Anatot: il volto abietto dell’occupazione

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 01 Novembre 2011

Justilm.org
03.10.2011

Il volto abietto dell’occupazione 

di Yael Kenan 

La maggior parte degli israeliani non leggerà mai quello che è successo ad Anatot, una colonia a nord di Gerusalemme. I redattori preferiscono non rovinare l’edizione festiva con articoli problematici, e se un articolo di tal genere riesce a farsi strada tra le notizie, si tratta della versione fornita dalla polizia e mai controllata: quindi nel migliore dei casi è deformata, nel peggiore è una menzogna.

Ma ogni israeliano dovrebbe sapere quello che è avvenuto là venerdì notte; ogni israeliano a cui importa qualcosa di questo paese, che vuole e crede in una vita qua ha bisogno di sapere. Venerdì mattina, secondo giorno di Rosh HaShana, diversi attivisti per la pace sono giunti al villaggio arabo di Anata, sulle cui terre è stata edificata la colonia di Anatot, per incontrarsi con un palestinese: i terreni di sua proprietà erano minacciati da coloni. Verso la fine dell’incontro, numerosi coloni, armati di mazze e bastoni, sono arrivati sulla scena e li hanno aggrediti.
La polizia è rimasta a guardare senza fare nulla per impedire la violenza. Tre sono stati portati via per essere medicati, compreso il palestinese proprietario del terreno, a  cui avevano sbattuto il capo per terra. Alcuni degli attivisti sono stati arrestati; nessuno dei violenti aggressori lo è stato.

Alcune ore dopo, alcuni attivisti di Gerusalemme dei gruppi di sinistra hanno deciso di recarsi nuovamente sul posto per protestare contro la violenza di quanto si era verificato in precedenza.
Siamo rimasti davanti al cancello della colonia, perché non ci è stato permesso di entrare. Pochi minuti dopo, dall’altra parte del cancello si è raccolto un numero sempre più consistente di residenti della colonia, alcuni dei quali avevano già preso parte agli attacchi di alcune ore prima. Dopo qualche accesa discussione, hanno cominciato a uscire dal cancello e a prenderci a spintoni per sgombrare la strada di accesso. “Ci state rovinando la festa,” ci dicevano con innocenza simulata, mentre ci colpivano. Ragazzi ed adulti ci hanno preso a spintoni, agitando i pugni e colpendoci, mentre trascinavano altri sull’asfalto. Alcuni manifestanti si sono allontanati dalla strada di accesso per non essere colpiti, ma i coloni hanno rincorso e aggredito pure loro, nonostante non facessero altro che star fermi; li hanno buttati a terra e malmenati. Gli insulti e le oscenità che ci hanno lanciato non meritano di essere stampate. Erano veramente orripilanti: oscenità personali, razziste e sessiste. Per tutto quel tempo, la polizia e la guardia di confine che erano presenti se ne stavano là senza fare niente. A un certo punto è arrivata ancor più polizia, che ha cominciato a spingerci via dalla colonia, mentre chiedeva ai nostri aggressori di tornarsene dentro. Ciononostante, i coloni non sono ritornati indietro e hanno continuato a inseguirci scandendo minacce e picchiandoci. Ho assistito ad almeno due casi in cui i coloni hanno raccolto sassi e li hanno scagliati contro di noi. Dopo che siamo fuggiti, siamo veramente corsi via , ci siamo resi conto che uno dei manifestanti era rimasto indietro, accanto alle auto, e che i coloni lo avevano assalito e ferito. Le vetture vicino alla recinzione rappresentavano per i coloni un obiettivo comodo sulle quali scaricare la furia: i finestrini sono stati fracassati, le ruote squarciate, e su almeno una vettura è stata incisa la stella di Davide. Tre
manifestanti sono stati trasportati al pronto soccorso, mentre circa dieci hanno avuto bisogno di essere medicati.

Ai miei occhi, quanto avvenuto ad Anatot è un simbolo dell’occupazione, un microcosmo di tutto ciò che avviene in questo posto. Ogni giorno si compiono misfatti, lontano dagli occhi della gente. La scala è piccola: la terra di un uomo, i terreni di una famiglia sono minacciati.
Chi cerca di mettere in guardia gli altri viene espulso brutalmente ed etichettato come traditore. La polizia non fa nulla e i mezzi di informazione non riferiscono né danno l’allarme. Questo è il classico sistema del ridurre al silenzio, un sistema efficiente e ben oliato che permette di continuare l’espropriazione e la pratica della violenza nei confronti dei palestinesi, l’ingiustizia di base, e fondamentali, che non va dimenticata.

I coloni che si sono comportati in modo così violento nei confronti dei manifestanti di sinistra non sono gli unici colpevoli della situazione. Sarebbe un errore pensarlo. Sono il prodotto di 44 anni dell’occupare ed opprimere un altro popolo. Sono il diretto risultato di una politica violenta e di governo, che li giustifica e li autorizza, etichettando tutti coloro che non sono d’accordo come “traditori”. Gli abitanti di Anatot che sono partiti da casa per venirci ad aggredire credono veramente che lo siamo, e la Knesset giustifica le loro azioni quando promulga leggi razziste e organizza dei comitati antidemocratici. Per quel che riguarda gli
abitanti di Anatot, noi siamo venuti per importunarli, e loro sono le vittime di tutta questa storia. Questa è la cosa più spaventosa. Il loro auto-convincimento è profondo e totalizzante. Li autorizza a stare dove sono e giustifica l’uso della violenza. Si considerano come i signori della terra, stabiliscono le regole in modo tale da poter fare ciò che vogliono. La polizia giustifica le loro azioni con il non intervenire nei loro confronti, e le politiche del governo danno loro totale sostegno. Noi siamo diventati un facile bersaglio, e ancor di più i palestinesi, che non sono neppure considerati come esseri umani. Il disprezzo e lo scherno con cui ci etichettano come “di sinistra”, “pacifisti”, e “nazisti” (e questi sono i termini più moderati con i quali siamo stati definiti) – come se queste parole fossero intercambiabili – mira a questo. Noi siamo i colpevoli e loro si stanno solo difendendo, così possono agitare i pugni, tirare i capelli e dare spinte nella strada. Allo stesso modo, possono sradicare alberi e impadronirsi delle terre senza avere alcuna necessità di tenere in considerazione l’altro. L’altro è solo un fattore temporaneo nell’equazione, un ostacolo da rimuovere senz’alcun rimorso, come un albero sulla strada. Questo è il volto abietto dell’occupazione; questa è la società in cui viviamo.

Scrivo queste parole con grande angoscia, e una reale paura per questo posto. Il timore di una spaccatura che può non essere riparabile, la paura della divisione tra “noi” e “loro”, il timore dell’odio e della violenza. Uno dei coloni che era uscito dall’insediamento per picchiarci ha frequentato insieme a me la scuola elementare e quella superiore, eravamo nella stessa classe. Non penso mi abbia riconosciuto, ma di certo io ho riconosciuto lui. Voglio pensare davvero che stesse cercando di calmare le acque e non abbia preso in alcun modo parte alle violenze, ma probabilmente questa è un’ingenuità, un pensiero giovanile. Ho anche un’altra vana speranza: se solo potessi mettere uno schermo e su di esso mostrare loro quanto avvenuto quella sera, potrebbero vedere come si comportavano; se solo potessero vedere che cosa facevano, si vergognerebbero. Le donne che mi lanciavano oscenità si vergognerebbero, i ragazzi che scagliavano pietre si vergognerebbero, gli adulti che spingevano e imprecavano si vergognerebbero tutti, se si vedessero.
Immagino di sbagliarmi, e che siano ritornati a casa vittoriosamente, sentendosi orgogliosi di se stessi, e che abbiano continuato a celebrare il pace la vacanza e lo Shabbat. Tuttavia, spero che alcuni di loro avranno il coraggio di guardarsi a occhi aperti e di turbarsi per quello che hanno fatto e della violenza delle quale sono stati parte. Questi non sono state frange estremiste – è il risultato di una politica premeditata da lunga data, ed è il volto attuale della società israeliana. Quindi, anche se coloro che hanno preso parte ai terrificanti fatti di Anatot non apriranno gli occhi vedendo i loro atti, abbiamo bisogno di capire dove viviamo e quali venti di violenza stanno soffiando in ogni angolo della società. Sono venti antidemocratici, razzisti, estremisti e violenti. Tutti coloro che desiderano vivere qui in una società giusta devono – devono! – aprire gli occhi e guardare la realtà per quella che è. Qui è dove ora viviamo e dobbiamo assumercene la responsabilità. Non si può parlare sul serio di una società giusta se non apriamo gli occhi e guardiamo ciò che sta succedendo qui, vicino a casa, nella casa dall’altra parte della strada, con il ragazzo che è andato a scuola con noi.

testo inglese in http://www.en.justjlm.org/610   – tradotto da Mariano Mingarelli

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3057:anatot-il-volto-abietto-delloccupazione&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

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