratelli. La richiesta, come si doveva, è stata presentata al Ministero degli Interni palestinese a Ramallah. Nel frattempo, l’organizzazione per i diritti umani Gisha ha anche contattato l’ufficio di Coordinamento e Collegamento per conto di Kawthar Hemo, chiedendo che ad Adam fosse permesso di lasciare la Striscia di Gaza con la sua famiglia. Il consulente legale dell’ufficio ha risposto che la richiesta della Hemo “di permettere a suo figlio, che è residente nella Striscia di Gaza, di tornare in Cisgiordania, non è conforme alle regole riguardanti il trasferimento  delle persone tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e non è stata quindi approvata.”Adam Hemo. Sua madre racconta come lui continui a chiedere se è arrivato il foglio che lo autorizza a stare con i suoi nonni

I legali di Hemo e di Gisha erano sbalorditi: perché cinque anni prima, nel 2012, la madre ha potuto cambiare l’indirizzo degli altri suoi figli nel registro della popolazione, contattando il Ministero degli Interni palestinese, mentre ora questo non è possibile? Il regolamento a cui fanno riferimento è uno dei tanti che vengono ideati a dozzine dagli esperti legali militari e dai burocrati dell’unità di Coordinamento delle Attività Governative nei Territori, che fa capo al Ministero della Difesa, e che sorveglia la vita dei Palestinesi sotto il dominio israeliano a Gaza e in Cisgiordania.

Le “regole d’insediamento” (nohal hishtak’ut) sono tra le più dure: solo le persone che abbiano un parente prossimo in Cisgiordania sono autorizzate a presentare questa richiesta ed essa viene presa in considerazione solo nelle seguenti tre situazioni umanitarie: un paziente con una malattia cronica di lungo termine; una persona di età superiore ai 65 anni che richieda assistenza infermieristica e che possa essere curata solo da un parente di primo grado che vive in Cisgiordania, oppure un minore di età inferiore ai 16 anni, con un genitore che era residente a Gaza e che è deceduto, mentre l’indirizzo dell’altro genitore è in Cisgiordania.

Adam Hemo non è né anziano né malato cronico, pertanto i primi due criteri non possono essere applicati. E il terzo? Lui è un minore, ma, fortunatamente, non è un orfano. Suo padre, originario di Rafah, ha lasciato la Striscia di Gaza all’inizio del 2017 e non è più tornato. Non ha molti rapporti con la famiglia, ma è vivo. Quindi, apparentemente, neanche il terzo criterio si applica ad Adam. Tuttavia, i regolamenti dicono che il coordinatore (una posizione attualmente occupata dal generale Kamil Abu Rukon) “ha il potere discrezionale di valutare una richiesta…anche se non rientra nelle categorie designate.” Ma poi affermano che “il matrimonio e la genitorialità congiunta non costituiscono, come unica ragione, circostanze umanitarie speciali che giustifichino l’insediamento in Cisgiordania “.

Questi criteri rigorosi spiegano perché, da quando il regolamento è stato introdotto nel 2009, è stato utilizzato per approvare solo cinque richieste di insediamento in Cisgiordania – tutte da parte di minori e solo dopo che i casi hanno raggiunto l’Alta Corte.

Nel maggio 2017, Kawthar Hemo, suo figlio Adam e l’organizzazione Gisha hanno fatto ricorso all’Alta Corte. Hanno sostenuto che basarsi sulle regole di insediamento era ingiusto, perché evidentemente non si adattano a questo caso specifico, e hanno quindi sostenuto che ad Adam doveva essere consentito di trasferirsi con sua madre in Cisgiordania.

Il giudice Noam Sohlberg ha accettato la posizione del procuratore di Stato, secondo cui il ricorso doveva essere respinto perché: “I firmatari non hanno esaurito le possibilità amministrative a loro disposizione e non hanno presentato una richiesta adeguata in conformità al regolamento…”, ha scritto nella sua sentenza del settembre 2017. Sohlberg ha anche scritto che la Corte restava aperta ai firmatari “se il procedimento secondo il regolamento di insediamento non va a buon fine”.

Il fratello di Kawthar Hemo si è recato immediatamente presso l’Ufficio degli Affari Civili, che è l’organismo palestinese designato dagli Accordi di Oslo in qualità di mediatore tra i residenti palestinesi e le autorità israeliane. Intendeva presentare una richiesta per conto del nipote di 4 anni affinché il ragazzo potesse andare a vivere in Cisgiordania. I funzionari palestinesi gli hanno detto che non era possibile, perché esisteva già un procedimento legale in corso relativo alla stessa materia. Così ha capito che questa era la risposta che avevano ricevuto dagli israeliani nell’ufficio del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT).La famiglia Hemo. “Adam sa solo che a causa sua non possiamo lasciare Gaza” dice la madre ad Haaretz.

Per un anno ha continuato a ricevere lo stesso rifiuto, per le medesime ragioni. Si trattava di un ordine diretto dato ai funzionari palestinesi dagli ufficiali israeliani? Non esiste documentazione scritta che lo confermi e il procuratore distrettuale di Gerusalemme nega che le cose siano andate in questo modo. I funzionari palestinesi hanno agito in modo improprio? Non lo sappiamo Quello che sappiamo è che Kawthar Hemo e i suoi figli hanno continuato a vivere nell’incertezza, e il senso di impotenza della madre è solo aumentato, assieme alla sua depressione e al suo desiderio di incontrare il figlio maggiore e i suoi anziani genitori.

Ciò ha anche aggravato le difficoltà economiche, così come quelle psicologiche, per la famiglia che vive così lontana (80-90 insormontabili chilometri). “Kawthar ci chiama di notte”, dice la sorella Kifaya. “Piange e dice che è pronta a morire, ma ha paura che i bambini si perdano. Lei ci supplica di fare di tutto per tirarli fuori. Cerchiamo di calmarla al telefono e di non farle capire quanto siamo preoccupati per lei.”

Nel novembre del 2018, l’organizzazione Gisha ha presentato un nuovo ricorso all’Alta Corte chiedendo allo stato di spiegare perché non avrebbe permesso ad Adam, che ora ha cinque anni e tre mesi, di viaggiare con sua madre alla volta della Cisgiordania. Ma poi l’autorità giudiziaria nei confronti dei Palestinesi è cambiata e Muna Haddad di Gisha ha presentato un terzo ricorso, nel gennaio del 2019, indirizzato alla Corte Distrettuale per gli Affari Amministrativi: il bambino non è indipendente e non ha una carta d’identità personale, ha affermato, ribadendo l’ovvio. Adam deve stare con sua madre, è logico che ritorni con lei in Cisgiordania e che il suo domicilio sia in Cisgiordania proprio come quello di lei “senza nessuna condizione e senza bisogno di soddisfare alcun criterio dettato da chi ha risposto alla petizione, e certamente senza bisogno di una richiesta conforme alle regole di insediamento, una procedura che si è rivelata infruttuosa.”

Ma, nell’aprile 2019, l’avvocato Tal Nissim-Tal, dell’ufficio del procuratore distrettuale di Gerusalemme, ha risposto che nessuna richiesta riguardante il bambino era stata inviata dalla parte palestinese a quella israeliana, e che “il regolamento [di insediamento] è lo strumento appropriato per l’esame della richiesta del firmatario…e si riferisce esplicitamente ai minori, includendo anche un’eccezione specifica per loro.“ Pertanto, ha scritto, il ricorso dovrebbe essere respinto.

Un’udienza per discutere la petizione dinanzi al giudice David Gidoni era stata fissata per il 30 giugno. Ma, guarda caso, il 28 maggio, diverse settimane prima dell’udienza, il COGAT ha ricevuto la richiesta dello zio di Adam in cui si chiedeva che il bambino potesse lasciare Gaza per andare in Cisgiordania, secondo le regole d’insediamento. Pertanto, ha scritto questa settimana Nissim-Tal, la petizione è diventata superflua. Il giudice Gidoni era disposto ad accettare la posizione dello stato e ad ordinare che l’appello fosse cancellato. L’avvocato Haddad di Gisha si è opposto, spiegando che la risposta dello stato non specificava quanto tempo ci sarebbe voluto perché la richiesta fosse gestita, per cui si temeva che ci sarebbero stati ulteriori ritardi.

Nissim-Tal ha risposto giovedì, su ordine del giudice Gidoni, che entro due settimane sarebbe stata presa una decisione. Il giudice Gidoni ha cancellato l’udienza, ma non ha accolto la richiesta dello stato di annullare il ricorso, e ha ordinato di rispondere entro il 14 luglio se Adam può lasciare la Striscia di Gaza con sua madre e i suoi fratelli.

Amira Hass

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-how-israel-splits-up-a-palestinian-family-1.7420132

Traduzione di Daniela Marrapese

 

 

Amira Hass Non ha ancora sei anni, ma Israele non lo autorizza a lasciare la Striscia di Gaza assieme a sua madre.

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