ANCHE A DAMASCO SI PIANGE VITTORIO

Non solo i profughi palestinesi ma lo ricordano anche i siriani che lo avevano incontrato in internet, leggendo le sue continue informazioni dalla Striscia di Gaza.

DI MARTINA IANNIZZOTTO

Damasco, 17 aprile 2011, Nena News – In Siria, secondo le statistiche dell’UNRWA, vivono oltre 450.000 rifugiati palestinesi, in 12 campi localizzati principalmente intorno a Damasco arrivati, e originari in prevalenza dal nord della Palestina storica: Safad, Haifa, Jaffa. La condizione dei rifugiati palestinesi in Siria e’ decisamente migliore di quella in Libano, dove ai palestinesi e’ vietato esercitare numerose professioni e vivono in campi sovraffollati.

In Siria non esiste la stessa limitazione e molti palestinesi praticano professioni intellettuali ed il commercio, i palestinesi svolgono servizio militare di leva in un apposito battaglione dell’esercito siriano. Il governo siriano ha sempre adottato una politica estera di difesa dei diritti dei palestinesi e, seguendo la cosiddetta “politica delle frontiere aperte” e del supporto alla resistenza (dagli anni 2000 all’asse della resistenza con Iran, Hezbollah, Hamas) ha offerto rifugio ai quartier generali di organizzazioni politiche palestinesi, tra cui Hamas.

Alla periferia sud-est di Damasco, ma senza soluzione di continuita’ con la citta’, si trova il quartiere chiamato Yarmouk, lungo la via Yarmouk, accanto a mokhayam Yarmouk, il campo rifugiati palestinesi lungo la Palestine street. Ma la differenza tra i due non si nota: il campo palestinese di Yarmouk appare profondamente diverso dalle aree affastellate di abitazioni del campo ad esempio di Burji Baranji o Sabra e Chatila alla periferia di Beirut. Strade principali a doppia corsia, piene di negozi, vicoli laterali stretti tra palazzi alti, sicuramente non lussuosi ma dignitosi, non si discosta da altre periferie popolari della citta’, se non perche’ le strade portano i nomi dei villaggi e delle citta’ da cui i palestinesi sono stati cacciati nel ’48: Haifa, Jaffa, Deir Yassin, Lubna…

Qualche giorno fa visitiamo per la prima volta il campo di Yarmouk per cercare di annusare l’aria tra i palestinesi sui recenti sviluppi politici in Siria, sulle proteste, i disordini, le reazioni del governo, visto che tra le voci che accusavano elementi esterni di fomentare i disordini era stati additati anche i palestinesi. Incontriamo molti che sostengono il presidente Bashar Al Assad perche’ la Siria difende la causa palestinese ed in Siria i palestinesi hanno un trattamento migliore che in Libano.

Ma un medico della mezzaluna rossa palestinese, dopo averci spiegato il loro lavoro e le eccellenti relazioni con le autorita’ siriane, si scusate: “in altre circostanze vi avrei invitato a pranzo secondo l’ospitalita’ araba, ma in questo momento non e’ il caso farsi vedere in giro con stranieri, siamo sotto osservazione. In Siria ci sono mashakel, problemi, e vogliamo essere estranei agli avvenimenti.”

Poco dopo aver letto la notizia assurda e shockante della morte di Vittorio Arrigoni, arriva una telefonata. E’ Mohammad, un ragazzo palestinese di 22 anni del campo di Yarmouk, jeans a vita bassa e capelli pieni di gelatina come tanti suoi coetanei, spigliato e socievole, attivo in varie organizzazioni giovanili del campo, spesso funge da traduttore per chi visita il campo perche’ parla bene inglese. Ha molti amici tra i tanti stranieri che vengono a studiare arabo a Damasco ma non conosce altri italiani vissuti in Palestina. “Sono profondamente addolorato per la morte di Vittorio Arrigoni. Davvero l’hai conosciuto? Ho visto i suoi video, quando grida viva Palestina, mi sono commosso. Un mio amico di Gaza mi ha detto che era piu’ palestinese dei palestinesi. Tutti i ragazzi del campo di Yarmouk hanno messo la foto di Vittorio nel loro profilo Facebook. Stiamo pensando di organizzare un evento, una mostra fotografica, una veglia con le candele, e vogliamo invitare gli italiani che sono qui”.

La seconda volta torniamo al campo di Yarmouk per parlare di Vittorio Arrigoni con Mohamad ed altri giovani rifugiati palestinesi, vogliono sapere cosa pensano gli “italiani” di questa avvenimento, quali opinioni hanno dei palestinesi, voglio dimostrare il loro sincero dolore e sgomento, spiegare quali sia la vera natura dei palestinesi.

Incontriamo un esponente di Hamas, anche lui esprime cordoglio per la morte di Vittorio. “Chi l’ha ucciso lo sapremo alla fine delle indagini, che come ha detto il governo di Gaza saranno trasparenti, informeremo costantemente sugli sviluppi. L’obiettivo di questo crimine ignominioso e’ sicuramente fare andare via gli stranieri dalla Striscia, non vogliono che si mostri solidarieta’ verso Gaza. Gli assassini non sono veri musulmani: e’ contrario ai precetti dell’Islam non mantenere la parola data. Il fatto che non abbiano rispettato la scadenza dell’ultimatum dimostra che non si tratta di veri musulmani. Ancora, L’Islam prescrive il dovere all’ospitalita’, senza distinzioni di religione. Ci sono sicuramente degli elementi esterni in questo crimine, potrebbe esserci anche il coinvolgimento di Dahlan.”

Non si risparmiano le accuse neanche in quest’occasione, a dimostrazione che il processo di riconciliazione tra le due principali frazioni palestinesi, Hamas e Fatah, rimane un cammino arduo, nonostante le iniziative e la manifestazione del 15 Marzo per la fine delle divisione per cui pure Vittorio Arrigoni, insieme con tanti giovani di Gaza, si era speso.

Sulla situazione siriana l’esponente di Hamas usa diplomazia, stretto tra l’appoggio al governo siriano dichiarato dal movimento e l’appartenenza al network dei fratelli musulmani, accusati esplicitamente dallo stesso governo siriano di essere tra i responsabili delle proteste e dei disordini dell’ultimo mese.

Al ritorno, il tassista non poteva che essere di origine palestinese. La conversazione inizia immancabilmente con la domanda: min wen? Di dove sei? Alla risposta “Italia” racconta subito mosso che oggi un italiano e’ stato ucciso a Gaza. Si parla di nuovo di Vittorio, della rabbia e del dolore per questo brutale e assurdo crimine, di chi ne trarra’ giovamento.  Alla fine del viaggio non vorrebbe essere pagato, perche’ “gli italiani sono dalla parte dei palestinesi”.

Ma la morte di Vittorio Arrigoni non colpisce solo i palestinesi. “Si dovrebbe organizzare un evento, una commemorazione pubblica, anche se e’ difficile fare qualcosa in questo a momento, in queste circostanze” dice Walid, giovane siriano immerso nei movimenti virtuali e reali per il cambiamento in Siria.

Dovremmo ringraziare Vittorio Arrigoni anche per tutti gli amici che ci ha lasciato. Nena News

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