Amira Hass :Palestina: diversamente occupati / già cancellati

SABATO 14 GENNAIO 2012

AMIRA HASS

È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz e ha una rubrica su Internazionale.

Di ritorno da Tel Aviv, mercoledì scorso a mezzanotte, ho svoltato a destra sulla statale 443, proprio dove un cartello giallo avverte: “Israeliani, attenzione, se siete arrivati qui avete commesso un errore.”

 

Non avevo commesso un errore.  Era lì che ero diretta, alla strada che si restringe superando villaggi e picchi montani spopolati e conduce a Ramallah ed è classifica come la strada di un “tessuto vitale” – uno dei numerosi fili che collegano le enclave palestinesi, le cui vie di accesso alle autostrade principali della West Bank sono state bloccate.  E’ stata in compenso come compensazione per la Statale 443 che, per i palestinesi, è svanita assieme al corridoio creato da Moddin est a Gerusalemme e per l’imbuto creato dagli insediamenti di Givat Ze’ev e Givon.

 

L’esercito israeliano si è fatto beffe dell’ordine dell’Alta Corte di Giustizia di aprire l’autostrada ai veicoli palestinesi in risposta a una petizione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele.  Le mie capacità letterarie sono inadeguate a descrivere come la beffa si sia tradotta sul terreno e come, nella Nuovalingua dell’Esercito, “aprire” significhi “bloccare”. Ciò si può capire solo se si viaggia sull’autostrada.

 

Al confine tra la statale 443 e la strada del “tessuto vitale” ci sono delle barre a spuntoni: un veicolo che cerchi di lasciare il “tessuto” per immettersi nella statale 443 si ritroverà con le loro punte piantate nelle gomme. Ma io andavo nella direzione giusta, in cui le gomme abbassano gli spuntoni. Ho svoltato a destra e sono rimasta confusa. Una macchina  bloccava l’ingresso alla strada sul percorso verso il villaggio di Kharbatha al Masbah. L’auto non solo impediva il passaggio; era bloccata anch’essa. Dal ventre della terra fuoriuscivano numerose barre di metallo scintillante; una di esse era piantata sotto l’auto.

 

Un gruppo di giovani sostava nei pressi, impegnato in una vivace conversazione accompagnata da gesti. Un giovane che parlava un ebraico scorrevole mi ha chiesto se ero consapevole di dove ero diretta e mi ha detto che gli altri erano amici suoi. Un uomo più anziano, che parlava correntemente l’arabo, ha voluto sapere se ero consapevole di dove ero diretta e mi ha detto che il giovane che parlava bene l’ebraico era un loro amico. E io ho chiesto cosa ci faceva un’auto in mezzo alla strada.

 

Prima che gli amici avessero il tempo di rispondere, è comparsa  una jeep militare che ha sputato fuori quattro soldati, tre con elmetti e uno con in testa una rete mimetica simile al cappello di una tata o di un cuoco in un film inglese.

 

“Cosa succede?” hanno chiesto, e il giovane magro che parlava l’ebraico scorrevolmente è venuto fuori a dire: “Quei tizi stanno buttando via il loro tempo raga … quelli della sala controllo” [che vedono cosa succede sulla strada mediante telecamere installate su pilastri, prendono contatto urlando negli altoparlanti e bloccano l’accesso al “tessuto”].

“Hanno deciso di perdere tempo. Io ero nella Polizia di Confine, raga.  So che non è una cosa seria. Li ho sentiti ridere e bestemmiare, raga, solo perché queste persone sono arabi.” (A questo punto mi ha guardato e si è interrotto. Non ero riuscita a convincerlo di essere grande abbastanza per sentire le bestemmie.)

 

“Non può essere” gli ha detto il soldato. “Devi capire che controllano per la tua sicurezza; hanno visto movimenti sospetti ed è per questo che hanno chiuso l’entrata [hanno fatto salire le barre di metallo da ventre della terra].”

 

“Sì, raga,” ha continuato il magro cittadino israeliano, “Ero nella Polizia di Confine; so quando i soldati non fanno che perder tempo; vengo qui ogni notte.”

 

Poi è arrivata la fase in cui i soldati hanno chiesto di controllare i documenti, al fine di garantire la sicurezza dei cittadini israeliani, e ho notato un grosso carro attrezzi fermo sul lato della statale 443, con sopra due auto senza targa. Ho lentamente cominciato a capire cosa stava succedendo: il giovane vende ai palestinesi vecchie auto israeliane; la legge dell’Autorità Palestinese vieta l’acquisto di auto israeliane più vecchie di tre anni; ma gli abitanti dei villaggi sono nella zona crepuscolare degli Accordi di Oslo; la legge palestinese non si applica con esattezza a loro. E in generale quale abitante di villaggio ha soldi per pagare un’auto modello 2009?

 

Le auto sono definite “mashtubeh”: cancellate, soppresse.  Una targa che è scaduta, assicurazione inesistente, un collaudo che non verrà mai effettuato.  Gli acquirenti guidano le auto solo nell’Area B.  Alla polizia palestinese non è consentito accedervi e la polizia israeliana non è entusiasta di controllare il traffico e le leggi sulla sicurezza in quella zona.

 

“L’auto costa 1800 nuovi shekel israeliani [circa 370 Euro]” mi ha detto uno dei giovani. “Gli israeliani ci vendono i loro scarti. E noi compriamo.”

 

E quella non era una metafora degli Accordi di Oslo. Lui stesso ha un’officina. Smonta le auto e poi ne vende le parti come pezzi di ricambio.  Ed è così che ho capito come mai ai margini dei villaggi le pile di mezze auto, o quarti di esse, continuano a crescere di altezza.

 

L’israeliano viene ogni notte con il carro attrezzi, tira giù un’auto alla volta e le guida in retromarcia in direzione della strada del “tessuto vitale”. Anche se era stato nella Polizia di Confine e continuava a dire “Sì, raga” i soldati non hanno creduto che i loro amici nella sala di controllo avessero bloccato la strada senza motivo.

Cosa ci facevo io al confine del “tessuto” a un’ora così tarda?

 

Tornavo da un convegno di Breaking the Silence [Rompere il silenzio] (un’organizzazione non governativa che raccoglie testimonianze di soldati Israeliani che hanno prestato servizio nei territori occupati) che si era tenuto al Left Bank Club a Tel Aviv e in cui si era dibattuta la domanda “Perché testimoniare?”.Yehuda Shaul, uno dei fondatoridi Breaking the Silence, ha detto che non c’era nulla da fare; il pubblico israeliano crede alle informazioni fornite da un soldato e non a quelle fornite da un palestinese.  E’ per questo che è necessario lavorare così duramente per raccogliere informazioni dai soldati riguardo alla condotta dell’esercito.  Io la metto così: è vero che nel passato non così distante la durezza di un atto di occupazione è stata percepita come terribile solo quando è stata fatta entrare nella consapevolezza da un israeliano in uniforme.

Ma ben presto, sì raga, la testimonianza dei soldati che conferma la testimonianza e le versioni dei palestinesi, quando in contraddizione con la versione ufficiale, ha subito un processo di svalutazione o di fusione con la testimonianza palestinese. Nella gerarchia dell’industria israeliana dell’informazione è già cancellata, “mashtubeh”.

http://www.haaretz.com/print-edition/features/otherwise-occupied-erased-already-1.406227

http://frammentivocalimo.blogspot.com/2012/01/amira-hass-palestina-diversamente.html

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