Analisi del testo

Ma cosa pensa veramente e cosa è disposto a fare Obama, messo all’angolo dalle lobby ebraiche che lo devono rieleggere e da Netanyahu che lo minaccia? Sta veramente pensando ad uno stato palestinese, alla fine dell’occupazione e della colonizzazione per arrivare alla pace?
L’Agenzia di stampa ADISTA ci ha concesso di anticipare una approfondita analisi curata da Betta Tusset del discorso di Obama, che verrà pubblicata nel prossimo numero di Adista. www.adista.it

Voglia di ascoltare o paura di soccombere? Anche stavolta i potenti – e trattandosi di Obama già ci distinguiamo dal trend mondiale – dimostrano di non essere all’altezza della reale situazione dei popoli. Un discorso tanto atteso a due anni da quello del Cairo nel 2009, che devo dire mi ha profondamente deluso per le sue affermazioni riguardanti il conflitto israelo-palestinese.

Il discorso del presidente Obama del 19 maggio 2011 non passerà alla storia perchè, nel contesto straordinariamente nuovo di rivoluzioni profonde, ha espresso le vecchie logiche di una politica incapace di ascoltare le richieste dei popoli in rivolta, tremendamente impaurita di venire travolta da questo vento impetuoso di novità.

Certo, come i media hanno sottolineato coralmente, Obama ha detto chiaramente che “i confini di Israele e Palestina dovrebbero essere basati su quelli del 1967, con delle correzioni stabilite di comune accordo, così che possano essere individuati e stabiliti confini sicuri. Il popolo palestinese ha il diritto di governarsi e realizzare le proprie potenzialità in uno stato sovrano”. E allora ci viene da sussurrare “è già qualcosa”, abituati come eravamo alle esternazioni di Bush… ma cosa significa oggi questo per la geografia politica di quella regione? Quale piano Obama prevede al riguardo? È al corrente del ‘groviera di fatto’ in cui è ridotta la Cisgiordania? Sa che questa sua proposta, o forse questo suo sogno, significherebbe smantellare le colonie, (tutte illegali), abbattere il muro, liberare Hebron, restituire terre, case, strade e proprietà ai palestinesi, legittimi abitanti di una terra devastata? A quanto ammonterebbero in termini di spazi e centri occupati con la violenza le ‘correzioni’ di cui parla? È disposto davvero a intraprendere concretamente questa strada?
Non è che mi sembri impossibile il raggiungimento di questi obiettivi, che sono la speranza di tanta gente che in Israele e in Palestina cerca la pace. Temo piuttosto che il presidente americano abbia semplicemente fatto uso di un po’ di retorica, smentendosi poi con numerosi lapsus e ossimori che rivelano la sua vera paura, che va ad intralciare l’onestà di un progetto di pace per quella terra.

Con insistenza, ripetutamente, Obama evoca la sicurezza, ma la affianca sempre e solo allo stato d’Israele, che egli riconosce come ‘stato ebraico’ per due volte. “Una pace duratura potrà esserci solo con due stati per due popoli. Israele come stato ebraico, patria per il popolo ebraico, e la Palestina come patria dei palestinesi.” E’ gravissimo questo. È gravissimo avallare la definizione di Israele come ‘stato ebraico’, quindi confessionale, quindi etnico, e accostarvi (ecco l’ossimoro) l’aggettivo democratico, come fa Obama in un altro passaggio. È gravissimo perchè non pensa al diritto all’esistenza e alla legittima permanenza in Israele di quel milione e duecentomila cittadini israeliani che ebrei non sono. Che progetto di pace ha per loro il presidente?

“Una Palestina indipendente, un Israele sicuro.” Perchè mai Obama non usa il plurale in questa frase? Perchè non può ipotizzare la realizzazione di due stati indipendenti e due stati sicuri? Perchè non fa il salto di qualità e non riesce a sognare con i popoli del mediterraneo sicurezza per tutti e libertà per tutti? Ecco il lapsus. È talmente preoccupato di garantire la sicurezza ad Israele, che non si perita nemmeno di accennare al fatto che la sicurezza deriva dalla fiducia reciproca, e questa dal rispetto dei diritti di tutti. Magari proprio non ci ha pensato… e arriva così ad affermare, con un mega ossimoro, che la Palestina dovrebbe nascere come “stato sovrano e non militarizzato”. Ora, come nonviolenta convinta io sarei davvero felice di questo auspicio, o anche di questa imposizione, se riguardasse ovviamente tutte e due le parti in conflitto. Non mi pare però che sia questo il ragionamento di Obama, dal momento che ha affermato anche che “dal punto di vista della sicurezza, ogni stato ha il diritto all’autodifesa e Israele dev’essere capace di difendersi da sé contro qualsiasi minaccia”. Ancora una volta, Israele ha il diritto sacrosanto di difendersi militarmente, per garantire ai suoi cittadini la loro sicurezza. Evidentemente la Palestina, diventasse mai uno stato (ma guai a fare pressioni sulla comunità internazionale a settembre, sarebbe un’offesa verso Israele attuare “azioni simboliche per isolarlo alle Nazioni Unite”), potrebbe essere ‘sovrana’ e ‘indipendente’ solo nella misura in cui garantisse la sicurezza… agli israeliani!
“Ora, non possiamo esitare a schierarci dalla parte di chi sta cercando i propri diritti, consapevoli che il loro successo creerà un mondo più pacifico, più stabile e più giusto”.

Ecco. A conclusione di questo suo discorso, Obama afferma di schierarsi dalla parte dei deboli, dalla parte di chi i diritti non li ha ancora… mi domando a chi sta pensando. Mi domando perchè ritiene inaccettabile che Hamas e Fatah siano finalmente giunti ad un accordo, per quanto travagliato. Mi domando perchè i deboli quando si mettono insieme fanno paura, invece che far sorgere il sorriso sulle labbra di chi si propone come pacificatore.
Eppure ho ancora nell’orecchio il grido Kifaya!, basta!, che come una brezza primaverile ha accompagnato i giovani delle piazze mediorientali. Quando il vento è giunto anche tra i giovani palestinesi, in pochi ce l’hanno raccontato. Eppure è con loro, non attraverso vecchie logiche e stanchi, sterili proclami, che la pace potrebbe iniziare a respirare.

Betta Tusset
bettatus@libero.it

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