ANALISI. Ban Ki-moon, Israele e la Palestina

29 set 2016

Molti hanno visto nel discorso di addio tenuto dal Segretario generale dell’Onu, il 15 settembre, una tardiva presa di distanza dalla cautela dimostrata nel corso del suo mandato. Purtroppo, le cose stanno diversamente

 
Ban-Ki-moon-1024x770

Ban Ki moon

di Ramzy Baroud

(traduzione di Romana Rubeo)

Roma, 29 settembre 2016, Nena News – Nel mese di dicembre, finirà il secondo mandato di Ban Ki-moon come Segretario Generale delle Nazioni Unite. È stato sicuramente l’uomo giusto al momento giusto, almeno dal punto di vista degli Stati Uniti e dei loro alleati. Eci sarà sempre il “Ban Ki-moon di turno”: anche lui, dopo tutto, era una variazione sul tema rispetto al suo predecessore, Kofi Annan.

Sebbene nessuno lo ammetta esplicitamente, è innegabile che la figura del Segretario Generale delle Nazioni Unite debba essere abbastanza affabile da non scatenare controversie internazionali, ma anche abbastanza flessibile da consentire agli Stati Uniti di mantenere il loro assoluto predominio all’interno dell’ONU e in particolare nel Consiglio di Sicurezza.

Sul finire del loro mandato, il “successo” o il “fallimento” dei vari segretari è in gran parte determinato dalla loro capacità di rivestire al meglio questo ruolo: Boutros Boutros-Ghali si scontrò con gli Stati Uniti, così come Kurt Waldheim. Annan e Ban Ki-moon, invece, hanno imparato la lezione e hanno seguito alla lettera il copione che era stato loro assegnato.

Sarebbe ingiusto puntare il dito contro di lui per la totale incapacità da parte degli Stati Uniti di risolvere i conflitti mondiali o di ottenere un qualsivoglia risultato accettabile sul piano internazionale; ma Ban Ki-moon è stato particolarmente “diligente” nello svolgere il suo compito. Sarà difficile trovare un’altra figura con le sue stesse qualità.

Prendiamo ad esempio il monito contro Israele: di sicuro, funziona come battuta a effetto sulla stampa, ma è stato pronunciato dalla stessa persona che non ha mai agito con una Risoluzione contro le numerose violazioni perpetrate da Israele. Anche le sue dichiarazioni più “forti” erano in realtà sapientemente costruite per non dire nulla.

Quando Israele ha condotto la più lunga e devastante operazione su Gaza, nell’estate del 2014, alcuni esperti di diritto internazionale e organizzazioni della società civile hanno sottoscritto una lettera, in cui accusavano il massimo rappresentante delle Nazioni Unite di non aver condannato apertamente le illegittime azioni di Israele nei Territori Occupati, i bombardamenti contro abitazioni civili e strutture ONU, in cui centinaia di persone sono rimaste ferite o hanno perso la vita.

Tra i firmatari, c’era anche l’ex inviato speciale delle Nazioni Unite Richard Falk, che, insieme ad altri, aveva chiesto a Ban Ki-moon di prendere una chiara posizione in favore della giustizia o di dimettersi. Tuttavia, Ban Ki-moon non ha fatto niente di tutto questo.

Nella petizione si criticava soprattutto il suo atteggiamento in merito alla distruzione di una scuola gestita dall’UNRWA (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), in cui erano rimasti uccisi dieci civili.

Nel ‘condannare’ l’attacco, Ban Ki-moon non aveva neanche nominato Israele e aveva sollecitato ‘entrambe le parti’ a proteggere i civili palestinesi e gli operatori ONU.

“Le sue dichiarazioni sono fuorvianti, perché avvalorano le falsità raccontate da Israele, sono contrarie a quanto previsto dal diritto internazionale e giustificano le violazioni e i crimini israeliani”, si leggeva nella petizione.

Considerando questi fatti, molti hanno visto nel discorso di addio tenuto in occasione della 71esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 15 settembre, una presa di distanza dalla cautela dimostrata nel corso del suo mandato; vi hanno visto, cioè, un tentativo di parlare chiaramente, seppure in modo tardivo. Purtroppo, le cose stanno diversamente.

“Mi addolora sapere che nel corso degli ultimi dieci anni si è persa ogni opportunità di cercare la pace. Sono stati dieci anni di espansione coloniale illegale; di divisioni all’interno della società palestinese, di aumento della parcellizzazione e scomparsa della speranza”, ha dichiarato, come se entrambe le parti, l’occupato e l’occupante, fossero ugualmente responsabili per l’eccidio in corso, come se anche i Palestinesi avessero la loro parte di colpe nell’occupazione militare di Israele.

“Siamo alla follia,” ha esclamato. “Dismettere la soluzione a due stati in favore di quella a uno stato costituirebbe un disastro su tutta la linea: in questo modo, si negherebbe ai Palestinesi il diritto a un futuro di libertà e giustizia e si indurrebbe Israele a radicalizzare la visione di una democrazia ebraica e a isolarsi maggiormente sul piano internazionale”.

Anche questa volta, nessuna chiara presa di posizione. Chi sta ‘dismettendo la soluzione a due stati’? E perché la one state solution, che rappresenterebbe la risposta più umana e logica al conflitto, sarebbe un ‘disastro su tutta la linea’? E perché, ancora, Ban Ki-Moon è così entusiasta della visione di una ‘democrazia ebraica’, visto e considerato che è proprio l’ossessione demografica da parte di Israele ad aver costretto i Palestinesi a vivere sotto un regime di occupazione militare, in condizioni di continua discriminazione razziale?

Il punto è che le confuse dichiarazioni di Ban Ki-moon non sono solamente il disperato tentativo del Segretario Generale di trovare un punto di equilibrio che gli consenta di terminare il mandato senza sollevare polemiche o scatenare le ire di Israele e degli USA. Anche in questo caso, la verità è un’altra, come dimostra un documento diffuso da WikiLeaks nell’agosto 2014.

A quanto pare, Ban Ki-moon avrebbe collaborato segretamente con gli Stati Uniti per screditare un rapporto, realizzato proprio da una Commissione d’inchiesta dell’ONU, relativo al bombardamento di una scuola delle Nazioni Unite durante l’attacco sferrato (da Israele contro Gaza, ndr)) tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009.

‘Collaborato’, in realtà, è un eufemismo: Susan Rice, all’epoca consulente per la sicurezza Nazionale per conto della Casa Bianca, lo chiamò a più riprese per insabbiare un rapporto, non sottoporlo al Consiglio e rimuovere le raccomandazioni per un’inchiesta ‘seria’ e ‘imparziale’ sul bombardamento ai danni delle strutture ONU.

Quando Ban Ki-moon spiega alla Rice che ha le mani legate, in quanto la Commissione d’inchiesta è un organismo indipendente, lei lo sollecita a produrre una lettera che delegittimi le raccomandazioni contenute nel rapporto, in quanto “eccedono l’ambito previsto, per cui non sono necessari ulteriori provvedimenti”. Ban ki-Moon obbedisce.

Dopo la fine del suo mandato, molti rimpiangeranno il Segretario Generale, ma sicuramente non i Palestinesi di Gaza, i rifugiati siriani o le vittime di guerra in Afghanistan. Di certo, mancherà molto a Susan Rice, che ha trovato campo libero nel manovrare il più importante organismo internazionale del mondo.

Durante la sua ultima visita in Palestina, nel mese di giugno, Ban Ki-moon ha promesso ai disperati abitanti della Striscia che “l’ONU non li avrebbe mai lasciati da soli.”

Considerando che decine di migliaia di gazawi vivono ancora tra le macerie delle loro abitazioni, si vedono negata la libertà di viaggiare o di ricostruire, la sua dichiarazione è vana e insignificante, esattamente come il suo operato alle Nazioni Unite. Nena News

 

 

http://nena-news.it/ban-ki-moon-israele-e-la-palestina/

Contrassegnato con i tag: , , , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam