AmiraHass: Anche i bassi salari dei palestinesi sono collegati alle lotte sociali israeliane

martedì 9 agosto 2011
2 agosto 2011
DiAmiraHass
Fonte: Haaretz.com
“Crisi finanziaria dell’Autorità Palestinese” può essere una descrizione appropriata della situazione in cui, alla vigilia del Ramadan, il governo di Ramallah non (di nuovo) in grado di pagare gli stipendi completi ai suoi 150.000 dipendenti del settore pubblico. Si tratta di una descrizione succinta e tuttavia
accurata. La crisi, dice l’economista RajaKhalidi, sta nello status quo di cui Israele ha goduto dopo gli Accordi di Oslo: Israele controlla la West Bank e la Striscia di Gaza e la società palestinese e i paesi donatori finanziano il costo di tale dominio.I bassi salari delle enclave palestinesi (in media meno di 2.000 shekel israeliani [circa 580 dollari] al mese e il ritardo su
larga scala degli stipendi dell’Autorità Palestinese non è una qualche storia islandese: essi – proprio come il costo degli immobili in Israele, la ricchezza dei nostri tycoon e dello stato contro i miserabili salari dei cittadini – sono tutti collegati al regime economico complessivo che è stato progettato dai governi israeliani dal fiume al mare. E’ un’ulteriore prova della crisi israeliana anche se, per motivi pragmatici, non se ne parla nelle tendopoli.
Khalidi è un’economista dello sviluppo che ha collaborato con le Nazioni Unite per più di venticinque anni e che ha scritto diffusamente a proposito delle condizioni economiche palestinesi nei territori occupati e in Israele. “I ritardi delle promesse arabe non dovrebbero essere sopravvalutati” dice Khalidi (che risponde alle domande via email). I motivi immediati di essi possono variare, ma, dice “le radici del cronico fardello fiscale dell’Autorità Palestinese ha più a che vedere con il fatto che l’Autorità Palestinese è costretta in effetti a sostenere l’onere finanziario dell’occupazione, sia in termini di costi della sicurezza sia quanto alla fornitura di servizi pubblici e apparendo al mondo come un governo “statale”, con tutte le solite aspettative che equilibri le sue finanze e mantenga il suo settore pubblico contenuto. Non c’è una vera crisi di bilancio dell’Autorità Palestinese: c’è una crisi nella sostenibilità economica dell’intero progetto di “governance” che è stato posto in essere a Oslo.”
Un libro paga del settore pubblico di 150.000 addetti (con più di 20.000 i cui stipendi sono pagati dal governo Hamas) non è un po’ inflazionato?
Khalidi: “Il libro paga del settore pubblico, stimato in 1,7 miliardi di dollari, rappresenta quasi il 25% del PIL, il doppio o il triplo della percentuale di altri paesi della regione. Ma il PIL è strutturalmente depresso in conseguenza della prolungata occupazione e perciò la quota del settore pubblico di un modesto PIL totale appare grande. Anche la quota del PIL del settore pubblico appare gonfiata. E’ una politica deliberata che di fatto è stata introdotta dallo stesso Salam Fayyad (primo ministro) nel 2001 sulla scia della seconda intifada quando era il rappresentante dell’Autorità Palestinese di Yasser Arafat presso il Fondo Monetario Internazionale. Egli progettò il primo programma di “sostegno al bilancio” finanziato da donatori (dapprima arabi, poi europei) per una buona ragione keynesiana: in tempi di recessione economica è necessaria la spesa del governo per stimolare la domanda aggregata.
“Dunque la prosecuzione dello stimolo fiscale in essere da 10 anni è sintomatica non di un eccessivo settore pubblico dell’Autorità Palestinese, bensì piuttosto di uno specifico strumento fiscale che è tuttora in essere per combattere le restrizioni economiche strutturali create dall’occupazione. E’ stato uno strumento valido 10 anni fa e rimane l’unico (limitato ma tuttora valido) strumento di politica fiscale che l’Autorità Palestinese ha a disposizione. Senza di esso Israele e il mondo si troverebbero di fronte a una crisi economica epocale nel territori palestinesi occupati.”
L’attuale crisi significa la fine dello sforzo di ridurre a zero il sostegno al bilancio da parte dei donatori?
“L’idea che la dipendenza dal sostegno dei donatori debba essere ridotta per una questione di principio – nonostante le condizioni dell’occupazione, senza una sovranità palestinese o diritti nazionali all’orizzonte – è un po’ un diversivo ed è di fatto sleale nei confronti di un’economia che è stata privata per oltre quarant’anni della sua capacità di produrre, commerciare, crescere e svilupparsi. Prima che gli aiuti dei donatori possano essere efficacemente e  utilmente cancellati, l’economia deve essere dotata dei mezzi produttivi, delle infrastrutture e della libertà di costruire e crescere, che sono state negate in vari modi a Gaza e nella West Bank. E fintanto che Israele è insediata sulle vie commerciali palestinesi e incamera sino a metà dei potenziali dazi all’importazione che dovrebbero essere destinati all’Autorità Palestinese e alle sue stremate entrate pubbliche, allora non c’è alternativa a mantenere l’aiuto da parte dei donatori. L’Autorità Palestinese non dovrebbe né vergognarsi di dipendere agli aiuti né dovrebbe mirare a ridurli; piuttosto più valutare modi più efficaci di utilizzarli.”
Perché l’Occidente sembra più impegnato a contribuire rispetto ai paesi arabi?
“Anche due generazioni dopo il 1948 nessun donatore occidentale, specialmente europeo e statunitense, può ignorare la propria responsabilità storica e gli
interessi immediati politici e di sicurezza che la prosecuzione del conflitto implica. Ci si può pertanto attendere tutto ciò che è necessario per mantenere le cose sotto controllo e in effetti ciò avviene senza preoccuparsi del costo.
Quanto ai donatori arabi, essi non sentono per nulla una responsabilità storica per questa situazione: il loro sostegno alla Palestina è più una questione di mostrare solidarietà ai propri fratelli palestinesi, una solidarietà che aumenta o svanisce a seconda della situazione interna palestinese, a seconda della docilità dei regimi in questione quando messi sotto pressione dall’Occidente affinché svolgano il proprio ruolo in questo o quel processo di pace, ecc. Perciò, naturalmente, non né prevedibile né considerata una questione di sicurezza nazionale o di interesse politico come lo è per i donatori occidentali. Così, per l’Occidente gli aiuti sono un obbligo da cui non possono sfuggire, per gli arabi si tratta di un dovere che devono adempiere.”
E ora l’Occidente ha una responsabilità storica relativamente alle promesse di Oslo che non sono state mantenute?
“Non si dovrebbe dimenticare che essenzialmente la stessa occupazione (con forse servizi di leggermente minore eccellenza, niente hotel a cinque stelle e niente posti di lavoro nell’Autorità Palestinese) veniva mantenuta nel 1993 con 22.000 dipendenti, più l’esercito israeliano, più circa 120.000 palestinesi occupati in Israele e che contribuivano alla stessa quota del PIL delle spese dell’Autorità Palestinese ora. Oggi Israele non deve fornire posti di lavoro, servizi pubblici o sicurezza ai palestinesi mentre continua ad espandersi dovunque ritenga adatto grazie al bilancio dell’Autorità Palestinese generalmente finanziato generosamente dai donatori. Lo stesso bilancio che ora si suppone in “crisi” perché non può più farsi carico di un accordo che ha consentito all’occupazione di ampliarsi e approfondirsi e che anche costa meno a Israele. E’ sostanzialmente un astuto trucco contabile alla luce del fatto che la sola parte che dovrebbe avere una crisi di bilancio è Israele, che invece ha fatto un ottimo affare.”
Traduzione di Giuseppe Volpe – namm.giuseppe@virgilio.it
Pubblicato da arial

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